Quando Alice Gregori, la mia scrupolosa e insostituibile hacker – un termine volutamente provocatorio per dire abilissima informatica e curatrice dei siti – mi ha regalato il libro di questo famoso scrittore svedese dal titolo “Il nostro bisogno di consolazione”, per un momento mi sono sentito poco bene pensando alle solite manfrine buoniste condite di empatia e resilienza.
Non potevo credere che una affidabile e colta anarchica finisse nel gregge dei compassionevoli. Difatti, non è stato così.

Stig Dagerman, nella sua scelta anarchica, si pone nella condizione esemplare di tenersi distante da tutti i meccanismi di prevaricazione, di speculazione e di manomissione delle coscienze, siano essi gestiti dal nazismo, o del comunismo, o dall’americanismo. Niente a che fare con gli attuali sedicenti anarchici che inneggiano al comunismo e non conoscono nulla delle centinaia di assassinati in Catalogna durante la guerra civile da parte milizie sovietiche nei primi giorni di maggio del 1937.
Nessun “tifo” irrazionale nel suo impegno politico – sottolinea Fulvio Ferrari –, ma una disperazione che “impone dei doveri”, con una “sola, vera, consolazione […] che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti”. Parole in assonanza con quelle che esprime Max Stirner nel saggio “Unico e la sua proprietà”: “Nella misura in cui io conquistò la libertà, io mi creo nuovi limiti e nuovi compiti”. E in continuità di pensiero con il Ribelle di Jünger per il quale “la questione fondamentale è se sia possibile liberare l’uomo dal timore”.
Nella diversità dell’età, dell’esperienze e delle radici culturali, tre concetti significativi uniscono le riflessioni di questi pensatori: “senso della libertà”, “sovranità individuale”, “esercizio del potere”.
“La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. […] E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma uno svilupparsi e ampliarsi verso la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni, opera nella quiete”, annota Dagerman alla fine di quello che può essere considerato quasi un testamento spirituale.

Un criterio esistenziale che si avvicina molto a quello di Martin Venator, il mirabile protagonista di “Eumeswil”, lo studioso di storia di giorno e barman personale del tiranno chiamato Condor di notte, per il quale Jünger inventa il termine “anarca” in opposizione ad “anarchista”: “l’uomo libero è anarchico, l’anarchista no. […]. L’anarca può vivere in solitudine; l’anarchista è un tipo sociale e deve associarsi ai suoi simili”. In entrambi, la capacità di vivere la solitudine è la cifra fondamentale per poter scegliere, per non essere coartati dalla necessità di compensarla con qualsiasi tipo di vicinanza.

Essa è il presupposto della decisione, che si aggancia perfettamente a quando Max Stirner afferma categoricamente che “Io non riconosco altri diritti, fuorché quelli che io stesso concedo”, e tutti riconoscendo in sostanza che nessun tipo di libertà può essere una concessione, ma dipende soltanto da un preciso processo interiore.
Da questo punto in poi, si può parlare di “sovranità individuale”. “Scegli dunque: vuoi essere tu il padrone o preferisci che lo sia la società? Della tua scelta dipenderà l’essere un ‘’proprietario o un ‘pitocco’!”, scrive Stirner, e solo nel primo caso all’uomo viene accordata la rivendicazione di autodecisione e di autodeterminazione. È una specie di chiamata interiore che fa dire a Dagerman: “[…] devo avere il diritto dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un’unità che agisce autonomamente”. Troppe pallide ombre, o maschere pirandelliane, o esseri indifferenziati affetti da dromomania si aggirano in maniera afinalistica rivendicando una libertà che non hanno o, quantomeno, per dirla alla Nietzsche, sono liberi “da” qualcosa – dai propri fallimenti, dalle proprie insicurezze, dai demoni interiori di junghiana rappresentazione –, ma non liberi “per” qualcosa, essendo mancanti di un efficace senso di sé. Per Dagerman e per Stirner vale la considerazione di Martin Venator quando precisa come “l’anarca è tenuto a preservare la propria atmosfera, si tratta di un bisogno simile a quello dell’aria pura. Anche per la strada si evita di calpestare gli escrementi. Quanto più ci si è distanziati, lasciandoli alle proprie spalle, da legge e Stato, da Stato e società, tanto più si è preoccupati della propria nettezza”. Né pro, né contro, ma Altrove!
Solo con la presenza dei due elementi descritti si può parlare di “esercizio del potere” secondo “uomo differenziato” di Evola. Un uomo che si nutre di solitudine per poter offrirla, quando decide, nel dedicarsi agli altri; un uomo che è libero dalle ingerenze della moltitudine e dalle intromissioni del sistema, è un uomo capace di esercitare il potere soprattutto sulle sue debolezze, sulla sua instabilità interiore e sull’intrusioni emotive ed istintive. “Finché non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. […]. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente.”, conclude Dagerman la sua breve ma intensa elaborazione. Solo quest’uomo ha il potere di decidere autonomamente sulla verità, perché ha ragione Stirner quando afferma che è “necessario che l’uomo stesso diventi un altro se vuol conoscere la verità; che cioè occorre che egli diventi altrettanto vero quanto la verità stessa”. E le pallide ombre o le maschere pirandelliane o gli esseri indifferenziati, in quanto artefatti e manipolati, non possono pretendere né di riconoscere né di rivendicare alcuna verità.
Questo ‘idealtipo’ umano, questo archetipo che è in sé libertà, sovranità e potere, “non tende a raggiungere il potere” – conferma Martin Venator – “non gli corre dietro, né lo precede, perché lo possiede e ne gode nella propria autocoscienza”.
A trentuno anni Dagerman, già famoso per romanzi, drammi, poesie, racconti e articoli, si suicida, e “per l’uomo che deve morire la morte non è una vergogna, ma una missione privilegiata affidata a se stesso”. Il suicidio come l’estremo gesto di affermazione o gesto concreto di trasformazione.

Ernst Jünger, uno dei più grandi scrittori novecento, arruolatosi da minorenne nella Legione Straniera, pluridecorato, contrario alla democrazia e al nazionalsocialismo dal punto di vista aristocratico, cantore della guerra come esperienza interiore e del guerriero come portatore di stile e di etica, sperimentatore dell’LSD con il suo scopritore, entomologo di rilevanza e molto altro, morì poco più di un mese prima del compimento dei centotrè anni, dopo essersi ritirato da molto tempo volontariamente dalla scena pubblica.
Max Stirner, filosofo della sinistra hegeliana, precursore dell’anarco-individualismo, estraneo ad ogni attività contro lo Stato, rifiuta semplicemente la sua legittimità. Dopo la pubblicazione del suo libro che lo rese famoso, e che venne sequestrato e dissequestrato in tempi brevi, iniziò una vita segnata dallo sperpero di denaro anche non suo, da lavori saltuari di sopravvivenza e di scarsa rilevanza. Morì talmente povero a quarantanove anni che gli amici fecero addirittura una colletta per sistemargli una lapide decente.
Tre vite completamente diverse, per certi versi opposte, ma con una coincidenza significativa: quella di vedere l’uomo come padrone di un unico e peculiare progetto interiore, del quale si assume la piena responsabilità sulle conseguenze del proprio agire. Un autocrate nel senso etimologico più preciso del termine, che non rende conto delle sue scelte né agli idoli, né allo Stato, né alla società.