Chiarisco da subito che questo è solo l’inizio di un percorso di curiosità intellettuale – non so al momento se sintetico oppure lungo – di analisi e di approfondimento riguardanti il programma politico che fa riferimento al generale Roberto Vannacci. Una precisazione indispensabile ed una puntualizzazione doverosa onde evitare fraintendimenti e facili malintesi.

La distanza tra me e il Generale la rivendico come indiscutibile e innegabile: lui è democratico, io no. Winston Churchill disse che “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre sperimentate finora”: errore clamoroso. La democrazia ateniese era lontana, nella concezione e nei fatti, alla deformazione moderna alla quale ci hanno abituati a immaginare e ad intendere. In questo contesto non c’è né il tempo né lo spazio per definire i suoi principi e i suoi propositi, ma alcuni precetti è necessario identificarli e verranno ripresi.

“La democrazia ateniese non è cosa per moderni cosmopoliti borghesi, per pacifisti, egualitari, agnostici, libertari, magari comunisti post-comunisti”, scrive con l’usuale incisiva chiarezza l’amico Luca Rimbotti, storico e giornalista.

Quello che siamo abituati a vivere, e troppo spesso a sopportare, è un sistema tecno-economico, gestito spesso malamente da burocrati che rispondono ad interessi transnazionali e ricatti di tipo esclusivamente finanziario e che nulla hanno a che fare con le vere esigenze dei popoli e delle comunità di appartenenza. Il capitalismo piratesco è quello che preordina e gestisce l’azienda globalista degli usurai e dei bancarottieri di Bruxelles.

La democrazia in vigore è imparagonabile a quella della sua origine con un popolo ad intervento diretto ed una sua limitata estensione territoriale. Ci sono comunque dei punti di partenza che potrebbero essere utilizzati nella critica costruttiva di quella attuale. Quantomeno, talune difficoltà potrebbero essere riconosciute e affrontate con metodi concreti e con strategie sufficientemente coordinate. Il problema è, per ritornare al mio ontologico spirito antidemocratico, che questo sistema ha talmente inciso sul pensiero, anestetizzato le coscienze, indebolito le volontà e annebbiata la visione di un destino del popolo, in una misura più o meno importante, che questo ha volutamente o meno abbandonato il minimo spirito di cambiamento per una placida remissione ed una disciplinata sottomissione ad una preordinata realtà percepita come unica ed immodificabile.

 

È corretto precisare che le osservazioni a riguardo del programma di “Futuro Nazionale” si basano su una griglia di carattere filosofico-politico – meglio ancora, sulle prerogative della Filosofia Sociale e della Simbolica Politica di mia competenza – e non entrano nel merito della fattibilità concreta del progetto e neppure sulle difficoltà determinate dalla feroce quanto squallida opposizione che viene dedicata al medesimo.

Alla prima, rapidissima e superficiale lettura iniziale, quello che mi ha colpito è la precisazione sul necessario superamento della conflittualità destra-sinistra al fine di unire le forze per degli obiettivi comuni che riguardano la comunità di appartenenza,

Alla “ricorrente, compulsiva e incoercibile attitudine culturale delle élite progressiste ad accostare i loro avversari ad ambiti subumani di qualsiasi grado livello [per altro] duramente stigmatizzata solo quando utilizzata nei loro confronti” (G. Peroncini) che critica, diffama, squalifica, ridicolizza, criminalizza e demonizza il progetto in discussione, ricordo solo – a conferma della loro mirabolante ignoranza direttamente proporzionale alla strabiliante supponenza – che “I principi democratici sono stati criticati nel passato tanto da autori di sinistra quanto da autori di destra”, da Sorel a Bonald, da Berth a de Maistre, da Pouget a Maurras, da Proudhon a Carlyle e potrei continuare con Flaubert, con Balzac, con Renan e via via elencando. Lo preciso pur con la consapevolezza che da questi liberal-progressisti e demo-globalisti non ci si può aspettare un atteggiamento di dubbio e un comportamento di ricerca.

A loro è sufficiente l’infarinatura proposta delle agenzie di stampa, dalle trincee redazionali, dagli imbonitori del pensiero unico e conformista, dagli agitatori – per dirla alla Lenin – utili idioti del sistema che si illudono di contestare, per giudicare e condannare qualsiasi posizione che non sia confacente all’utopico e fasullo antagonismo.

Quindi, per finire, l’impostazione dell’analisi sarà di carattere misto – filosofico, sociologico, simbolico, psicologico e forse qualcos’altro – con tutti i limiti previsti e le difficoltà messe in conto. Niente di personale, né tantomeno soggettiva, ma quanto più possibile curata e rigorosa. È scontato che certi argomenti non potranno essere affrontati per mia incompetenza, ma tutto il resto deriva da precisi interessi ed approfondimenti. Per quanto fattibile ogni spunto, ogni concetto ed ogni valutazione saranno accuratamente vagliati e presi in considerazione.

Chiaramente una certa curiosità condivisa è implicita, come in qualsiasi presentazione e/o prefazione, ma per finire con un chiarimento scandaloso posso dire che storicamente, ideologicamente e politicamente sarei stato dalla parte dei patrioti Francisco Franco e Tejero Molina, ma né con Zapatero e né con Sanchez, e forse – per rimanere nell’attualità – Ceuta non sarebbe finita nelle condizioni attuali