Era il 7 ottobre del 2017 quando un gruppo importante di intellettuali, ognuno dei quali con specifiche conoscenze e specialità, stilarono un documento con un obiettivo preciso: “rilanciare l’idea di unità continentale, della sua identità messa a dura prova dal processo di secolarizzazione e dalla radicalizzazione del relativismo etico”.
“L’Europa è la nostra casa”, il pensiero condiviso che rientra perfettamente in un altro concetto, ridotto per spazio ma fondamentale per ideale, quello che stabilisce come “L’Italia è la nostra casa”.
Questa considerazione potrebbe rientrare come sottotitolo al manifesto di “Futuro Nazionale”, un progetto di rinascita che parte della conoscenza delle proprie radici molto prime che dalle operazioni politicanti-mercantili a cui ci ha abituato una democrazia remissiva, pantofolaia e malleabile.
Tempo addietro qualcuno ha osservato giustamente come l’Europa sia stata infettata durante alcuni secoli dai peggiori contagi ideologici e dalle più devastanti epidemie: dall’Illuminismo ghigliottinaro al relativismo francofortese, dal materialismo marxista al progressismo a stelle-e-strisce.

Dal punto di vista strettamente storico, è corretto riconoscere come le ‘radici cristiane’ siano una forzatura ufficializzata dalla forza vincente sulla memoria pagana e politeista delle sue origini. Resta il fatto, però, che la “Chiesa romanizzata” è stata la forza culturale e militare che ha praticato una difesa ad oltranza della sua civiltà e della sua identità contro tutte le forze allogene che intendevano conquistarla e domarla, ed è stata il contributo artistico ed il segno distintivo – dipinti, icone, affreschi e cattedrali – dal medioevo in poi.
Le infezioni, i contagi, le corruzioni che hanno colpito l’Europa nel corso dei secoli fino alla disgregazione attuale non potevano lasciare indenne una Italia predisposta per debolezze interne determinate e volute da ben individuati personaggi portatori di disfattismo e di resa incondizionata.
La perdita del senso di comunità è stata e rimane uno dei fattori principali della sua debilitazione che ha favorito la permeabilità a modelli e ad ideologie completamente estranee alla sua storia e la sua civiltà. Con l’avvento del globalismo e dell’ideologia cosmopolita – creati, supportati e diffusi dal capitalismo transnazionale – è partita la critica contro tutti i valori fondamentali che costituivano la tradizione, e il trionfo del meticciato apolide fondato sul funzionalismo economicista.

La fotografia simbolico-politica che Claudio Bonvecchio fa dell’Europa rispecchia esattamente la condizione in cui versa l’Italia, peraltro uno dei suoi membri che dovrebbero risultare più influenti. Preoccupante, per certi versi, è il fatto che nel documento chiamato “Dichiarazione di Parigi” del 2017 ci siano intellettuali di notevole caratura appartenenti alla Francia, all’Ungheria, alla Polonia, alla Norvegia, alla Spagna, al Regno Unito, alla Germania, all’Olanda e al Belgio, ma nessun rappresentante della cultura e del pensiero tradizionale di marca italica. Una mancanza significativa di un paese portatore di quel “latino [che] sostanzialmente, è la vera, unica lingua dell’Europa e l’espressione intellettualmente più alta dei valori universali di cui è stata (e dovrebbe essere) portatrice”.
Si legge sul manifesto di “Futuro Nazionale” che il progetto si fonda su “alcuni valori cardine – identità nazionale, sicurezza, libertà e tradizione – ritenuti indispensabili per una nuova primavera italiana”: quale sarebbe l’anomalia secondo la visione perversa di globalisti e dei terzomondisti?; “Valori non negoziabili: vita, famiglia, genere”: quale sarebbe la stranezza per i difensori del pianeta, gli ecoansiosi e i protettori dell’ambiente?; “Tutela della vita e della dignità della persona contro la cultura dello scarto”: quali sarebbe l’indecenza secondo l’ideologia distorta dei progressisti e della loro falsa cultura del benessere indefinito?; “Difesa dei confini nazionali”: quale sarebbe l’inconciliabilità con i difensori dei territori e delle frontiere altrui?
Cercheremo di rispondere a queste domande, con metodo e con coerenza mettendo in evidenza le palesi contraddizioni delle diverse controparti.
Un fattore positivo, ascoltando presentazioni, interviste e dibattiti, è la vantaggiosa ed efficace distanza verbale e non verbale tra il moderatismo di quella parte perdente che cede al linguaggio del nemico e la modalità aggressiva e insultante di quella che usa la verbalità violenta perché non ha niente di costruttivo e di intelligente per controbattere.

L’assertività è un po’ come il carattere – uno ce l’ha raffinato e culturalmente strutturato, o non ce l’ha. Un’attenzione particolare deve essere dedicata ad una scelta comunicativa persuasiva ed energica, che per chi interessato alla competizione elettorale diventa il fattore fondamentale per attirare quella importante fetta di elettorato che non vota.
Il cittadino pensante, ma rassegnato, è quello che ritiene che sia inutile andare alle urne perché “Sono tutti uguali”, “Perché tanto non cambia niente”, “Perché il gioco è barato in partenza”. Per un antidemocratico è lecito approvare e condividere queste considerazioni, ma chi è sinceramente partecipe e lealmente volenteroso nel tentativo di scardinare queste diffuse convinzioni non può permettersi dubbi di sorta. Meditiamo sulle parole di un grande poeta, saggista e politico, Abel Bonnard, che scrive: “Il deputato moderato è un tale che vorrebbe cessare di essere moderato, per essere sicuro di restare deputato. […]. Egli sogna quindi di venire a patti con l’avversario: vorrebbe poter negoziare con delicatezza, disertare in punta di piedi”.
Gli assenteisti dalle urne sono stanchi di simili arnesi politicanti e di fluidi figuranti che rientrano in quella politica come professione di molti – come si suol dire – senza arte né parte. Gli assenteisti pretendono una dottrina, reclamano un programma, esigono “animi fieri” sui quali basare il volto per la nazione.