“Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante” ha scritto il commediografo francese Jules Renard, a lui aggiungo François de La Rochefoucauld che specifica come “L’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”.

Spesso un’accoppiata squallida in molti figuranti pubblici e non di questa contemporaneità.
Nietzsche, con il suo concetto di ‘moraliner’, in certo qual modo, con il criterio della responsabilità opta per Max Weber e lasciando l’ipotesi di Immanuel Kant alla ciurma democratica moralista ipocrita.

Il “filosofo del martello” definisce due varianti di morale: quella del signore che fa riferimento alle conseguenze positive o negative, giuste o ingiuste, eque o arbitrarie, legittime o infondate delle proprie azioni, e quella del servo che si interessa soltanto delle proprie intenzioni che siano buone, caritatevoli, sensibili, indulgenti e pietose, perciò giustificabili.
Oltre ad innumerevoli falsificazioni concettuali e travisamenti linguistici, che rientrano in quel ‘politicamente corretto’ per cui si pretende addirittura che la legge giuridica sia superiore e determinante nel giudizio rispetto alla legge di natura, c’è un vocabolo che non manca mai nella greppia della mentalità progressista: il ‘diritto’, alimento indispensabile per ingrassare in maniera bulimica il moralismo e l’ipocrisia. Quali siano i limiti della richiesta non è dato sapere, perché tutto è incentrato sulla retorica e sull’indeterminatezza della soggettività.
Allora cercherò di parlare nella maniera più semplice possibile affinché anche le zucche vuote, oppure occupate da un cervello i cui neuroni e gli annessi dendriti sono stati assemblati con la tecnica del Minipimer, possano capire. Il linguaggio è quello degli esempi diretti usato quando, per servizio mi chiamavano nelle scuole sulla base della mia attività istituzionale.
Una delle prime cose che dicevo è che non esiste il ‘diritto allo studio’, casomai il diritto ad accedere alla scuola, da lì in poi esiste solo il ‘dovere dello studio’ con conseguente bocciatura in caso di inadempienza. Poi, altro esempio, tutti hanno diritto ad avere la patente, con il presupposto implicito di dover rispettare il codice della strada, senza la pretesa di poter guidare a sinistra, o di non rispettare i semafori, o di non adeguarsi ai limiti di velocità, con lo scontato ritiro della patente in caso di trasgressione. Queste due semplici precisazioni non credo abbiano bisogno di grandi studi giurisprudenziali e neppure di approfondite conoscenze sociologiche: sono soltanto osservazioni basate sulla logica, sul buon senso e sull’educazione civica.
La questione si fa complicata nei momenti in cui, sempre i tenutari della verità un tanto al chilo e della giustizia secondo comodità, quelle anime belle monoculari che inquadrano sempre e solo la realtà virtuale che pretendono essere vera, mentre ciò che è reale rimane nel punto cieco della vista e della coscienza, invocano con tronfia risolutezza l’equivoco ‘stato di diritto’.
È il caso ultimo di Giuseppe Barboni che ha steso a terra un disturbatore allogeno. È bene? No. È giusto, sì. La marmaglia moralista e ipocrita non ha organizzato cortei di protesta davanti al tribunale, dove un giudice ha rilasciato un pregiudicato allogeno alle otto di mattina e questo ha sfregiato una ragazza bianca a mezzogiorno. Il solito imbecille di cui non faccio il nome ma che presenta il condensato della stupidità e della pericolosa faziosità tra i pennivendoli infestanti le comunicazioni cartacee ha scritto – riferendosi ovviamente alla reazione dello “squadrista vannacciano che “Alla loro barbarie dobbiamo porre la forza della legge… fondamentale della nostra Repubblica: la Costituzione…Lo Stato di diritto, la nostra Costituzione, figlia della Resistenza che ha restituito libertà e dignità ad un paese che con una tragedia lunga un ventennio le aveva completamente perse. Non passerete!”.
A parte l’usuale mercanzia di ignoranza, disonestà e malafede che evidentemente viene distribuita gratis a tutte le mentine antifasciste, questo è l’esempio di come venga distorto e camuffato il criterio dello Stato di diritto.
Nel momento in cui il Viminale denuncia una percentuale del 550% le aggressioni con i coltelli, o armi bianche in generale, nel biennio ’24-’25 da parte di allogeni, che l’80% sono commesse da clandestini o irregolari che dir si voglia, non esiste lo Stato di diritto.

Quando i criminali di ogni età vengono liberati, seduta stante, pronti a delinquere qualche ora dopo con il beneplacito o quantomeno con la tolleranza di certa precisa e identificata parte politica, non esiste lo Stato di diritto.
Quando delinquenti di ogni risma finiscono male come se fosse un incidente sul lavoro e la vittima paga con la libertà e con i rimborsi, non esiste lo Stato di diritto.
Quando i gestori di attività commerciali di qualunque genere sono costretti a usufruire di servizi privati per tutelare se stessi e i clienti, non esiste lo Stato di diritto.
Quando gli spazi pubblici sono interdetti a singoli e a famiglie a causa dell’occupazione abusiva da parte di farabutti di ogni genere e grado, non esiste lo Stato di diritto.
Quando tutte le manifestazioni cosiddette antagoniste finiscono con assalti e devastazioni e su centinaia di individui vengono intercettati solo alcuni che mamma-magistratura tutela con ammonimenti e daspo, non esiste lo Stato di diritto.
Quando la libera interpretazione dei giudici finisce per diventare un’arma affilata contro coloro che l’ordine e la sicurezza sono preposti a ripristinare e difendere, non esiste lo Stato di diritto.
Quando un cittadino è costretto a ridurre la propria libertà di movimento, di espressione, di riunione per le azioni aggressive e intimidatorie di minoranze violente, non esiste lo Stato di diritto.
Quando la persona comune rispetta la norma che vieta in ogni forma il travisamento e pretende ovunque l’identificazione, mentre viene concesso alle allogene il nascondimento con il niqāb, non esiste lo Stato di diritto.
In sostanza, è lo Stato che non esiste, quindi neppure la tutela dei diritti dei cittadini che lo stesso è delegato all’applicare. Di più, lo Stato è nemico proprio di chi lo rispetta.
E in questa condizione di deriva, il minimo che può succedere – direi proprio come atto dovuto – è l’autodifesa o, meglio ancora, l’organizzazione autonoma attraverso la quale i cittadini si confermano in comunità. Più soggetti consapevoli della necessità di difendere insieme una libertà da condividere, non certo come quelli che “corrono dall’avvocato mentre gli stanno violentando la madre” secondo le illuminanti del grande pensatore radicale Léon Bloy.
Nella desolazione diffusa di questo tempo, emergono due figure esemplari del moralismo e dell’ipocrisia: il primo è tale Sigfrido Ranucci, il fustigatore dei costumi e detective da buco della serratura che si trasforma piagnone quando diventa bersaglio delle sue stesse modalità di condotta; la seconda è l’esilarante Ilaria Salis, la pluripregiudicata frequentatrice di martellatori antifascisti che esprime sdegno e condanna per quattro sberle rifilate ad un allogeno molesto.

Per entrambi vale l’incipit iniziale di Jules Renard “Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante”.