Mi aggancio ad un mini video – non so tecnicamente come definire in altro modo il rapido commento mattutino di Augusto Grandi – in cui invitava i genitori a lasciare chi ragazzi sperimentassero quella quota di rischio compatibile con l’età, al fine di rafforzare la loro immunità psicologica, non confidando tanto sulla fortuna concessa nella buona riuscita nelle loro azioni, quanto sulla capacità di rialzarsi e di riprendersi dopo le naturali cadute.

È quello che molti psicologi seri ripetono da tempo memorabile, come ultimo l’ormai famoso e super citato Paolo Crepet che non solo ha denunciato la scuola, la famiglia e i mass media nell’indebolire sempre di più il carattere e la personalità dei giovani, ma giustamente ha rilevato come lo stupore disarmato dei genitori di fronte al disagio e all’inettitudine dei figli sia racchiuso in una frase tipica del loro approccio al terapeuta in cerca di aiuto: “Gli abbiamo dato sempre tutto e non comprendiamo perché sia finito così”.

Nell’“abbiamo dato sempre tutto” è sintetizzata la diagnosi del fallimento educativo.

La vita è un’arrampicata per raggiungere una meta confacente alle proprie capacità e conquistabile solo applicando al massimo la propria volontà. Le capacità, ovviamente, oscillano tra quelle più fortunate e quelle meno favorevoli – per luogo di nascita, per famiglia di origine, per predisposizione genetica – ma ciò non significa che nel primo caso si debba dare tutto per scontato. Ci sono persone che sono partite con le garanzie più vantaggiose, ma non hanno saputo sfruttarle o, magari, dal punto di vista economico, le hanno addirittura dilapidate. Altre, invece, pur partendo con degli svantaggi iniziali, hanno saputo lavorare su di sé raggiungendo obiettivi e posizioni inizialmente ritenute impensabili.

Allenamento? Anche si! Ma soprattutto a quell’educazione allo sforzo, alla fatica e al dovere che temprano la volontà. C’è un post messo da un’amica su Facebook particolarmente simpatico e che definisce in poche righe la mentalità domestica del mondo odierno rispetto a quello passato. È definito da un dialogo semplicissimo e cortissimo tra una madre e un figlio: “Mamma, oggi piove”, dice lui/lei. “lo so amore. Oggi niente scuola perché hanno dato l’allerta meteo”. Qualche decennio fa: “Mamma, oggi c’è una forte tempesta”, sempre lui/lei. “Lo so amore. Prendi questa bussola, gli stivali, la carne essiccata, il Kayak del nonno e fai il bravo in classe”.

Un dialogo paradossale, ma che rende perfettamente l’idea di cosa significava un tempo l’addestramento alla vita.

Una volta arrivavi in classe e l’insegnante, senza impedimenti, rimostranze od ordinamenti si accendeva la prima sigaretta, apriva registro e faceva scorrere con inesorabile sadismo il dito sui nomi dei presenti e poi, dopo aver scrutato con l’inesorabile sadismo di cui sopra tutta la classe, guardava uno negli occhi e con lo stesso dito indice dello scorrimento diceva: “Tu”. E poco importava se ti aveva già chiamato ieri, oppure se era prevista una provetta di matematica, o se dopo ti aspettava il compito in classe. “Tu” eri il prescelto, e nulla cambiava la tua sorte. Era il caso fortuito della vita, l’evento inatteso e ansiogeno, lo scombussolamento della routine data per scontata. Piccole ansie e frustrazioni che forgiavano il carattere e creano anche un modo realistico di affrontare la vita.

Ma questa idea inculcata nei giovani secondo la quale ogni cosa è data per sicura e niente può uscire da una presupposta zona confortevole e agevole, è una modalità di pensiero sempre più diffusa anche negli adulti, sempre meno abituati ad affrontare il mondo secondo le modalità, magari soltanto fataliste, dei nostri antenati più o meno vicini.

Per alcuni aspetti, ovviamente non comprensivi di ogni situazione, per quanto mi riguarda è stata la psicoanalisi con il sacrificio dell’onorario, la rigidità delle sedute, il silenzio del terapeuta, l’assenza del consiglio a far comprendere – solo a coloro che sono predisposti alla comprensione – che la vita o è progetto, o non è. Che questo progetto non scelto, e quindi traducibile anche come destino, per essere compiuto necessita della nostra piena disponibilità.

Ha scritto Salvatore Natoli che non sempre siamo responsabili delle disgrazie che ci accadono, ma anche quando così fosse, siamo comunque responsabili del modo con cui le affrontiamo.

Se osserviamo e studiamo la pubblicità che viene diffusa dai media sulle varie opzioni dei supporti psicologici, ci si accorge, almeno da specialisti, quali e quanto siano fuorvianti e ingannevoli i messaggi che vengono distribuiti. Innanzitutto, i colloqui online che sono venuti di moda dopo la criminale operazione di lockdown: una distanza che nega una serie infinita di particolarità che solo la presenza corporea della persona riesce a mettere in evidenza. Poi, il fatto che la prima seduta sia gratuita: una equivoca cattura della persona, piuttosto che una sua autonoma e primaria decisione di affrontare un percorso di autoconsapevolezza. Infine, per certi versi una seduzione ancora più grave, quella che intende la psicoterapia come incontri di chiacchierate, di scambi di opinione, di distribuzione di consigli.

Dispiace per le anime belle che credono nelle passeggiate psicologiche, nelle scampagnate emozionali e nei picnic dell’anima.

Il cammino verso quella che Jung chiamava “principio di individuazione” è irto di ostacoli e di trappole, e non una passeggiata tra i meandri tortuosi delle fragilità, delle aspirazioni e dei fallimenti. Il professor Vladimir Hudolin, creatore di gruppi di alcolisti in trattamento, aveva avvertito che nel momento in cui una seduta fosse finita in allegria e in rilassatezza significava che tutto era stato superficiale e niente era stato seriamente affrontato nelle problematiche da affrontare. Quindi, fallita.

Come i genitori e gli educatori non sono coloro preposti a risolvere i problemi della vita dei giovani, ma hanno solo il dovere di rinforzare il loro carattere e la loro personalità per affrontarli, così gli psicoterapeuti non sono né le badanti, né le consolatrici e neppure gli sfogatoi dei problemi altrui. Gli psicoterapeuti, per usare una metafora utilizzata da un docente della materia, sono coloro che insegnano come preparare uno zaino, come indicare una preparazione atletica, come leggere correttamente una mappa: la scarpinata sulla montagna della vita ognuna deve farsela con le proprie forze, perché non esiste nell’esistenza di nessuno un soccorso alpino che ti sollevi e ti porti alla meta.