Come sempre, davanti ad un evento tragico ed inquietante come l’assassinio perpetrato da più giovani in branco, si scatenano le più fantasiose interpretazioni e i più inverosimili interventi. Si passa con agile superficialità dal giustificazionismo più dannoso che inutile, alla presa di mira di quello che all’interno di un’analisi sistemica viene definito con il termine di “capro espiatorio”.

In entrambi i casi si perde l’occasione di prendere in considerazione il quadro esistenziale completo dei protagonisti del reato, mentre solo una accurata e precisa analisi è il principio indispensabile per un intervento adeguato e valido di tipo psicologico, sociale, educativo o penale.

Innanzitutto è prioritario l’incontro con i familiari, e pressoché contemporaneamente la valutazione dello stile relazionale ed educativo che tutto il nucleo pone in essere, perché, come ha scritto lo psicanalista René Kaes, “La costruzione psichica di un individuo deriva dal flusso esistenziale, conscio e inconscio, che si tramanda fra generazioni [e] sulla base delle esperienze che i genitori stessi hanno vissuto a loro volta come figli”.

Già questa considerazione assume un’importanza fondamentale nell’analisi dei giovani protagonisti di condotte semplicemente illecite fino a giungere reati di sangue. Ancora più complicata si fa la questione nel momento in cui ci si deve a confrontare con soggetti di altre etnie, quindi con “radici strappate e malattie migranti”, in quanto – come ha ipotizzato il più volte e citato antropologo e psicoanalista ungherese Georges Devereux – sussiste una “componente inconscia che l’individuo ha in comune con la maggioranza dei membri della sua cultura – ‘l’inconscio etnico’ – che si trasmette in via transgenerazionale attraverso una sorta di insegnamento non biologico e che viene sottoposto ai processi di rimozione”. Questa riflessione strettamente psicologica può essere perfettamente presa in considerazione anche nella valutazione dei comportamenti e non soltanto dei disturbi clamorosamente psichici, come ad esempio, nella ‘danza del coltello’, rituale che è diventato famoso presso i cosiddetti ‘maranza’.

Se “Le distorsioni del ruolo materno e paterno possono contribuire allo sviluppo dei problemi di comportamento dei figli non solo durante l’infanzia, ma anche durante l’adolescenza”, con lo sviluppo conseguente di forme, ad esempio, di antisocialità, a maggior ragione queste ricadute possono risultare molto più gravi e devastanti sui giovani nati e vissuti in famiglie in cui il copione (dis)educativo è stato incentrato sul predominio, sulla forza e sulla prevaricazione.

Ad aggravare – come se ce ne fosse ulteriore bisogno – il quadro psicologico e penale dei comportamenti giovanili è anche l’assunzione di sostanze stupefacenti, in quanto proprio “Gli adolescenti con disturbi di comportamento tendono ad essere coinvolti nell’uso di droghe”. La cosa allarmante è secondo un monitoraggio costante sull’uso di sostanze degli adolescenti europei tra i 15 e i 18 anni […] la sperimentazione di sostanze psicoattive è da considerare ormai una componente fisiologica del processo di crescita, come dimostrato dalla ridotta percentuale di astinenti totali”.

A questo punto, ci sono da prendere in considerazione due parametri: la pericolosità e la possibilità di trattamento per le varie problematiche psichiche.

Con la discutibile legge Basaglia, la pericolosità sociale venne ampiamente sottovalutata, quando non negata, tant’è che con la legge numero 81 del 2014 sono stati aboliti gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e rimpiazzati con le cosiddette REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) in nome della prevalenza riabilitativa su quella della custodia. Tutto bene, se si nega il problema, quello che la pericolosità esiste ed è clinicamente valutabile in base a una serie ben precisa e approfondita di parametri – dalle recidive, agli aspetti organizzativi della criminalità, alle caratteristiche psicopatiche dei soggetti, tanto per riassumere grossolanamente i quadri da indagare. Per fare un esempio pratico, la psicopatia e il narcisismo sono due condizioni che assieme alla incapacità di intendere e di volere hanno un’altra caratteristica, quella non solo di essere incurabili ma addirittura intrattabili, per la mancanza di rimorso e di senso di colpa, per la mancanza di empatia emotiva, per il patologico egocentrismo e per la capacità di manipolazione.

Che fare, quindi? In molti sono propensi a quella che in un termine un po’ contorto viene definita “degiurisdizionalizzazione” della criminalità giovanile; in altri termini, evitare il passaggio in luoghi di custodia e applicarsi di più nel senso della protezione dei diritti del minore e della “riparazione” attraverso il lavoro psicologico e relazionale tra vittima e colpevole, oppure nei controlli a distanza attraverso la cosiddetta “messa alla prova” finalizzata alla responsabilizzazione del giovane reo.

Tutto bello, amorevole e premuroso, ma il confronto con la realtà nella sua concretezza pratica e soprattutto economica fa emergere alcune domande: è possibile tutto questo con le risorse che ci sono? è giusto investire per un discutibile e aleatorio recupero di individui estranei alla comunità e comunque con caratteristiche educative e familiari allogene?

Prendiamo in considerazione quattro conti che nessuno studia e nessuno calcola per non rovinare l’atmosfera della retorica buonista che sta affossando il paese sia dal punto di vista dell’economia che da quello della sicurezza.

Secondo i dati del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, al 31 marzo 2026, i minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi minorili erano 16.131 maschi, 1.569 femmine, per un totale di 17.700 soggetti suddivisi nelle diverse strutture – domicilio, comunità, carcere, centri di accoglienza ecc. –, con un carico di spesa enorme per sorveglianza, mantenimento ed altri obblighi di sussistenza, con una percentuale di stranieri del 51,1%, con costi che variano dai 150 € fino al triplo a seconda delle comunità di accoglienza.

Al 30 aprile 2025, i detenuti stranieri nelle carceri italiane erano 19.740, rappresentando il 31,6% della popolazione carceraria totale per una spesa totale annua per i soli detenuti stranieri vicina al miliardo di euro.

Arriviamo ad uno scarno, riassunto finale, con la soddisfazione di far rabbrividire le anime belle dell’accoglionismo e della redenzione ad oltranza.

Partendo dal principio che chi delinque si pone volontariamente al di fuori del rispetto comunitario, non sarebbe più sano e costruttivo rimpatriare delinquenti e familiari dalla terra di origine indipendentemente dallo status acquisito?

I benefici sarebbero evidenti. Maggiori risorse variamente distribuite per il riassestamento di carceri, di scuole e di edifici pubblici; sussidi sostanziosi a famiglie, ad anziani, a comunità terapeutiche, a madri in difficoltà e a tanti italiani in condizioni di precaria quotidianità; investimenti economici per l’insegnamento e per la sanità – previa eliminazione, cosa purtroppo impossibile, tramite ghigliottina per tutti i responsabili dell’attuale disastro; miglioramento complessivo delle condizioni economiche, sociali e di sicurezza del nostro popolo.

È cinismo remigrazionista il mio? Sempre meglio del buonismo accoglionista che sta portando alla deriva la nazione.