Ci sono degli indicatori di rassegnazione che si evidenziano in alcuni proponimenti che sono diventati quasi dei mantra: ‘abbassare i toni’, ‘non accettare le provocazioni’, ‘tenere un basso profilo’, ‘non esacerbare le conflittualità’, ‘contenere le reazioni’ ecc.
Un esempio per tutti. C’è il ‘solito’ onnisciente – di arte, di politica, di relazioni internazionali, di storia e meno ne sa più ne parla – che commentando l’intervento di Peter Hegseth, segretario della difesa americano che evocava una missione religiosa nell’intervento yankee, ha parlato di blasfemia evidenziando il Dio pacifista di Isaia, la crocifissione come simbolo di sconfitta, l’amore del cristiano verso i propri nemici, inanellando una dopo l’altra una serie noiosa di interpretazioni retoriche e perbeniste. Forse si dimentica il Magnifico, in senso di Rettore – peggio per l’università – che “la Chiesa non ha mai professato il pacifismo ad oltranza”, neppure quella teologia della liberazione a cui l’esimio si riferisce e che ha fatto capo a Papa Francesco, visto che uno dei portavoce di questa sovversione religiosa è il gesuita e teologo Ignacio Ellacuría il quale ha scritto pensieri di estrema rilevanza in proposito come “c’è una lotta violenta ed armata per la giustizia che può essere lecita e persino obbligatoria”, oppure “una grande misericordia non è contraria alla lotta, la passione per la giustizia, perfino all’uso della violenza e tale misericordia può comportare una giusta collera”.

Quindi, al netto delle deliranti dichiarazioni provenienti dalla lontana America, se un certo cristianesimo fosse stato la ricerca della sconfitta e l’amore nei confronti del nemico a quest’ora non esisterebbe più, e senza di esso ci sarebbe un buio totale in tutti gli anni di storia, di arte, di cultura, di architettura e di molte altre materie che, bene o male, ha trasmesso nei secoli. Puntualizzare l’essenza del “Cristo innocente” di Nietzsche, tradita dai sacerdoti, rinnegando così la sua natura di “idillio vivente” rimanda ad un’altra storia. Le civiltà non si sono costituite con scambi di doni, ma con il confronto fra potenze.
La realtà che si esprime nelle quotidiane cronache italiane ed europee a proposito dei comportamenti e delle pretese di una parte ben definita e circoscritta dell’Islam, non porta certo alla predisposizione all’amore e alla tolleranza, almeno non in quelle persone capaci di intendere e di volere e non accecate da una certa retorica suicida.
Quando da un lato si rivendica la sharia con gli annessi e connessi della legge coranica, e dall’altro si eliminano i crocifissi per non urtare l’altrui sensibilità, non si celebra il Natale nelle scuole per il rispetto delle altre religioni, non si nomina la Quaresima per non offendere il digiuno degli altri, si coprono le statue per non irritare la morale dell’ospite e via via arrendendosi, dimostrando soltanto la propria debolezza e, sotto sotto, il timore di eventuali reazioni e ripercussioni.
Ora, in psicoanalisi, amore e odio non sono opposti, ma passioni strettamente coesistenti; a ragione sono considerate due facce della stessa medaglia in quanto il loro comune coinvolgimento emotivo ha una precisa collocazione addirittura neurobiologica, perché usufruiscono di un dispositivo condiviso che permette il passaggio da un sentimento all’altro e anche in maniera particolarmente veloce. Quindi, pretendere di onorare e di celebrare le proprie tradizioni e le proprie radici di civiltà non è necessariamente determinato dall’odio verso gli altri, ma – fattore ancora più importante – dall’amore di sé e verso la propria comunità. Fare altrimenti significa solo tradimento.

“Il cristianesimo” – giustamente osserva Régis Debray – “si è trasformato socialmente in un ultraumanesimo, un’etica per comportarsi meglio e migliorare la vita in comune, e non una preparazione alla vita eterna”, questo criterio è il nucleo che caratterizza il pensiero dell’onnisciente citato nelle prime righe, e dovrebbe andare a spiegare la sua benevolenza e l’amore per il nemico in Eritrea, in Nigeria, in Somalia, nel Sudan dove i cristiani vengono quotidianamente uccisi. Con cristiana sollecitudine aspetterò in aeroporto la sua bara e gli renderò i dovuti onori religiosi.
C’è da dire che questa passiva benevolenza non interessa soltanto il problema islamista, ma coinvolge tutte le manifestazioni genericamente antisociali che infestano le nostre città. In sostanza, siamo di fronte ad un permissivismo che trova le sue giustificazioni in una falsificata interpretazione della bontà ed in una distorta rappresentazione della giustizia.
Nei vari gruppi che agiscono in maniera più o meno illegale ci sono soggetti che in maniera organizzata e premeditata attentano quotidianamente alla sicurezza delle città e al funzionamento stesso dei diversi apparati statali. Quando vengono identificati scattano le più diverse scusanti delle loro azioni – persone che sbagliano, bisognose di comprensione e di supporti, portatrici di disagi personali, vittime delle altrui incomprensioni, discriminate e non considerate e via via giustificando.
Nell’antica Grecia, ogni azione illecita, violenta o meno, veniva considerata un danno nei confronti dell’intera città, e tuttora in Cina il reato non è considerato nel limite del rapporto di offesa tra aggressore e vittima, ma un vero e proprio crimine verso la propria comunità.
Se si ribaltasse la prospettiva di analisi, e si passasse dalla cornice interpersonale ad un quadro più generale, quindi se i reati venissero considerati un oltraggio nei confronti dello Stato, e i rei nemici dello stesso, cambierebbero automaticamente i termini pratici per affrontare i problemi. Ecco che allora il devastatore, l’antagonista, lo spacciatore, il truffatore, il rapinatore, lo stupratore diventerebbero i nemici della propria collettività di appartenenza, e quindi dello Stato che la rappresenta.

“Bisogna che la collettività accetti di guardare in faccia la realtà, senza lasciarsi indurre in errore da discorsi seducenti (o idealizzanti)”, avverte Eric Werner, come avviene da tempo immemorabile da parte dei progressisti, dei clericali e da una fetta cospicua di togati. Politicanti e giuristi – ormai siamo davanti a un’evidenza indiscutibile – “non si prefiggono di lottare contro la delinquenza, ma di impedire ai cittadini onesti di difendersi contro i criminali. Il loro bersaglio è, in effetti, la legittima difesa”.
Ma c’è un pericolo, sempre presente: “Temete l’ira dei mansueti perché essi riverseranno in voi tutto ciò che hanno subito”, E questo rischio dovrebbe essere tenuto in debito conto da politici e dai legislatori, troppo spesso impegnati nel vendere fumo e nell’assistentato sociale, prima che arrivi il tempo dell’irreparabile.
È indispensabile al più presto superare il terrore di giudicare e di intervenire per mettere fuori gioco chi, artatamente, opera per terrorizzare e per prevalere.