Avevo evitato, nonostante le sollecitazioni di molti amici, di affrontare il caso di Mario Roggero, il suo comportamento e le conseguenze penali dello stesso. La questione è particolarmente complicata perché non riguarda soltanto l’applicazione, secondo protocollo, del Codice Penale, ma la situazione in cui l’evento – che tecnicamente viene chiamato ‘omicidario’ – si è verificato.

Ho deciso di farlo dopo un post di una carissima amica e grande professionista, Elisabetta Aldrovandi, docente di criminologia e vittimologia, con la quale ho condiviso alcuni incontri pubblici specificamente focalizzati sulla violenza nei confronti delle donne.

La specialista evidenzia in un Suo scritto, a proposito del giudizio sull’orefice, l’assenza di un “criterio esimente”, ovvero quella “norma che annulla la responsabilità penale di un individuo che ha commesso un fatto tipico, antigiuridico doloso o colposo”. Nello specifico di Roggero, “una causa di non punibilità perché esasperato per ripetuti reati subiti in precedenza e per i quali è rimasto senza giustizia, di fronte all’ennesima aggressione nella quale è stata riempita di botte pure la figlia e in passato anche la moglie, reagisca in modo abnorme, inseguendo i criminali e sparando”.

Si valuti attentamente il video e si prendano in considerazione il numero di violenze precedentemente subite.

Come perito del Tribunale per alcuni decenni, avrei senza dubbio anch’io preso posizione come quella espressa dalla dottoressa Aldrovandi.

Il Roggero, per l’ennesima volta, ha vissuto il trauma dell’aggressione a sé e ai suoi familiari, riportando a galla delle condizioni emotive e delle frustrazioni mai superate. Bisogna sempre tener presente che componenti legate ad esperienze di vita e a shock sofferti hanno un’influenza talvolta decisiva nella risposta affettiva e nell’agito conseguente. Il “discontrollo degli impulsi” non è nell’ordine del ‘capire’, ovvero del ragionare freddamente a tavolino su ciò che è lecito e su ciò che è illecito, ma nell’ambito del ‘comprendere’, nel senso di assumere più notizie possibili riguardanti l’azione individuale e il contesto nel quale è si è generata al fine di giungere a delineare un quadro dello stato psichico al momento del fatto.

Questo riguarda la “capacità di intendere” nel senso di “valutare le proprie azioni, discernere il valore, il significato, le conseguenze morali e giuridiche di ciò che male e di ciò che è bene dell’apprezzamento e della previsione della portata delle proprie azioni o omissioni”. Per la “capacità di volere”, “la libertà psichica di criterio selettivo tra due o più azioni ugualmente attuabili: libertà di scelta e di autodeterminazione. […]. Sottoporre ad esame critico le proprie azioni, comprendere il diritto penale e conformarvisi”.

La ‘comprensione’ è una disposizione che prevede quel particolare “rigore metodologico” – di cui è stato un vero maestro Ugo Fornari – grazie al quale “una metodologia rigorosa e articolata, eviti ogni pronuncia dogmatica, ed offre la maggior quantità possibile di elementi anamnestici, clinici e psicodiagnostici”.

Nel caso in esame c’è da chiedersi se “l’agente si sia determinato in maniera libera, autonoma e consapevole”, una precisazione non da poco che Tullio Bandini e Gabriele Rocca hanno sottolineato in un loro saggio. È facile, comodamente seduti alla scrivania, lontani nel tempo e assenti dal luogo dell’evento, fare delle domande di rito come “non ha pensato alle conseguenze?”, “non ha avuto un attimo di esitazione?”, “non creduto che forse era meglio lasciar perdere?”, “non ha pensato che avrebbe potuto colpire un innocente che passava per caso?” … e via via sproloquiando.

Elisabetta Adrovandi, viste le sue competenze criminologiche, annota con correttezza che il Roggero “se, in pratica, non si fosse ridotto a vivere in un perenne stato di ansia, frustrazione, paura e impotenza, mai avrebbe inseguito gli ennesimi rapinatori. E mai avrebbe sparato”.

Sotto questo aspetto psicodinamico, e per certi versi psicopatologico del comportamento in questione, c’è da considerare un aspetto molto importante che interessa il campo della “vittimologia” ed è la “rivittimizzazione”: “quella sindrome ripetitiva o vittima recidivante [che] in senso generale, fa riferimento al soggetto vittima che, a distanza di tempo, diviene nuovamente vittima di un evento vittimogeno o analogo o diverso dal primo”.

Inoltre, i diversi autori che si sono occupati specificamente di questo argomento, puntualizzano come – e nel caso di Roggero questa valutazione è peculiare – esiste una “vittimizzazione secondaria”, una modalità “legata al ‘disinteresse’ e al ‘malfunzionamento dei sistemi’ (giuridici e burocratici)”.

Questi accertamenti clinici non è che automaticamente assolvono un “reato di impeto” o una qualsivoglia aggressività incontrollata, ma forniscono una cornice entro la quale valutare in maniera ‘scientifica’ le motivazioni situazionali e psichiche del soggetto coinvolto.

Peraltro, aggiungo una nota polemica. Abbiamo assistito a valutazioni giudiziarie su rei di crimini violenti che prendevano in considerazione come attenuanti “lo stress da balcone”, “traumi da migrazione”, “disturbo di adattamento”, mentre non è stata valutata la presenza di un “Disturbo da stress post-traumatico” che prevede negli item prescritti, la “esposizione a morte reale, o minaccia di morte” secondo diverse modalità – “esperienza diretta dell’evento, evento traumatico accaduto ad un membro della famiglia come violenza o minaccia di morte, fare esperienza ripetuta del fatto”.

La stessa superficialità di giudizio si manifesta da parte degli innumerevoli imbrattacarte, timbratori da mezzemaniche, casalinghe da ‘Novella 2000’, bamboccioni con i Pampers e “illici” vari secondo la tripartizione gnostica quando accade una morte accidentale durante un arresto o in corso di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Qui il discorso, a chiusura, si fa personale. Tra i commentatori che sono passati da specialisti virologi a esperti del clima, da competenti legislatori a consulenti nucleari, c’è qualcuno che si è trovato chiuso in una stanza con una persona fuori di testa che brandiva uno spezzone di vetro dopo aver spaccato le finestre? C’è qualcuno che ha rischiato di essere accoltellato alla schiena? C’è qualcuno che ha trovato dietro la porta di entrata uno che brandiva una accetta? C’è qualcuno con un trauma cranico, con alcune costole rotte, con una rottura della capsula del polso, con ematomi diffusi? Nessuno? Io sì, e so cosa significa vivere queste situazioni e subirne le conseguenze. Per cui signori – si fa per dire – prima di giudicare, provate a pensare alle vostre esistenze, ai vostri risultati lavorativi, ai vostri esiti genitoriali, alle vostre esistenze salottiere, ai vostri studi raffazzonati, alle vostre competenze discutibili. Una cosa vi riconosco, quella di essere emeriti rappresentanti della democrazia che, per dirla con l’amico Massimo Fini, è quel sistema dove la gente confonde la libertà di parola con la libertà di dire cazzate.