Dal punto di vista psicologico e sociologico, la prima distinzione da fare nell’affrontare il problema della devianza è se questa si manifesti individualmente o in gruppo. Qualunque approccio che non parta da questa selezione è automaticamente banale, insignificante e inconsistente.

Partiamo, quindi, dalla questione più ‘semplice’, quella individuale.

La valutazione della genesi di un comportamento deviante deve necessariamente avere un approccio multidisciplinare che parte dall’aspetto biologico, passa attraverso analisi dei legami familiari e dello sviluppo sia cognitivo che emotivo, per arrivare al contesto socioculturale. Una variante non di poco conto è l’eventuale uso precoce di sostanze tossiche e/o psicoattive.

Nella componente evolutiva, quel microsistema chiamato anche famiglia, se malfunzionante o con aspetti addirittura di influenzamento negativo, quindi incapace di controllo adeguato o persino controproducente, aumentano il rischio in maniera esponenziale di comportamenti devianti.

Dato che la partecipazione ai modelli di gruppo è una tappa importante nello sviluppo individuale, è altresì vero che, senza i presupposti adattivi positivi, la caduta nella trappola delle bande è altamente facilitata. Peraltro, avverte Chiara Ripamonti, “Già a partire dalla scuola materna, è possibile prevedere se un bambino rischia di sviluppare una serie di comportamenti che lo porteranno in adolescenza ad avere rapporti con coetanei antisociali”.

Per usare un esempio sufficientemente noto alle cronache, quando i genitori diventano i sindacalisti scolastici squalificando gli insegnanti e arrivando magari ad aggredirne fisicamente qualcuno, non occorre essere esperti di psicodinamica e di psicopatologie dell’età evolutiva per comprendere da subito quali possano essere le conseguenze di una simile svalutazione dell’autorità e, inoltre, della perdita nel giovane di quella dose necessaria ad una costruttiva autoconsapevolezza e tolleranza alle frustrazioni.

“Abbiamo bisogno di genitori autorevoli”, titola Matteo Lancini un suo saggio, con un sottotitolo significativo “Aiutare gli adolescenti a diventare adulti”, ma in una società come quelle attuale, dove è davanti agli occhi di tutti – almeno di coloro che vogliono vedere – una generalizzata infantilizzazione degli adulti, come possono questi aiutare nel percorso i propri figli se hanno fallito anche nel proprio? Tutti gli espedienti, al limite del ridicolo, dell’educazione affettiva come programma scolastico non possono che fallire, perché l’apprendimento delle modalità di affrontare la realtà con le sue difficoltà, i fallimenti, le fatiche non deriva dalle parole dei genitori e tantomeno con i sussidiari sul rispetto di sé e dell’ambiente, sul contegno verbale, sul decoro personale, sulla correttezza interpersonale, ma sulla prima e fondamentale esperienza relazionale: l’esempio dato dalle figure significative.

Quando si arriva alla complicità del gruppo e del bullismo da gang, la situazione è già avanti e complicata.

“Nel percorso di sviluppo i bulli solitamente non ricevono il giusto contenimento, non hanno un modello di riferimento chiaro, stabile e autorevole, vivono allo sbaraglio, senza ricevere regole, senza ‘no’, spesso orfani di educazione. […]. In questo modo, crescono senza paura, senza il timore di una punizione o di una sanzione: non riescono a porsi dei limiti, delle domande quando serve, non sono capaci di valutare l’entità di ciò che stanno facendo e le conseguenze”, evidenzia Antonio Murzio.

Per tutti coloro che trovano delle giustificazioni per certi comportamenti giovanili è bene chiarire che non si parla delle normali esuberanze, trasgressioni, disubbidienze e ribellioni che fanno parte delle fisiologiche esperienze di autonomia e dell’esibizione del proprio coraggio e della propria spavalderia, ma di abitudini e fatti di natura criminale come il dotarsi del coltello, l’esibizione del machete, il danneggiamento di cose pubbliche fino alle devastazioni, agli accoltellamenti, agli scippi e alle rapine. La gravità di queste situazioni è anche dovuta agli schemi aggregativi – ad esempio quegli appartenenti al fenomeno di baby gang che passa sotto il nome ‘maranza’ – che prevedono la presenza di un capo branco, di una più o meno strutturata gerarchia interna, di un posizionamento di controllo ben definito – giardino, quartiere, rione ecc. –, della coesione omertosa tra i membri, di una simbologia di linguaggio, vestizione, tatuaggi ed altri indici identificativi.

In linea generale, ma soprattutto in questi casi particolarmente significativi, “La responsabilizzazione dell’autore di reato viene considerata come il mezzo più efficace ai fini preventivi” (De Leo, Patrizi), perché la pena non è semplice semplicemente un mezzo punitivo, ma necessariamente una delle modalità di introiezione da parte dell’autore del significato giuridico e morale del suo gesto.

La detenzione, quindi, – che è un po’ il corrispettivo del contenimento psichiatrico con il Trattamento Sanitario Obbligatorio per una persona incapace dell’esame di realtà e di gestirsi nei comportamenti – deve essere un modo di rompere ogni tipo di legame con l’ambiente antisociale e attraverso il cosiddetto ‘modello punitivo-retributivo’ fare in modo che l’autore del reato comprenda, in termini concreti, la gravità dei suoi comportamenti, introiettando la differenza tra giusto e sbagliato, tra bene e male. Contemporaneamente, però, devono essere messe in atto quelle procedure di carattere sistemico – psicologico, sociale e familiare – che permettano, oltre ad una positiva elaborazione personale, anche un positivo reinserimento nel contesto socio-familiare ed eventualmente scolastico, questo secondo le modalità previste dal modello ‘riparativo’. Senza la dovuta elaborazione del male, non ci può essere un intendimento del bene.

Perciò, “Non si devono mai giustificare i comportamenti aggressivi e violenti del giovane, perché si rischia di fargli sperimentare maggiormente l’onnipotenza, andando a rinforzare le sue condotte”.

In altre parole, la consuetudine giustificativa del “‘so’ ragazzi” è solo un modo vile degli adulti di non assumersi le dovute responsabilità e lasciare che tutto peggiori fino all’impossibilità di ogni ragionevole e umano recupero del soggetto interessato. È l’espressione idiota del fallimento genitoriale, scolastico, sociale e massmediatico.