Quello che non perdonerò mai a Francesco Guccini è di essere riuscito a far emergere una particolarità personale da sempre, e tuttora, perfettamente nascosta agli sguardi pubblici: una sensibilità emotiva.
A tutti gli effetti, un poeta, “un burattinaio di parole” secondo una sua autocertificazione, è stato ed è affascinante ascoltarlo accompagnato dalla musica, ma dal mio punto di vista è stato ed è molto più accattivante e pregnante leggere i testi delle sue canzoni.

Dal momento della sua morte, le diverse fazioni si sono variamente scatenate in opposte considerazioni – da icona antifascista a finto rivoluzionario –, ognuna spulciando tra fatti e note per riportare tutto al proprio pregiudizio e alla propria fissazione ideologica. “Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco”, ha cantato in Cirano, e in questa sua predisposizione mi sento accomunato, per quanto riguarda il mio versante di appartenenza. Noi non spacchiamo lapidi, non oltraggiamo tombe, non offendiamo commemorazioni. Come ho già scritto e detto, come una metafora che rende bene, noi siamo stati portati dalle cicogne e non è nostro stile accanirsi contro chi non può più difendersi.
Poi ci sono gli altri, quelli scaricati dagli avvoltoi, la cui predilezione è infangare, offendere, diffamare, dovendo dimostrare di essere qualcosa, secondo una chiarificante immagine di Nietzsche, buttando merda sugli altri.

Sono quelli che prendono lo spunto da un indizio per poi trarre un giudizio, senza cognizione di causa ma con l’unico obiettivo di appropriarsi del tutto partendo da un infimo particolare. Quello che disse Marco Pannella a Marco Travaglio ha qualcosa quasi di profetico se rivisto ai giorni nostri: “Sei un poeta del racconto delle varie forme di merda… perché in te c’è la passione del male e non c’è l’amore del vero”. Un’accusa pesante e confermata, soprattutto facilmente applicabile ai suoi compagni di menzogna e di manipolazione.
La necessità perversa di trovare il negativo in qualunque vita o persona, e contemporaneamente usare un qualsiasi particolare per dare un senso ed un minimo valore alla propria infima esistenza. Magari, questi inflessibili censori, intransigenti militanti e rigorosi esegeti farebbero meglio a prendere in considerazione i versi cantati ne “L’avvelenata” che recitano: “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa / Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”. E poi, quando qualcuno inneggia alla militanza canora di certi ruderi invecchiati male che si esibiscono con la bandiera della Palestina, o roteando la testa di Trump per far contenta la massa beota e passare all’incasso, vadano a vedere e sentire cosa pensava di questi il cantore modenese: “Venite pure avanti poeti sgangherati / Inutili cantanti di giorni sciagurati / Buffoni che campate di versi senza forza / Avrete soldi e gloria, ma non avete scorza / Godetevi il successo, godete finché dura / Che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura”, perché l’ammaestramento era già stato preparato dai propagandisti del pensiero omologato.
Molti a cercare significati politici per rinchiuderlo in gabbie ideologiche o per imputarlo di travestitismo politico, ma lui non è inquadrabile se non con discutibili forzature interpretative. La splendida “Primavera di Praga” con la celebrazione del martirio di Jan Palach ne è la dimostrazione.

Una cosa, invece, è trascurata dai chierici politicanti, la sua creatività nel descrivere con parole suoni atmosfere e malinconie. Certo, chi è esistito ma non ha mai vissuto, non può comprendere “La canzone dei 12 mesi” con la struggente conclusione: “O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile / a voi è questa vita mia / Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale / La mano di tarocchi che non sai mai giocare”. Chi è esistito ma non ha mai vissuto non può minimamente avvicinarsi al contesto lacerante di “Incontro”, chi non ha mai lasciato un luogo e una persona con l’animo inquieto e insieme nostalgico riassunto in una breve meditazione: “E pensavo dondolato dal vagone / “Cara amica il tempo prende, il tempo dà / Noi corriamo sempre in una direzione / Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa / Restano i sogni senza tempo / Le impressioni di un momento / Le luci nel buio di case intraviste da un treno / Siamo qualcosa che non resta / Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.
Chi è esistito ma non ha mai vissuto, né ha avuto il privilegio di fare il cosiddetto ‘medico condotto’, non ha mai avuto l’occasione, né tantomeno il privilegio di ascoltare i vecchietti nella loro modesta abitazione, né sentire i loro racconti del tempo passato, né percepire i rimpianti delle cose non fatte e rimorsi di quelle fatte male. No, non hanno avuto questo privilegio, per cui “Il pensionato” resta solo una musica magari emozionante, ma sempre sulla superficie della non compartecipazione.
E “Antenòr”? Il caso, l’evento non voluto, il gesto che ti scombina ogni programma o l’evento improvviso che decide per te come cambiare rotta. La condizione non voluta che ti costringe a scegliere e che non dà scampo, perché non puoi tirarti fuori. “Quante volte ci è capitato di trovarci di fronte a un muro / Quante volte abbiam picchiato, quante volte subito duro / Quante cose nate per sbaglio, quanti sbagli nati per caso / Quante volte l’orizzonte non va oltre il nostro naso / Quante volte ci sembra piana, mentre sotto gioca d’azzardo / Questa vita che ci birilla come bocce da biliardo / Questa cosa che non sappiamo / questo conto senza gli osti / Questo gioco da giocare fino in fondo a tutti i costi”. O questo, ti è capitato, o tutto diventa soltanto una superficiale piacevolezza estetica, niente di più.
Per questo sono perfettamente convinto che Guccini rimanga un evocatore di atmosfere vissute e di visioni condivise, e non un semplice, si fa per dire, evocatore di fantasticherie e di elucubrazioni poetiche. I suoi adulatori e i suoi detrattori hanno tutti una condizione comune perfettamente indicata da Giorgio Gaber, che ho frequentato come amico purtroppo per un tempo breve a causa della sua malattia e che con la sua usuale acutezza ha individuato la condizione patetica di molti militanti contemporanei, quella che “vivono sogni di altri sognatori”.

Noi siamo stati coloro che hanno messo in pratica i sogni, magari sbagliando; quelli che “Se io avessi previsto tutto questo, dati cause e pretesto le attuali conclusioni […] forse farei lo stesso, mi piace far canzoni bere vino, mi piace fare casino, poi sono nato fesso, e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che sono solito portare, ho tante cose ancor da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto”, quindi né rimorsi, né rimpianti, ma sempre e comunque sincerità e lealtà.
A questo punto, caro Francesco, è giunto il momento di salutarci. Mi scuso per aver trascurato tante tue significative canzoni, ma non avevo né il tempo nello spazio – per ora. Facciamo l’ultimo sgarbo ai benpensanti e ai nostri reciproci criticoni. Mi è capitato a Trieste, dove ero stato convocato da un centro sociale: io canto “Bella ciao” e tu ricambi con “Giovinezza”. In fondo, parliamoci chiaro, è proprio quest’ultima canzone che ci possiamo dedicare per lo spirito e per l’anima, da qui all’eternità. E poi, in fondo, comunque vada, “ci sarà sempre un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!”