Uno degli aspetti più importanti dell’approccio sistemico, introdotto come psicoterapia della famiglia, è l’allenamento ad una visione della complessità dei fenomeni secondo la quale un sintomo, qualunque esso sia, diventa soltanto un elemento da inserire in un contesto più ampio da comprendere e definire. Un po’, tanto per capirci, è come il giochino che si trova nei cruciverba dove parti da un punto e poi, con metodo e pazienza, viene lentamente a definirsi una figura.
Lo stesso vale per qualunque fattore, sia esso politico o più genericamente sociale, che deve essere inserito all’interno di uno scenario articolato al fine di creare una cornice entro cui inserirlo e avere poi una visione d’insieme sufficientemente rigorosa e approfondita.
Mettere in discussione separatamente la genitorialità in cambio di una presa in carico totale da parte dei servizi dello Stato affermando che “i figli, non sono dei genitori”, poi quella falsificante operazione linguistica e concettuale del “genitore 1 e genitore 2”, la cinica e patologica attribuzione del diritto di scelta sessuale e religiosa dei bambini, l’equivoca educazione scolastica senza consenso dei genitori e via via elencando e denunciando, non è sufficiente ad affrontare una strategia posta in essere molto più subdola e devastante.

Annuncia il ben noto Klaus Schwab, l’economista tedesco fondatore del “Forum economico mondiale” – quello di Davos, tanto per capirci, dove sempre gli incontri si svolgono con la massima segretezza – nel suo documento intitolato “La quarta rivoluzione industriale”: “che le identità abbiano un carattere più fluido rispetto al passato”; “anche la struttura della famiglia viene ripensata… le cosiddette ‘reti familiari transnazionali’ stanno gradualmente sostituendo le famiglie tradizionali”. Più avanti, l’indecente distruttore di ogni legame, lo spudorato decostruttore del sentimento comunitario, l’arrogante negatore del valore della privacy, diventa addirittura l’immorale predicatore contro tutti “i vincoli di natura sociale, economica, culturale, politica, religiosa e ideologica”.
È evidente che, unendo i diversi punti elencati e molti altri del metaforico schema enigmistico, si arriva a capire come l’attacco alla famiglia sia l’obiettivo iniziale di un concentrico attacco contro la persona e la comunità come siamo abituate a considerarle.

Come non si può essere anticapitalisti e contemporaneamente sostenere la globalizzazione e la società multietnica, così non si può essere tradizionalisti e insieme simpatizzanti – o quantomeno neutrali – rispetto al processo in corso gestito con la prospettiva liberista e transnazionale.
“Una qualsivoglia ‘battaglia per la famiglia’ [non può prescindere dal] saper operare una critica generale del sistema presente”, denuncia giustamente Pierre de Meuse. E non si tratta, come sottolinea il medesimo, della solita manfrina “da sacrestia” che coinvolge un inefficace sentimentalismo, ma una vera e propria rivendicazione della famiglia quale “comunità politica per eccellenza”.
Il moralismo e il perbenismo, entrambi armi spuntate nella loro impotenza, non recepiscono il segnale della giusta direzione da prendere, né hanno alcuna possibilità credibile e concreta di cambiare rotta applicando risibili espedienti riformisti.
Renan ha scritto – per la Francia, ma non solo – che “Il Codice Civile è stato redatto per un uomo nato orfano e morto celibe”: una locuzione che rende perfettamente conto di quale sia l’obiettivo dei politici e degli intellettuali della cosiddetta area progressista. Rompere il legame transgenerazionale sulla quale si fonda la storia della famiglia, la sua memoria, la condivisione di un passato e quella di un futuro, processo che interessa la stessa identità delle giovani generazioni nel percorso di formazione psicologica e affettiva.

L’obiettivo di una sinistra disfattista, appecorata agli interessi capitalisti e globalisti nel comune e criminale obiettivo di disfare completamente tutto ciò che era – ed è – il fondamento tradizionale della comunità, è quello di interrompere “il patto tra generazioni” e, con esso, il processo di trasmissione di principi, di storia, di cultura e di destino.
“Lo smarrimento di confini, limiti e differenze – triade moderna tecnica/ capitale/ informazione massmediatica – hanno prodotto l’effetto della caduta degli ideali che orientavano ed elevavano la condizione umana al di sopra della mera soddisfazione dei bisogni quotidiani. […] né la scienza né il mercato hanno finora dimostrato di poter competere né con la religione, né con una cultura di riferimento, né con la stessa tenuta dell’istituzione familiare”:
La famiglia non può non essere la messaggera di principi, di esperienze, di storie, di memorie, di un retaggio trasmesso attraverso le generazioni. Ed è proprio questo processo che tutte le operazioni di disgregazione della famiglia sono determinate ad invalidare. Estirpa ad un bambino le sue radici di appartenenza, inficia il suo destino da inserire all’interno del modello familiare ed avrai un individuo senza passato e senza futuro, da modellare e da conformare secondo i nuovi intendimenti del progresso indefinito, fluido e anomico.
“Fino ha pochi decenni fa, la società stessa si mostrava più solidale con l’orientamento e la morale familiare, mentre oggi – impoverita di presidi simbolici e di spessore culturale – dà l’idea, al di là dei proclami e della retorica di circostanza, di essere totalmente sganciata da qualsiasi riferimento etico”.

Cominciamo da qui, dalla ricostruzione dei significati, dei simboli e dei principi costantemente sotto attacco, per dare un senso ad una comunità di destino e, contemporaneamente, prescrivere delle risposte concrete e ragionevoli ai problemi che affliggono le famiglie e le nuove generazioni.
Mi piace molto, e ovviamente condivido, l’impostazione che Jünger definisce con il termine di “visione stereoscopica” per osservare la realtà aldilà e al di sopra della concezione insignificante e meccanicista della modernità per penetrare in una dimensione totale e spirituale. Lo stesso Jünger che ci avverte come “il venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire”.
In quanto a luoghi comuni, a fallimenti quotidiani, a disastri politici ne è piena la cronaca, per cui rifiutiamo per principio ogni soluzione equivoca, quando non palesemente patologica e blasfema, che il sistema ci offre per sedare le coscienze e per disinnescare il pensiero critico.