Sicuramente ci sono delle diversità tra disertori, resilienti e indifferenti, ma una cornice comune include e promuove queste tre categorie sedicenti umane: la viltà.
I primi fanno parte di quella rivendicazione che la discutibilissima Segretaria Nazionale dei Giovani del PD, tale Virginia Libero, non solo li ha celebrati, ma ha affermato addirittura che in caso di guerra lei con altri sodali avrebbero addirittura organizzato una vera e propria diserzione di massa.
Questa ardente demo-progressista ha urlato a squarciagola “non saremo noi i soldati delle vostre guerre…noi organizzeremo i disertori. Per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra…”. Idee un po’ confuse, ma ci sta, visto che la graziosa portavoce giovanile della sinistra indossava una maglietta con uno slogan significativo “Siamo una generazione di sdraiati”. Prendiamo atto di questo spunto di autocoscienza che evidentemente conferma la scarsa istruzione che ha infiltrato le scuole e a distribuito fluidità di pensiero e mollezza di spirito, una condizione di “eccezionale, permeabilità culturale […] una cesura gravissima, la capacità dei sistemi educativi di mettere in rapporto le giovani generazioni con il passato”.

Questo è il risultato educativo di una scuola che ha rinunciato alla creazione di cittadini, rispettosi della Costituzione, tanto maldestra quanto retoricamente sventolata, che con l’articolo 52 stabilisce che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, un principio inteso come laica missione, imprescindibile e perentoria protezione della comunità di appartenenza. È il risultato di una scuola che – specifica in maniera altrettanto indiscutibile Galli della Loggia – “per timore di farne un piccolo patriota italiano, pregno di potenziale malvagità xenofoba, i funzionari ed esperti hanno deciso di fare del bambino in questione qualcosa di più rassicurante: una sorta di mostriciattolo ricalcato sulla figura di un sociologo-storico universale”.
Ma non è la condizione bellica che professionalmente mi interessa, quanto ciò che sta simbolicamente dietro a questa rivendicata mentalità. Una personalità propensa alla fuga dalla responsabilità in generale, alla rinuncia ad ogni obbligo etico, un rifiuto dello stesso legame di solidarietà, una abdicazione al valore stesso della vita che – secondo l’interpretazione psicoanalitica –, con la rinuncia a perseguire il “desiderio” in cambio della comodità dell’adattamento la riduce ad una semplice esistenza cronologica.
I disertori riempiono le cronache di coloro che attendono i carri vittoriosi per saltarci sopra rivendicando meriti da tutti misconosciuti.
La diserzione è prima di tutto un’impostazione caratteriale e personologica improntata sulla viltà, dopodiché può essere applicata a qualunque espressione distorta dei comportamenti individuali e collettivi. È la propensione al tradimento del Sé, prima ancora che di quello altrui.

La seconda categoria sedicente umana della viltà si chiama “resilienza”. Dal punto di vista psicologico, questa categoria può assumere connotazioni diverse ma di uguale contenuto psichico: ignavia, caratterizzata dalla scadente volontà, dalla debolezza etica, dalla inconsistenza caratteriale, dalla fiacchezza interiore, dalla debilitazione mentale; accidia, quale indolenza intellettuale e disinteresse esistenziale; adattamento nell’accettazione degli eventi con la sopportazione del sopruso, con la sottomissione all’imposizione, con il fatalismo dell’inevitabile. “Resiliente è colui che si adegua modificandosi, cambiando se stesso per ripristinare di volta in volta l’equilibrio minacciato dall’esterno […] ‘riparando’ il proprio Io e mai il mondo oggettivo”.
Per la signorina che invocava la diserzione come modalità pacifista nel rifiuto di qualsiasi guerra, è ben ricordare che le guerre accadono anche indipendentemente dalla nostra volontà – la metafora dell’animale predatore che se ne frega del vegano funziona sempre – e quando accade ci sono due esclusive possibilità: o combattere per riuscire a raggiungere la pace del vincitore, oppure arrendersi subito e accettare un posto servile con la pace del sottomesso. Anche questa è una opzione possibile, ma è in contraddizione evidente con un eventuale spirito rivoluzionario: o c’è la lotta o c’è la resa, tertium non datur – qualunque altra alternativa immaginata è pura fantasia irenistica.

La terza categoria è quella dei menefreghisti, degli indolenti, dei qualunquisti, degli opportunisti. Dal punto di vista lavorativo sono come i crumiri che non aderiscono alla protesta sindacale, che si defilano dagli scioperi e dalle manifestazioni, che evitano accuratamente di esporsi per evitare ritorsioni, ma poi sono i primi ad usufruire dei risultati positivi combattuti da altri.
Gli indifferenti, per dirla con Gramsci, “Sono” –– “il peso morto della storia”. Gramsci continua con valutazioni impietose e più che condivisibili: “preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze”; “ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità”; “odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti”; “domando conto a ognuno di essi di come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto”; “vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
A questo punto, con un po’ di malizia, chiederei alla signorina gentile due precisazioni molto semplici ed esplicative.

Cosa ne pensa lei, a proposito della guerra, del comportamento dei suoi sicuramente ben apprezzati partigiani? Da questo punto di vista anticipo il mio giudizio e sulla diserzione le do ragione. C’è chi, in divisa, accettava con consapevolezza il destino della sconfitta pur di difendere il proprio onore, mentre c’era chi, ben camuffato e acquattato, aspettava l’arrivo dell’invasori per poi dedicarsi alle predazioni della guerra civile. Insomma, una diserzione con armata comodità.
E poi, sempre gentile segretaria, che dire della sua affermazione “per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra?”. La domanda è molto semplice e diretta: la Patria, in caso di pericolo si difende in armi o si discute inermi? A questo punto, abbiate almeno la decenza di non postare foto, di non indossare magliette, di non sventolare bandiere con l’effigie di Che Guevara, perché lui della Patria aveva un’idea molto diversa dalla vostra. Il “Comandante”, quando fece il celebre discorso all’Assemblea Generale dell’ONU l’11 dicembre 1964, sottolineando i comportamenti invasivi e destabilizzanti dei nordamericani, lo concluse proclamando: ¡Patria o Muerte!
A proposito di invasione, a scopo di rimpinguamento elettorale, voi non siete né disertori, né resilienti, né indifferenti, anzi, sostenitori, simpatizzanti e facilitatori in nome di uno slogan distorto, ma più assonante alla realtà: ¡Muerte a la Patria! Il successo elettorale val bene un tradimento.