L’avvertenza nel titolo appartiene ad un ingegnere, matematico e filosofo polacco, Alfred Korzybski, assunta come l’indicatore fondante della Programmazione Neurolinguistica da Gregory Bateson, antropologo, sociologo e psicologo inglese.
La PNL è molto di più di una sofisticata tecnica psicoterapeutica, che come per tutte le tecniche è pericoloso farne un unico mezzo totalizzante. Essa è anche, soprattutto perché chi l’ha studiata e praticata in maniera approfondita e consapevole, uno strumento per la propria elasticità e apertura mentale. Nell’introduzione ad uno dei tanti testi importanti sull’argomento è già descritta in maniera semplice la sua qualità: “un modello di quel particolare mondo di magia e illusione, costituito del comportamento e dalla comunicazione”.

Semplifichiamo, per quanto si può, senza banalizzare: “non operiamo direttamente sul mondo”, ma dobbiamo usare correttamente le nostre mappe mentali per muoverci nella realtà. Pensare di modificare la realtà applicando le proprie convinzioni, i propri modelli cognitivi, i propri principi ideologici è un’operazione tipo paranoide come quella caratteristica riferita a Lenin quando disse “Se il mio piano contrasta con la realtà, peggio per la realtà”. In altri termini, una cosa è la realtà, altra cosa è la rappresentazione che ne facciamo attraverso i filtri della personale esperienza e della soggettiva riproduzione.
“Tutto quel che è semplice è falso. Tutto ciò che è complesso è inutilizzabile”, ha scritto Paul Valéry, e se si prendesse come spunto questa cinica provocazione del poeta e filosofo francese, sicuramente certi progetti velleitari e certe chimere ideologiche verrebbero ridimensionati.

Lasciando perdere le finezze religiose e politiche delle diverse inquadrature del fenomeno ‘islam’, mettendo da parte i reali cambiamenti geopolitici in atto in un mondo preteso come unipolare e come tale fallito, accantonando le sottigliezze intellettualistiche poste a difesa delle differenti concezioni, è il caso di ritornare indietro alla “Scienza della logica” di Hegel e al ‘numero’ come elemento sostanziale in qualunque tipo di cambiamento.
Rapidamente. I numeri non sono solo dei dati da utilizzare in ambito matematico, ma elementi concreti che intervengono quantitativamente nella modificazione drastica della realtà. L’aumento quantitativo può essere lento e impercettibile, o quantomeno poco riconoscibile, fino alla trasformazione radicale della realtà nota. Gli esempi possono essere diversi, da un frutto bacato in un cestino sano, da una glicemia contenuta ad un diabete scompensato, da una insospettabile perdita di capelli ad una calvizie conclamata.
In altri termini, lo squilibrio quantitativo determina una trasformazione qualitativa.
Umberto Galimberti, in un intervento, fa capire l’importanza della quantità nella trasformazione qualitativa della realtà, citando la scala Mercalli, la quale definisce in dodici punti l’impatto delle scosse di un terremoto sull’ambiente: 1° impercettibile; 2° molto leggero; 3° leggero; 4° moderato; 5° piuttosto forte; 6° forte; 7° molto forte; 8° rovinoso; 9° distruttivo; 10° completamente distruttivo; 11° catastrofico; 12° apocalittico.
Cominciamo a pensare a questa dinamica quando si tenta di fare una valutazione del fenomeno migratorio, e soprattutto quando si respinge con usuale strafottenza l’idea della sostituzione etnica.
Lasciamo perdere le pur importanti specifiche finalità di questa invasione ed evitiamo anche di porci delle precise domande – perché con tanti paesi islamici a disposizione gli stessi musulmani non ne usufruiscono e si rivolgono direttamente ad un Occidente cristiano? Perché non vengono regolarmente con i documenti e i disponibili voli di linea? Perché preferiscono pagare gli scafisti piuttosto che impiegare quel denaro per investirlo nel cambiare il sistema di origine? Perché le donne persistono nel comportamento di sottomissione vigente nel loro paese di partenza? Ecc… – : la questione è di carattere statistico, antropologico, etnologico, culturale.
Quando la percentuale allogena, peraltro con una precisa consapevolezza identitaria, supera con un valore tra il tre e il dieci percento il numero degli abitanti del paese ospitante, questo invece con una fluida cognizione e rinnegata coscienza della propria identità – intesa come storia, tradizioni, religione e in generale coscienza di sé –, la prima finirà con il prevalere sulla seconda, indipendentemente da qualsiasi tipo di strategia si possa intendere a monte.
In questo senso, si può dire che i gestori della globalizzazione sono disinteressati al territorio, ma perseguono con cinismo e spregiudicatezza le loro precise mappe mentali costituite dall’ideologia devastante della liquidazione di qualsivoglia specificità.

“Parlare di comunità mondiale è pura retorica, è vaporizzare il concetto di comunità – sottolinea Giovanni Sartori” – “[mentre] l’animale umano si aggrega in coalescenze e ‘sta insieme sub specie’ di animale sociale, a patto che esista sempre un confine tra ‘noi’ e ‘loro’. Noi è la ‘nostra’ identità; loro sono le identità dissimili che determinano le nostre. L’alterità è il necessario complemento dell’identità. […]. Ogni comunità implica clausura, un raccogliersi insieme che è anche un chiudere fuori, un escludere. Un ‘noi’ che non è circoscritto da un ‘loro’ nemmeno si costituisce”.
Per questi motivi e per molte altre ragioni, nega un preciso dato di realtà sociologica e antropologica chi non ne prende atto.
