“Se tutto sembra ‘possibile, allora più niente è ‘reale’”. Questa considerazione firmata dal filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag e dallo psichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza Gérard Schmit serve a inquadrare la condizione, documentatamente definibile come delirante, che soffoca ogni ragionevolezza e ogni discernimento sulla realtà che si vive e sulla sua interpretazione.
Si assiste ad una sorta di onnipotenza del relativismo, sia individuale e sia in molti apparati sociali, secondo il quale non esistono delle verità oggettive e tutto dipende dal punto di vista del soggetto osservatore. Ma non basta. Quando il relativismo si rinforza con l’idea della prevalente importanza della percezione rispetto al dato concreto allora si entra nel campo della psicopatologia.

Quando un’esaltata femminista dichiara che “Il sistema binario è ormai superato” e che “Si nasce con l’etichetta donna e uomo”, esprime un’interpretazione delirante della realtà. I cromosomi X e Y, la struttura genitale, l’assetto ormonale, l’espressione morfologica, la diversità fisiologica sono elementi scientificamente provati ed impossibili da negare.
Le caratteristiche anatomiche, con i diversi ma complementari ruoli biologici, rientrano nell’organizzazione della natura ed è semplicemente patologico negarlo, oppure tragicamente ridicolo parlare di un sistema superato, come se si dicesse che la teoria di Copernico è antiquata ed è derivato il momento di portare la terra al centro del sistema solare, oppure imputare a qualunque tipo di governo di fare poco o nulla per impedire il cambiamento climatico. Queste ed altre esternazioni sono letteralmente deliranti, perché pretendono di cambiare la realtà con la forza delle parole.
Questa impostazione mentale potrebbe rimanere nell’ambito della curiosità antropologica e della aneddotica folcloristica se la prepotenza e il potere politico e mediatico di precise lobby di pensiero non fossero diventate soggetti interlocutori con lo Stato e con i suoi capillari apparati – sanità, educazione, psicologia. Da quel momento in poi, il relativismo passa dall’ambito filosofico, sempre discutibile ma praticamente innocuo, a quello etico, con il conseguente cambiamento dei principi morali e giuridici che definiscono ciò che è sano e ciò che è malato, ciò che formativo da ciò che è manipolativo, ciò che è equilibrato da ciò che è scompensato: ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso.
Due esempi per tutti.
La Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri hanno redatto una guida dal titolo “Oltre lo sguardo” che interessa i temi dell’identità di genere, di orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nella cura pediatrica. Non poteva mancare, in questo discutibile documento, l’obiettivo di una “società più inclusiva e migliore per tutti”, ovvero la solita viscida manfrina demo-progressista.

Lo scopo è palesemente manipolativo nelle tattiche e nelle parole, dalle colorazioni arcobaleno all’eliminazione dei termini genitoriali di ‘padre’ e ‘madre’ nella modulistica, dall’identificazione d’ufficio di bambini ‘non binari’ e ‘agender’ fino a dare indicazioni e supporto sul procedimento della ‘transizione di genere’.
Aldilà delle problematiche, anche giuridiche che una simile operazione mette in evidenza – se un bambino di tre-quattro-cinque anni può essere coinvolto in una decisione sul suo futuro sentimentale e sessuale, può o non può rispondere dei suoi comportamenti dal punto di vista legale, se si riconosce, con il primo atto, la capacità di intendere e di volere? – c’è anche una serie di passaggi nei documenti citati in cui viene escluso l’intento ideologico – della serie, “Excusatio non petita, accusatio manifesta”.
Il fatto che i dirigenti dell’Ordine Nazionale degli Psicologi abbiano deciso l’adesione al Gay Pride di Roma smentisce categoricamente la sua neutralità e conferma invece la sua pregiudiziale politica e ideologica.
“Con il caos non esistono limiti, differenze, originalità. La dismisura è prevaricazione e violenza bruta. È sfida al divino, alla tradizione, alla natura” ha scritto Olivier Rey. Se questa si limita al contesto degli adulti, può rimanere nel quadro già di per sé squallido nelle perversioni tra consenzienti privi di moralità, ma quando vengono coinvolti i bambini, i limiti diventano competenza della criminologia. Tutto ciò, grazie a quel fenomeno chiamato progresso, che per un principio discutibilissimo viene inteso sempre come sinonimo di miglioramento, di positiva evoluzione dei costumi.

La liquidazione delle leggi di natura e di quelle psichiche ha negato il fatto che “nessun sistema sociale ha finora funzionato senza prendere in conto la differenza di sessi…” (C. Melman). C’è un’atmosfera di isteria collettiva che pretende di imporsi sulla concretezza della realtà; accade, quindi, che “la determinazione soggettiva non dipende più da quella che sarebbe l’avventura dei singolo, ma da una partecipazione collettiva”. È così per il Gay Pride, dove una condizione personale diventa una mobilitazione pubblica; è così per i bambini, per i quali un’esperienza secolare di esplorazione della sessualità fino alla scelta decisiva diventa motivo di mobilitazione ufficiale di esperti per un obiettivo predefinito dalle lobby wokiste.
“Siamo vicini alla psicosi”, ha esclamato Melman, un luogo mentale dove non esistono confini, né regole, né leggi.
Censuriamo Anna Freud e Melanie Klein, Jean Piaget e Bruno Bettheleim, Donald Winnicott ed altri giganti della clinica della psiche infantile, così come abbattiamo le statue e desacralizziamo la religione. Ormai che ci siamo, usiamo anche i bambini per imporre il catechismo della fluidità e della instabilità pornografica.
Leon Degrelle ha detto “Godetevi la guerra, che la pace sarà terribile”, e a questi devastatori della psiche infantile “Godetevi questa allucinazione psicotica, perché il ritorno al reale sarà un incubo”.