Come promesso, cerco di ampliare il problema sanitario denunciato in un video diversi giorni fa dal direttore Augusto Grandi.
Con la Legge 502 del 1992 venivano smantellate le vecchie Unità Sanitarie Locali e trasformate in Aziende, un’ingannevole e fraudolenta operazione legittimata dalla retorica della “centralità della persona” e dall’ipocrita glorificazione dell’efficienza e dell’efficacia nelle attività di cura.
Questa macchinazione aveva in sé il verme – non è un refuso – del marciume mercantile, una vera e propria sovversione della medicina pubblica attraverso la fine della gerarchia ospedaliera – assistente, aiuto, primario –, l’appiattimento non solo linguistico dell’organismo professionale, l’introduzione della famigerata figura del manager, la meccanizzazione di ogni rapporto e della stessa cura. Tutta questa agitazione per un cambiamento che era finalizzato soltanto al razionamento delle risorse e alla restrizione dei benefici.

Anche la “sovranità del soggetto” si è dimostrata una perfidia retorica, perché quando il fine è il risparmio, necessariamente finiscono all’ultimo posto le finalità di salute. In questo modo, conferma Cavicchi, “L’economicismo è un’ideologia rispetto alla quale la politica sanitaria finisce per soccombere”. È l’avvento della iatromeccanica – secondo la felice intuizione del compianto amico e psicoanalista scomparso Massimo Meschini. L’uomo-macchina fa i collaudi previsti dal piano di manutenzione, e tutto il resto è a suo carico monetario, previa estorsione assicurativa, solo i piani di morte sono gratuiti: l’aborto e l’eutanasia.
In una deriva progressiva e inarrestabile, attraverso chiusure di ospedali e riduzione degli spazi di degenza, sia in termini logistici che in quelli cronologici, si è arrivati alla realtà attuale con impercettibili, o quasi, cambiamenti supportati da iniziative di marketing propagandistico subliminali.
Questo è ciò che oggettivamente è riscontrabile, e qualunque persona nel momento in cui diventa paziente si rende conto sulla propria pelle.
Il problema, però, sbirciando dietro alle quinte della farsa riformista spacciata come miglioramento e ottimizzazione, è molto più subdolo e pervasivo perché riguarda la relazione e il contatto umano. “Il diavolo si nasconde nei dettagli”, ha detto qualcuno, e in questo caso la sanità usata come tattica per una strategia più complessa e particolareggiata ha veramente del diabolico.
Si è già detto più volte che la differenza sostanziale tra comunità e società è che la prima si fonda sul legame, la seconda sul contratto. La stessa distorsione è stata premeditatamente poste in essere nell’ambito sanitario.
Quando il 28 luglio del 2012, un articolo del Corriere della Sera magnificava il vantaggio della diffusione delle visite mediche in rete in quanto “i medici visitano in rete perché via mail c’è più confidenza”, operava una vera e propria propaganda disonesta e sostanzialmente ingannevole.

Giorgio Cosmacini, come si suol dire in tempi non sospetti, osservava come senza quel rapporto di vicinanza, anche corporea, che è preliminare all’anamnesi e fondamentale per il controllo terapeutico, le visite sono ridotte a prestazioni e con loro la riduzione del medico a prestatore d’opera. Il passaggio è compiuto: dal legame medico-paziente al contratto operatore-cliente.
Da medico di famiglia a medico di base, da medico di base a medico di comunità: la lenta corrosione di un legame. Il medico di famiglia era quello che nell’assunzione della cura degli adulti vedeva sfilare nel proprio ambulatorio i figli e i nipoti di questi in una continuità che si può anche definire affettiva; il contatto era stabile e si consolidava attraverso le generazioni. Poi arrivò il medico di base – già discutibile nella terminologia – e con esso la burocratizzazione sempre più pressante delle attività e delle stesse presenze in ambulatorio, con un controllo finanziario e tecnico dell’offerta prestazionale, ma in ogni caso almeno con la costanza del sanitario e quindi della conoscenza nel tempo dello stato clinico del paziente. Già si percepiva, però, in questa trasformazione una lenta usura del legame fiduciario ed un progressivo passaggio dell’attività sanitaria a prestazione d’opera. Adesso vanno di moda le cosiddette ‘case di comunità’, un modo elegante per distruggere definitivamente ogni tipo di legame in nome di una finta disponibilità giornaliera, con l’apertura di queste sulle 24 ore – una volta eliminata la ‘guardia medica’ – e la perdita completa di un medico di riferimento, quindi la definitiva scomparsa del legame di continuità.
E così, dalla medicina come “arte che usufruisce di strumenti tecnici e che agisce in un mondo di valori” – secondo una perfetta definizione che aldilà di ogni cambiamento rimane una definizione inossidabile – si è passati ad una tecnocrazia sanitaria condizionata dal mondo del mercato; insomma, per parlare in maniera elegante, dall’originaria “ars curandi” alla odierna “techne iatrike” il passaggio è stato graduale con una equivoca procedura di manipolazione. L’uomo, di conseguenza, da ‘paziente’ a ‘cliente’, è più precisamente un marchingegno umano da sottoporre saltuariamente a dei tagliandi di manutenzione fino alla rottamazione finale, magari utilizzando poi le frattaglie come pezzi di ricambio.

Cinismo il mio? Forse. Ma chi è entrato in un ospedale cinquant’anni fa come tirocinante, e avendo sperimentato e osservato le varie attività di lavoro, non può negare il degrado umano nel quale è finita questa professione e neppure un idiota ottimismo sul futuro.
A questo punto, consideriamo un filo neanche tanto sospetto che unisce la fine dei legami comunitari – dalla famiglia, alla scuola, ai rapporti professionali – di cui la sanità è stata una delle tattiche messe in gioco da una precisa strategia di dissoluzione dell’umano.
Diamoci un tono finale poetico per motivare questo giudizio impietoso con le parole Emilio Praga nel ‘Preludio’ al Manifesto della Scapigliatura: “Giacché più del mio pallido demone / Odio il minio e la maschera al pensiero, / Giacché canto una misera canzone, / Ma canto il vero!”