Ritengo semplicemente speciale, per gli spunti di riflessione, l’elaborato di Beatrice Venezi in occasione del “Festival EOLIè” che si è svolto a Lipari dal 3 al 6 luglio di quest’anno.

Faccio una dovuta precisazione affinché l’eccellente Direttore d’orchestra, che mi onora della sua amicizia, non se la prenda a male, visto che ad un certo punto dice testualmente “Adesso lasciamo da parte i filosofi”. Dei nove tipi di intelligenze individuate da Howard Gardner di sei sono deficitario e si salvano solo l’interpersonale, l’intrapsichica e l’esistenziale o filosofica – sulle altre stendiamo un velo pietoso. Questi, quindi, sono i miei strumenti che userò dopo aver messo le mani cautelativamente avanti.

A proposito degli spunti di riflessione di cui parlavo all’inizio, posso cominciare con il primo.

Passo la vita in mezzo ai silenzi tra una notte e l’altra” la considero come la cifra più efficace di quello che è il percorso di psicoterapia visto dalla parte dell’operatore, per il quale sono i silenzi, il non-verbale, il non-detto che permettono una vera e propria immersione dentro ciò che si è ascoltato e, dilatando il concetto, si può dire che la terapia si svolge tra una seduta e l’altra, tempo in cui il paziente trova i momenti di ascoltarsi senza i rumori della voce.

A proposito delle isole vulcaniche, Lei le usa come metafora specificando che sono “superficie e abisso insieme [e] la vita continua qui sopra, serena, con le case bianche e le barche, non cancella affatto il fuoco che hanno sotto”. Mi ricorda la considerazione di un grande psicoanalista junghiano, Aldo Carotenuto, il quale scrisse che la cosa più difficile è far comprendere ad una persona la presenza di problemi psicologici quando in apparenza, per la stessa, tutte le cose vanno bene. È questa l’esperienza che chi ha lavorato in questi ambiti ha spesso vissuto, e che corrisponde allo spunto indicato.

Viviamo benissimo in superficie. […]. Scivoliamo lungo le giornate da un’immagine alla successiva. […] la superficie è comoda, è veloce, ci protegge. […] a furia di starci abbiamo cominciato a credere che sotto non ci sia niente”. E con questa osservazione, la Venezi coglie uno dei problemi tanto importante quanto devastante della nostra epoca, quello che Massimo Recalcati definisce dell’“uomo senza inconscio”, per il quale il tempo “è il tempo dove tutto si consuma e dove tutto, consumandosi, si distrugge”. Non c’è spazio per l’inconscio e tantomeno, seppure sufficientemente consapevoli, per la volontà di affrontare il rischio e conoscerlo. “Il fondo c’è, e sempre stato lì, e non sappiamo bene cosa farne”. La profondità “la sentiamo nei momenti meno comodi” e si manifesta con i sintomi più disparati. A quel punto ci sarebbe anche, per alcuni almeno, la voglia di capire – “Vogliamo la profondità e ne abbiamo paura” –, allora la maggioranza sceglie la vita come rappresentazione, come recita, con il fine di nascondere ciò che realmente ognuna è, con una tanto finta quanto fragile sicurezza.

In un certo passaggio la Venezi, parlando del Romanticismo, cita una figura di spicco del movimento, il poeta, filosofo e teologo tedesco conosciuto con lo pseudonimo di Novalis che fu, peraltro, il teorizzatore di quella unità filosofica e poetica che va sotto il nome di ‘Idealismo magico’. In questo passaggio entra la parola “desiderio” che a pieno titolo interessa la psiche. “Il richiamo del fondo, insomma – lo stesso che noi sentiamo ancora oggi e di cui non sappiamo che fare”. Al netto dell’ottimismo che dimostra l’amabile Direttore, ed è giusto che sia così, il problema è che, psicologicamente parlando, la fatica di perseguire il desiderio è stata cloroformizzata dalla diffusione massiva delle voglie. I romantici inventarono una parola che l’Autrice riconosce di difficile traduzione, ma che rende e decifra con “dilacerazione, strappo interiore […] quasi un destino”. E qui la Sua traduzione si fa particolarmente interessante.

Il desiderio, dal punto di vista psicoanalitico, si può proprio intenderlo come la crepa, lo squarcio di quel ‘Velo di Maya’ che Schopenhauer spiegò nel suo celebre saggio “Il mondo come volontà e rappresentazione”: il desiderio come fenditura di quella illusione psichica che pretende di conoscere un certo Sé come fenomeno reale, mentre è soltanto un’apparenza, una sembianza ingannevole che nasconde – per usare la terminologia del filosofo – il ‘noumeno’, la verità, l’autenticità, la sincerità. Il desiderio, perciò, esteso al concetto di destino da perseguire, secondo il proprio specifico ‘daimon’, la propria originale vocazione.

A questo proposito, lo psicoanalista Jacques Lacan parla provocatoriamente della viltà del depresso, di colui che preferisce barcamenarsi tra quotidiane inutilità e potenti lamentazioni, piuttosto che dar voce al proprio desiderio, per quanto rischioso e temerario. È a questa tipologia che Robert Schumann si oppone con una sua rivista e la confraternita dei ribelli: contro i difensori della mediocrità. “I Filistei, per lui, erano tutti quelli che si accontentavano della crosta delle cose e avevano paura del fondo”.

Arrivo così alla fine dello scritto di Beatrice Venezi dopo aver preso a caso, o quasi, una serie di spunti di discutibile mio interesse, ma che ho ritenuto particolarmente significativi per quanto riguarda la mia competenza.

La superficie non è il contrario dell’abisso. La superficie, quando è vera, è la forma che l’abisso prende per diventare abitabile”. Non poteva essere espressa in maniera più vivida e incisiva la questione della profondità tenebrosa – magmatica, per restare in tema vulcanico –, dove sono depositati gli elementi insopportabili della personalità di ognuno di noi. È la parte profonda e occulta che Carl Jung chiama “Ombra”, l’archetipo che rappresenta il lato oscuro, rimosso e inaccettabile dalla persona, che racchiude pulsioni, fatuità e desideri repressi e che la ragione dell’Io rifiuta di accettare. Assimilare l’Ombra attraverso il lavoro mirato alla sua conoscenza e alla sua accettazione è il processo speciale ed esclusivo che porta all’Individuazione. L’Ombra non va contrastata o soffocata, perché può contenere anche qualità positive e passionali le quali, se orientate e guidate per una nuova coscienza, portano ad arricchire l’esistenza rendendola autentica. Come la lava e i suoi derivati sono eccezionali risorse per l’agricoltura, così i contenuti dell’Ombra possono diventare una fonte di formidabile opportunità affinché una personalità possa manifestare il vero Sé.

Per restare nell’ambito della metafora, quando l’abisso dell’Ombra verrà liberato dai rumori e dai frastuoni sgradevoli e interferenti, anche la personalità emersa in superficie mostrerà i suoi accordi e la sua armonia.