“Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo è che le scene più significative sono legate ad attori insignificanti”, e questa considerazione di Jünger, risalente a quarantacinque anni fa, trova realizzazione pratica nel tempo dentro cui siamo immersi.

Gli esempi concreti da poter elencare sono numerosissimi: da Montagnier inascoltato e sostituito con le vacue e sospette esternazioni di Bassetti e della sua banda alla squalifica dei premi Nobel che denunciavano la falsa ideologia del cambiamento climatico fatti scomparire con l’audizione di Greta Thunberg alle Nazioni Unite; dal Nobel per la Letteratura da Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale a Dario Fo; dal Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile, quello dell’Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, conosciuta come Enciclopedia Italiana o Treccani a Giuseppe Valditara, Ministro dell’ignoranza e della lacuna, per il quale è più opportuno spostare i “Promessi sposi” al quarto anno di liceo perché le povere creature hanno difficoltà di comprensione delle letture troppo lunghe ed elaborate, in più problemi nell’analisi del testo.

In tutti gli aspetti della vita culturale e sociale, prevale una modernissima mediocrità, non l’antica “aurea mediocritas”, ovvero l’ideale di una vita armoniosa, assennata e lontana dagli eccessi, anche perché questa civiltà alla deriva di eccessi è ben sovrabbondante.
L’intento del ‘bene’ sarebbe quello di eliminare l’invidia quale origine di conflittualità, negando un’evidenza diffusa in ogni tipo di organizzazione sociale analizzata da Helmut Schoeck, ovvero che “L’invidia fa parte dei fenomeni che accompagnano inevitabilmente la vita sociale dell’uomo”. Il motivo è molto semplice: aldilà delle differenze di vita, di cultura, di indipendenza economica, di riuscita professionale, sussistono motivazioni immodificabili, per un invidioso, come la bellezza, la prestanza fisica, il colore degli occhi ed altre variabili di natura. Nella realtà, “l’invidioso molto spesso integra interiormente, cioè con la sua immaginazione, una situazione reale, con la conseguenza che non gli manca mai il motivo di invidiare”.

La lotta contro l’invidia segna la caratteristica dell’organizzazione democratica in quanto, come sottolinea perfettamente Elena Pulcini, “La società di uguali non può tollerare alcuna differenza”: questa intolleranza scatena l’odio verso qualunque differenza vissuta come ingiustizia e alimenta il “risentimento verso ogni forma di distinzione e di superiorità [ovvero] quelle passioni ‘livide’ perfettamente consone al ‘grigiore’ democratico”.
Forse è il caso di partire da questa considerazione per impostare la critica verso la scuola in generale e le modifiche ultime apportate dal ministero sovraindicato. La questione è politica, quantomeno in contemporanea a quella culturale.
Quando ai vecchi tempi contestammo il sei politico la motivazione era chiarissima e aldilà di qualsiasi interpretazione. Per interrompere le carriere castali, nepotistiche, l’unica soluzione – quella sì democratica – era di puntare sul merito e sulla selezione. Dato che tutti noi, tranne gravi casi clinici, hanno un’intelligenza normale, era auspicabile che ognuno si impegnasse il più possibile per mettere a frutto le proprie doti. Solo così i migliori avrebbero acquisito il diritto di partecipare a quella brutta parola che si chiama ‘scalata sociale’, cioè azzerando quel favore della partenza da una classe avvantaggiata attraverso la quale, qualunque fosse stato il voto, la carriera familiare sarebbe stata comunque favorita. Invece il risultato è stato semplicemente che i titoli accademici hanno perso completamente valore, e la selezione severa della realtà avrebbe sempre avvantaggiato il censo e non le competenze.

Un rappresentante dell’anarchismo individualista del Novecento, Murray Rothbard, peraltro uno dei più autorevoli economisti americani, scrisse testualmente che “Dal tempo di Aristotele, la filosofia classica presentava l’uomo capace di realizzare se stesso, la sua natura e la sua personalità solo attraverso l’azione intenzionale sul mondo”. Tutti possono – e devono – affinare il carattere e la volontà per raggiungere le proprie mete specifiche. “[Ora c’è] la tendenza a esaltare la passività e la gioventù, e a denigrare l’intelletto […] la rappresentazione nella Nuova Sinistra, che adora sia la gioventù di per sé sia un’attitudine passiva di spontaneità ignorante e priva di scopo. […] l’enfasi sui sentimenti è un altro modo per appianare diversità e disuguaglianza tra gli individui”.
La Nuova Destra – per usare una terminologia a specchio – non è da meno in questo abbassamento di qualità. Incapace di rivendicare un ruolo antagonista rispetto alla deriva dell’impostazione progressista, ha accettato passivamente di non disturbare la controparte ideologica.
Entrambe le posizioni, da tempo immemorabile, puntano a “edificare una società egualitaria, livellatrice e standardizzatrice” (Schoeck) in nome di un moralismo accattone e compassionevole, invece di incentivare quella sana competizione che è l’esatto contrario del sentimento dell’invidia, anzi, si potrebbe dire che è proprio il suo antidoto.
Ma la pretesa democratica di uguaglianza va di pari passo con l’oggettiva necessità di omologare e livellare ogni specificità individuale. Ivano Dionigi, e non solo lui, hanno spesso sottolineato come i classici, in qualunque forma letteraria, sono i dispositivi che rispondono alle domande sull’etica, sui sentimenti, sulle relazioni affettive e su molte altre umane situazioni.

Nessuna stranezza, però, sui vari e diversificati interventi ministeriali perché se la politica è cultura, e la cultura è necessariamente politica, “i nostri politici concepiscono la politica come pratica amministrativa o addirittura occupazione del potere, totalmente allergici a ogni forma ed esigenza culturale”. Dionigi questo passaggio lo pone con il punto interrogativo, chiedendosi il perché. Ma poi aggiunge un giudizio che non può che essere condiviso: “La separazione tra culture e politica – l’apartheid tra il sapere e il potere –, questa mi sembra l’anomalia, e anche l’oscenità”.
Nessun dubbio. Più anomalie e più oscenità compongono il quadretto indecente di questa politica e delle sue riforme, che morirà non con uno schianto – per usare le parole di Ezra Pound – ma consunta oscenamente della sua stessa mediocrità.