Per motivi puramente professionali mi sono applicato allo studio e alla decifrazione comunicativa di tre presentazioni editoriali delle quali non cito né l’autore, né la casa editrice, né il contesto degli eventi, questo solo per non dare una immeritata e gratuita pubblicità a tre situazioni che andrebbero più opportunamente inserite in un gruppo terapeutico.
In tutte le occasioni si parlava della continuità del fascismo nell’estrema destra governativa, già così dimostrando l’assoluta assenza di una qualsivoglia razionalità storica e dell’anche minimo rigore concettuale.

Quello che però mi ha affascinato è stato il linguaggio letteralmente delirante con cui letture raffazzonate e apparentamenti riadattati sono stati miscelati in modo tale da convergere ad una tesi predefinita: un vero e proprio quadro strutturato della paranoia.
Sicuramente il linguaggio non è in quella condizione che viene chiamata “insalata di parole” ovvero una mescolanza caotica, sconclusionata e illogica di frasi. Il discorso è superficialmente corrente, ma parte da presupposti discutibili infiltrati da un abnorme sentimento di sicurezza il quale, basandosi su una inossidabile verità, non dà spazio ad alcun dubbio e confronto. Di conseguenza, questa patologica certezza sulla validità dei giudizi politici e storici impedisce – o ancora peggio rifiuta – qualunque possibilità di incertezza e di perplessità anche di fronte alle evidenze più concrete e fondate.
La manipolazione linguistica è in molti casi evidente: per la sinistra il riesame storico è approfondimento e conferma, mentre per tutti coloro che contestano le sue tesi predefinite diventa revisionismo e propaganda.

Ascoltare e controllare con attenzione le modalità espositive e contenuti sedicenti culturali porta inevitabilmente a qualificare come assolutismo ideativo e ristrettezza cognitiva tutto ciò che emerge da quelle esibizioni di fanatismo.
Nei testi fondamentali della psicopatologia si considerano queste posizioni caratterizzate da un “altissimo concetto di sé e un senso di misticismo espansivo e militante”, e il portatore di questo disturbo come un individuo che “non può rivedere le proprie posizioni, perché cadrebbe nel niente”.
L’analisi di questi eventi pubblici, che dovrebbero dimostrare l’esistenza del fascismo, la sua pericolosità, la sua continuità, la cecità di chi non ne prende atto, la grandezza di coloro che ne comprendono il rischio ed altre amene (s)conclusioni, evidenzia “un giudizio indiscutibile e incorreggibile che precede la logica”, una falsificazione del ragionamento che determina quel fenomeno psicopatologico che viene definito con il termine di “circolarità” in quanto “le prove contrarie si alimentano in un circolo vizioso” – ‘se tu neghi il pericolo fascista e la sua presenza incombente vuol dire che sei fascista, senza via di scampo’, e con ciò si chiude qualunque apertura al confronto; contemporaneamente scatta il dispositivo chiamato “autotropia”, ovvero qualunque spunto di contraddizione diventa conferma della tesi iniziale.

Il quadro espositivo è caratterizzato dal “pensiero paleologico”, in altri termini dalla negazione della parte simbolica e dalla prevalenza di quella personale ed emotiva. Due esempi molto banali.
Il primo: la logica aristotelica prevede i principi di identità, di non contraddittorietà e di terzo escluso: quando nel corso di vari discorsi si parla contemporaneamente di fascismo e nazismo riferiti a Mussolini, a Hitler, a Orban, a Trump, a Netanyahu, a Zelensky e via elencando salta tutto il procedimento logico aristotelico e ci si immerge in una indistinta melassa interpretativa. Tutto ed il contrario di tutto in una indistinta sovrapposizione di giudizi.
Il secondo: il sillogismo aristotelico prevede che in un’affermazione ci sia una premessa maggiore, una minore ed una conclusione – “Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, Socrate è mortale”. Il paralogismo antifascista prevede che “Tutti gli uomini di sinistra sono antifascisti, un uomo non è di sinistra, quell’uomo è fascista”. Un criterio che risulta patologico visto sotto l’aspetto della clinica, ma politicamente aberrante perché fomentatore di odio e di discriminazione.
Una inesauribile e inossidabile concatenazione di ossessioni, di pregiudizi e di convinzioni porta a riconoscere ogni espressione scritta e orale da parte di esponenti di sinistra in generale e dell’antifascismo in particolare come portatori di una “illuminazione interpretativa” attraverso la quale le spiegazioni che danno hanno la qualità di una “espressione di fede”, e in quanto tale “una suggestione delirante di verità, avendo la stessa qualità incontrovertibile della rivelazione religiosa”.

Nella “Critica della filosofia del diritto di Hegel”, Marx scrisse che “La religione è l’oppio dei popoli”, intendendo la fede come uno strumento di sedativo delle coscienze e anestetico sociale. Adesso la sinistra distribuisce l’antifascismo come l’oppio del popolo, per distrarlo dalle problematiche del lavoro, della sicurezza e della vita sociale in generale. Da un altro verso, quando si ascoltano certi personaggi e si leggono certe affermazioni, c’è da pensare che la sinistra abbia abbandonato per sé il papavero confortante per passare direttamente all’LSD.