Dicesi presenzialismo “la tendenza o il bisogno costante di partecipare a ogni sorta di evento, manifestazione o dibattito pubblico. Il più delle volte, questo comportamento è guidato dal desiderio di mettersi in mostra, guadagnare visibilità o accrescere la propria popolarità”.

Su “La Setta” – non è un refuso – il programma chiamato “Piazzapulita” è gestito dal domatore dei dissenzienti Corrado Formigli, il fenomeno dell’informazione che con aria di sufficienza e con presunzione di competenza, supportato da un altro fenomeno dell’informazione, tale Cecilia Sala, descriveva lo screenshot di un videogioco commentandolo come un bunker superattrezzato dentro l’acciaieria Azovstal in Ucraina. Questo succedeva quattro anni fa.

Passa il tempo, e lo stesso inquisitore, acceso da un sacro furore, o più accortamente definibile come tracollo isterico, attacca un collega come Francesco Borgonovo addirittura invitandolo ad andarsene e non rispondendo, ovviamente, alle precisazioni dello stesso riguardanti la questione migratoria.

A questo punto bisogna essere sufficientemente spregiudicati per dire che il Formigli è stato un grande nel dimostrare a tutti quanto il suo ambiente sia infrequentabile e quanto la sua conduzione sia inaffidabile.

Mi sono sempre chiesto quale sia lo scopo di partecipare a queste buffonate dialettiche quando l’argomentazione è precostituita, ma comunque dai comportamenti usuali si possono trarre tre considerazioni: la prima, è che queste finte interlocuzioni attraggono il pubblico come gli antichi allo scontro tra gladiatori; la seconda, calcolando l’attacco del branco, a mettere in mostra l’aggressività orchestrata; la terza, a dimostrare la falsa disponibilità ad un dialogo già manomesso premeditatamente.

Dice Gómez Dávila che “Rifiutarsi di ammettere una conclusione che ci spaventa è sufficiente a provocare un’anchilosi intellettuale permanente” e loro, che si parlano tra loro, che si pubblicano tra loro, che si incensano tra loro, che si intervistano tra loro hanno da tempo aggravato l’impedimento della mobilità neuronale e sono ormai ridotti alla completa paralisi cognitiva.

Per ‘loro’ si intende quel numero di mestatori nel torbido, di spacciatori di dubbie inchieste, che si autoincensano con spudoratezza al limite dell’indecenza fino a fare gli strilloni delle proprie discutibili glorie.

In generale, accettare un confronto tollerando inevitabilmente il repertorio del sabotatore ci si arrende, anche ingenuamente, alle sue manovre di squalifica, come sedersi al tavolo del poker gestito dai biscazzieri.

L’accondiscendenza di fronte alle opinioni indistruttibili del nemico finisce per rendere debole e sfibrata qualunque argomentazione seria e approfondita che tenti di metterle in discussione.

Gente come Formigli, per un’impotenza innata ad accettare le posizioni altrui sulla base di dati concreti e di esami diretti, ha bisogno di confusione, di creare artatamente il caos attraverso l’arroganza, la squalifica, l’ironia e il discredito. Deve essere chiaro che quando fenomeni di questo spessore – scarso – sono in disaccordo con interlocutore, non è perché pensano diversamente da lui, ma in modo molto più credibile è perché non pensano affatto. Il loro fanatismo è strutturato su idoli inespugnabili con la ragione, con le argomentazioni e con le dimostrazioni, perciò “Il nostro dovere è profanare ciò che si venerano, giacché senza la profanazione il mutamento non mette radici, e più tardiamo a cambiare, più incorreremo in sofferenze e martirii”, un avvertimento di Albert Caraco da non prendere sottogamba.

Se non si è capaci di un comportamento risoluto, combattivo e sfacciato che non chiede scuse, che fa sentire gli altri prede, che è sempre preoccupato di procurarsi una buona opinione dagli altri, che si sente costantemente sottoposto a verifica, che si sente intimorito dall’assillo dell’estromissione, allora è meglio che lasci perdere ogni tipo di confronto.

Gli idoli che la sinistra venera – antifascismo, gender, migrazionismo, inclusione, integrazione, tolleranza ed altre bizzarre idiozie – sono vuoti dentro, esattamente come i carri di carnevale, riempiti di opinioni e scadenti di contenuti. La decisione di affrontarli prevede due strategie: la prima, quella sopraindicata, dell’attaccare pressante e senza tregua, dello snidare dalla tana le contraddizioni, dello spargere le trappole delle incoerenze; la seconda, è invece esattamente opposta, quella caratterizzata dal rifiuto dell’incontro, calcolando che le polemiche non hanno la stessa valenza delle idee, per cui – per dirle con Jünger – “non c’è tono, ma soltanto rumore”, che peraltro è ciò che vogliono.

Del resto, bisogna prendere atto che è tempo e fiato sprecato interloquire con personaggi dal pensiero distorto, ma questo sarà l’argomento della prossima puntata.