Sul perché la rivoluzione sia impossibile lo spiega il filosofo coreano Byung-Chul Han che analizza alcuni motivi essenziali su questa inattuabilità rivoluzionaria, e lo fa puntando l’attenzione su un campo sempre vasto ma comunque, circoscritto alla condizione neoliberista e alle sue tattiche di neutralizzazione della volontà popolare.
Tutto esatto e condivisibile, ma mancante di due focalizzazioni: l’assenza del temperamento e la sottomissione volontaria nel singolo e nelle masse.
Julius Evola concentra la sua analisi critica e la riassume in due precisi concetti: “il comunismo e il capitalismo sono due facce della stessa medaglia”; “la democrazia è l’infezione dello spirito”. In entrambi i casi l’obiettivo è sempre quello di decostruire l’uomo dalla sua possibilità di trascendenze e ridurlo ad “homo faber”, nel primo caso, e nel secondo ad “homo consumans”.

Tra i due litiganti – come si suol dire – il terzo gode, e questo terzo è stata la democrazia, che in maniera efficace e radicale lo stesso Evola la diagnosticò come “infezione dello spirito”.
È proprio su questa infezione che nacque quella forma diffusa, penetrante e metastatica che si chiama borghesia.
L’antico appello attribuito ad Amintore Fanfani “Avanti al centro contro gli opposti estremismi” ha perso totalmente qualsiasi consistenza, al massimo si può indicare un indirizzo del tipo “Tutti insieme tra opposti centrismi”, in un patetico sgomitare per chi può essere mai il più democratico e più tollerante. Una corsa estenuante e faticosa verso il traguardo per il riconoscimento sul podio della moderazione.
Prendiamo in esame le rappresentanze governative e fintamente oppositive, e possiamo constatare come una patina di prudenza è democraticamente diffusa. Una mediocrità che necessariamente fa rima con inferiorità, perché gli opposti centrismi non possono tollerare figure carismatiche per cui l’organigramma – gerarchia è tutta un’altra cosa – parte dal basso.
Mancanti delle minime basi dottrinarie, i rappresentanti trascurabili delle sette centriste non mancano però di ambizioni, di vanità, di arroganza. “Uomini indifferenti e tutti rivestiti della medesima vernice” (Abel Bonnard) condividono gli stessi vizi di tenutari del potere senza merito, con esclusione automatica di qualsiasi virtù legata all’autorità e al carisma.

Tra questa accoppiata di banalità demo-moderate si nota la grande assenza di altri due dispositivi di carattere genericamente politico: quella parte del popolo che li ha votati, e quella rimanente che ha deciso di astenersi dal circo elettorale.
Come mai, viene da chiedersi, almeno la parte più ragguardevole ormai renitente ai ludi cartacei non riesce ad organizzare un’alternativa che sia dirompente e radicale rispetto all’ordine costituente il quieto vivere?
“Ieri il progressismo catturava gli sprovveduti offrendo loro la libertà” – ha scritto Gómez Dávila – “oggi gli è sufficiente offrire cibo”, e forse proprio da questa constatazione che bisogna partire per un’analisi più approfondita.
La domanda sull’accettazione passiva e sulla placida rassegnazione del potere da parte delle masse addirittura davanti alla tirannide se la pose già Étienne de La Boétie 454 anni fa, e si diede pure una risposta: “Tra favori e vantaggi, protezioni e profitti ottenuti grazie ai tiranni, si arriva al punto che coloro che ritengono vantaggiosa la tirannia sono quasi altrettanto numerosi di quelli che preferirebbero la libertà”.
E qua si entra nell’eterno discorso della condanna alla libertà, che si pretende gratuitamente e senza assumersi la responsabilità delle scelte.

Il potere democratico gioca d’astuzia e di seduzione: offre il piacere e anticipa la soddisfazione delle voglie. L’antica locuzione di Giovenale ‘panem et circenses’ può essere aggiornata con ‘reddito di cittadinanza e Netflix’.
“Prima di una rivoluzione politica deve aver luogo una rivoluzione della coscienza che ride la morte alla vita”, annota il filosofo Byung-Chul Han, quasi a sottolineare la scelta della ‘nuda vita’ di Giorgio Agamben.
Anni e anni di sedazione delle coscienze hanno fatto sì che l’uomo si è reso disposto a tutto pur di non perdere le comodità che ogni ubbidiente servitù prevede. La democrazia liquida si attiva per provvedere alla gestione dei bisogni elementari, magari artificialmente indotti, e con questa diffusa soddisfazione si compra ogni spirito di ribellione. Così nessuno può reclamarsi vittima, in quanto ciascuno è un elemento attivo nel mantenimento del sistema.
Quando questo meccanismo non funziona allora si innesca quello della paura, come strategicamente disposto per la farsa pandemica. E così, stretta tra le due branche di una tenaglia – benefici e paure – la massa viene disinnescata nella sua potenzialità di rivoluzione. Rimane, comunque, la concessione all’innocuo mugolio democraticamente distribuito.