Il primo passo è documentarsi su ciò che il nemico scrive e su come il nemico espone; il secondo passo è ricercare tutte le sbavature nei suoi ragionamenti, i travisamenti nelle sue deduzioni, le contraffazioni nelle sue conclusioni; il terzo passo è attaccare con ferocia intellettuale ogni minima contraddizione e anche la più trascurabile incongruenza tra ciò che dice, tra ciò che scrive, tra il suo comportamento e la realtà dei fatti.

Il generale De Gaulle fu un fine conoscitore delle antiche strategie e delle passate tattiche belliche, e attraverso il loro studio trovò degli stratagemmi da applicare per una più moderna e utile tattica militare. Prima di lui, il generale prussiano Carl von Clausewitz intuì come la politica non fosse altro che la guerra condotta con altri mezzi. Prima di lui ancora il generale e filosofo cinese Sun Tzu scrisse della guerra come un’arte, da perfezionare fino alla vittoria, più sotto l’aspetto psicologico che quello strettamente materiale.
Prendiamo atto di queste precedenze storico-politiche e cerchiamo di vederle dal punto di vista simbolico come strumenti raffinati per combattere la propaganda del pensiero unico.
Cominciamo con l’idea di colpire il più debole. Sembra una cosa apparentemente poco nobile, ma che trova un riscontro leggendario nel combattimento tra gli Orazi e i Curiazi. Tre romani i primi e tre albani i secondi. I tre gemelli romani all’inizio partirono piuttosto male con due morti e un ferito, mentre i gemelli albani risultarono soltanto feriti. A questo punto, il superstite romano ebbe un’intuizione: fece finta di fuggire costringendo gli avversari che lo inseguivano a distanziarsi per le diverse velocità, e così, ad uno ad uno, li fece fuori.

Per restare nella contemporaneità, attaccare un’istituzione pubblica, un giornale, un programma televisivo, un portale di informazione diventa un’azione perdente per la potenza mediatica, economica e numerica dell’avversario. Perciò è strategicamente più astuto, identificare, mirare e colpire il singolo di ogni apparato.
Studiare i contenuti e le modalità di esposizione del nemico serve a definire una mappa cognitiva della sua visione del mondo, delle sue credenze e dei suoi pregiudizi. I molteplici rappresentanti del nemico sono in una certa misura esperti in un determinato argomento, quindi è indispensabile colpirli uno ad uno in modo da decostruire ogni personale distorsione e interpretazione della realtà.
Analizzare gli schemi relazionali con i quali si pone di fronte alla realtà stessa è, di conseguenza, la procedura che serve ad identificare, punto per punto, le minime pecche nei suoi discorsi per depotenziarli nel loro aspetto propagandistico e manipolativo. Rendiamoci conto che il nemico difende soltanto un marchio ideologico, mentre il nostro procedimento è teso a difendere “una identità, non una moda ma un modello di vita senza tempo”. Il lavoro del nemico è sempre concentrato sul tempo contingente, il nostro deve essere mirato a costruire un’alternativa incondizionata.

Attaccare vuol dire – dopo essersi dati una forma, una attrattiva, una volontà – creare una vera e propria alternativa alle stesse idea di società civile, di cultura e di storia che il nemico continua incessantemente a manipolare. Questa è una fondamentale operazione mediatica, anche con particolari difficoltà, perché, come scrisse Nietzsche, “La gente non vuole ascoltare la verità perché non vuole vedere le proprie illusioni distrutte. Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità” e, aggiungiamo, pericolose anche per chi le verità intende metterle in luce.
François Bousquet ha riassunto un principio essenziale con una accattivante ironia: “Se i giornalismo è simile ad un virus informatico, noi siamo l’antivirus”. Questo significa che, senza entrare nella logica del dibattito polemico – “Non odiare i media, diventa i media” –, tra i diversi compiti della guerriglia culturale c’è il “negare all’avversario la sua legittimità”, c’è il traumatizzare il portavoce di ogni mezzo di informazione principale, ricorrendo al suo codice e alle sue tecniche, per rivolgerli contro di lui”, ci dev’essere la precisa volontà di rompere “l’equilibrio delle norme [e] non soltanto cambiare l’equilibrio delle forze”. Sempre con la tattica dell’uno alla volta.

Ad un rappresentante dei soviet che riferì a Lenin dell’entusiasmo degli operai nel leggere tutti i documenti che arrivavano, il leader riconosciuto scrisse testualmente che “non basta leggere, ma bisogna studiare, studiare, studiare”.
Questo principio per rendersi conto che nessun obiettivo è raggiungibile con l’improvvisazione e con l’inventiva, se questi due elementi non sono inseriti in una struttura mentale che abbia assorbito pienamente il criterio di una guerra culturale che non può essere soltanto accademica, ma deve coinvolgere l’intera società. L’obiettivo è di ‘sovvertire la sovversione’ in atto, quindi i mezzi di comunicazione che la supportano, utilizzando i loro stessi schemi e le loro stesse procedure per rivolgerli contro di loro.
I quadri politici devono costituire, o meglio rifondare le vecchie scuole di partito, ma come ha sottolineato in una comunicazione Augusto Grandi ad una mia precisazione “loro accetterebbero mai di imparare?”.
Questo rimane il vero problema!