Già in tempi non lontani, il figlio di Bernardo – come lo definisce argutamente l’amico Augusto Sinagra – aveva sostenuto la necessità di cedere una parte della nostra sovranità a questa equivoca organizzazione qualificata come Unione Europea. In quelli ancora più vicini se ne esce parlando di “sovranità europea” e addirittura di Bruxelles quale “capitale d’Europa”.
Ora, ragioniamo con calma, semplicemente scorrendo poche righe di informazione geopolitica generale.

In senso stretto, la capitale è la città in cui hanno sede gli organi istituzionali di uno Stato; poi esistono anche Stati che hanno nella loro organizzazione più città dove sono presenti i diversi organismi di potere – legislativo, amministrativo e giudiziario – come ad esempio il Sudafrica; o magari due città significative come in Bolivia – una, la capitale giuridica, l’altra, la capitale governativa e legislativa.
Insomma, ogni nazione decide la propria logistica e la propria struttura politica, ma tutte hanno due caratteristiche identiche e non negoziabili: sono uno Stato che rappresenta un popolo.
Partiamo da questo assunto per stabilire da subito l’incomprensibilità di questa uscita a dir poco infelice, senza addentrarci nel giudizio più complicato e specifico del diritto correttamente inteso. Magari, per darci un tono di leggerezza, ma con sufficiente validità storica, visto che l’Europa era latina, perché non rivendicare Roma come capitale d’Europa, in fondo era considerata “Caput Mundi”, ma coi tempi che corrono potevamo pure accettare un ridimensionamento geopolitico.

Da qui è facile risalire alla stranezza, per usare un eufemismo, di una evanescente “sovranità europea”. Una sovranità, evidentemente intesa, come liquidazione di ogni sovranità nazionale e, con essa, finalmente del primo articolo della Costituzione – tanto il lavoro è già stato scartato, il popolo è già stato ridotto a informe popolazione e con la svendita definitiva all’Unione Europea anche il peso di una Nazione con il dichiarato fallimento dell’intera mistificata democrazia.
Attraverso certe dichiarazioni si arriva veramente all’apoteosi della distorsione concettuale e della perversione della politica.
L’Europa, da comunità di Patrie, parzialmente rappresentata dall’antica Mitteleuropa con un preciso mito fondativo, è semplicemente un’organizzazione burocratica di tipo liberal-materialista, senza alcuna vocazione di destino e con la netta recisione delle radici storiche.
Non ci sono politici, né tantomeno statisti, a dare una patina di legittimità a questo mega apparato fatto di funzionari, di manager, di burocrati e di scadenti amministratori. Quest’Europa è stata una creazione di ingegneria sociale in cui solo qualche Stato rivendica la propria autonomia e la propria sovranità, con conseguente attacco metodico e premeditato alle sue legittime rivendicazioni, sotto l’accusa fantasiosamente diffamatoria di populismo e di sovranismo.

Come si può parlare di “sovranità europea” nel momento in cui quest’Europa non è altro che un sistema – quale insieme di apparati – nelle mani di biscazzieri, usurai e pescecani della finanza transnazionale.
Al massimo si può considerarla come una conflittuale società – nel senso etimologico di entità giuridico-amministrativa tra soggetti diversi – spesso litigiosa quando non ostile per interessi egoistici, e con la possibilità di rescissione del contratto, come è venuto nel caso della Brexit.
Non ci sono legami in quest’Europa che possono dar credito ad una sovranità condivisa, ma solo rapporti tra affaristi e devoti servitori di interessi altrui.
Quest’Europa è solo un esperimento di malapolitica, dove da bel principio le basi del fallimento sono state l’inciviltà, l’indifferenziato e il management. Quelli che potevano essere le linee guida e i vettori fondanti sono stati preventivamente disinnescati: la Cultura, la Politica e l’Identità. Elementi troppo pericolosi per chi voleva agire senza intoppi e seccature ideologiche. La Cultura quale portatrice di tradizioni e memorie condivise, la Politica quale Arte Regia per la gestione della propria comunità, l’Identità quale espressione di un genio proprio e partecipato, sono stati sostituite dal multiculturalismo, dall’organizzativismo e dal meticciato.
Scrive Christian Meier in “Da Atene ad Auschwitz”: “Con l’Unione Europea sta crescendo – per la prima volta, mi sembra, dall’era moderna – un’entità politica che non avverte l’esigenza di una propria storia e di un proprio orientamento storico”.
Durante la discussione sulla bozza di una Costituzione europea era presente un elemento di coesione, ereditario, per una fondazione non materialista. Alcuni padri fondatori, già nel 1958, parlavano di questa esigenza, ma le élite tecnico-finanziarie non vedevano di buon occhio un’interferenza di carattere etico e spirituale, per cui ogni iniziativa venne bloccata.

Si trattava del cristianesimo, o più specificamente del cattolicesimo, ma quest’idea venne vissuta come discriminante e poco accogliente, per cui venne bocciata.
Adesso rimane, per quanto riguarda questo territorio, un monoteismo desertico agguerrito ben più deciso motivato e credente di quello che lo stesso clero di Roma ha ritenuto di decostruire, e questo più che attivo per occuparla definitivamente. Ma questa è un’altra storia che affronteremo.