Eravamo giunti alla conclusione che sedersi al tavolo dei bari è sempre controproducente, e in termini concreti del dibattito politico l’unica opzione, in caso di accettazione del confronto, è quella di attaccare continuamente senza remissione, non dando la possibilità all’avversario di tenere dei comportamenti a noi sfavorevoli.

La seconda alternativa è quella più sottile e meno appariscente al momento, ma con buoni risultati sulle lunghe distanze: l’indifferenza, il rifiuto e la sconfessione della richiesta partecipativa. Parlando specificamente dei ludi cartacei, chiamati volgarmente ‘tornate elettorali’, Jünger precisa una condizione da non sottovalutare quando fa notare che “gli organi di potere ci interrogano senza posa e certo non animati da un’ideale brama di conoscenza. [Essi] non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva né, tantomeno, alla soluzione di questo o quel problema particolare. Ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta”.

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Analizziamo bene le dinamiche di talkshow e vediamo come sia evidente questa modalità: fanno parlare i supporter, danno la parola al dissenziente, e sulla sua risposta scatenano l’attacco. Questo sistema ha in sé un vizio sostanziale, quello di partire dal presupposto che ‘Noi abbiamo la verità e adesso dì la tua’.

Il secondo modo, quindi, per far scaturire le contradditorietà di cui la sinistra è ampiamente imbottita e costringerla ad una specie di autofagia ideologica, è l’indifferenza. Non partecipare ai dibattiti, non intervenire nelle polemiche, non accettare i confronti. Come “l’astensionismo è uno dei comportamenti che rendono inquieto il Leviatano”, annota sempre Jünger, così bisogna convincersi che “anche il silenzio è una risposta”.

Del resto dobbiamo renderci conto che la controparte sinistra, pur rimanendo capace di intendere e di volere seppur in maniera malsana, è affetta da un’alterazione della mente con conseguente perdita dell’esame di realtà, e l’impossibilità di distinguere le proprie esperienze interiori – percezioni o convinzioni, poco importa – dai dati reali che qualunque altro riporta e che una certa percentuale di persone condivide.

Le convinzioni possono essere le più platealmente false – esistono in natura più di due generi sessuali; le più sfacciatamente bizzarre – l’uomo può avere le mestruazioni; le più confusamente incredibili – il comunismo ha sempre portato pace e benessere nel mondo; le più impunemente distorte – il fascismo è stato contro ogni forma di cultura; le più oscenamente pericolose – il gender nelle scuole apre alla tolleranza contro il patriarcato; le più dannosamente ridicole – le usanze allogene saranno il nuovo stile di vita per tutti noi; le più tragicamente deleterie – la sostituzione etnica è un’invenzione del suprematismo bianco e razzista; le più patologicamente lascive – il travestitismo è la rivendicazione della diversità; le aberrazioni più blasfeme – il diritto alla sovversione della morale.

Si potrebbero riempire le pagine in un elenco minuzioso di moltissime altre credenze che sono talmente radicate da resistere alle più evidenti e documentate prove contrarie.

Questa distorsione del pensiero è da ritenersi solo un’espressione malata per difendersi da una realtà che si rifiuta, oppure c’è anche una percentuale di malafede in talune prese di posizioni inossidabili a qualunque dialettica?

Credo che entrambe le opzioni contribuiscano a sostenere una stessa e identica visione di sé e del mondo.

In molte manifestazioni è senza dubbio presente quella difesa psichica per proteggersi da una realtà, e anche da una verità, insostenibili.

Quale altra reazione può avere una persona che per anni è stata immersa in un ambiente ideologico impenetrabile a qualsivoglia critica, e negatore di quello che nel campo psichico si chiama con il termine di insight – ovvero la capacità di introspezione e di consapevolezza dei propri pensieri – se non quella di resistere ad una angoscia latente?

Come si può riconoscere senza cadere nel panico che tutti questi anni di democrazia hanno creato impoverimento diffuso, precarietà nel lavoro, decadimento dell’istruzione, aumento della criminalità, disintegrazione della famiglia, azzeramento dello Stato sociale, deregolamentazione dell’assistenza sanitaria, disincanto per quanto riguarda i cambiamenti attraverso il voto, desertificazione delle imprese, privatizzazione selvaggia ed altri lugubri insuccessi e disastri?

Si tratta di ammettere il fallimento politico generalizzato, ma con la colpa prioritaria di essersi accodata alla fila prodotta davanti alla greppia parlamentarista rinnegando i propri principi.

A questo punto scatta un meccanismo che è molto simile a quello che è presente nelle donne maltrattate. La questione sembra quantomeno particolare, ma comprovabile con i fatti.

Nei lunghi anni durante i quali mi sono occupato del sostegno alle donne maltrattate assieme ad una psicologa affascinante ed eccezionalmente preparata, purtroppo presto, troppo presto scomparsa, l’amica Adriana Monzani, ci si chiedeva spesso perché non avessero denunciato subito il maltrattante, perché nascondessero le prove di violenza che subivano, perché dopo il lungo periodo di convivenza esitassero ancora a riconoscere il comportamento deviante del partner. La risposta, da un punto di vista psicologico e psicodinamico, è di una semplicità disarmante: per l’angoscia di riconoscere il fallimento di una vita e lo smacco di una fiducia.

Per i superficiali, e per quelli dalla risposta pronta, sembrerà una banalità o, peggio, una mistificazione, ma la verità psichica è molto evidente per gli esperti, molto meno perché chi costretto a negarla per la propria sopravvivenza mentale.

Ecco perché, allora, questa sinistra, anche di fronte alle evidenze più eclatanti le nega, le distorce, le falsifica e contemporaneamente attiva delle forme teatrali di distrazione rivolte alla massa e, soprattutto, ai propri elettori.

Non è necessaria una lungaggine nella spiegazione per tornare all’incipit di partenza. Perché partecipare a dibattiti con persone che hanno questo tipo di disturbo e di modalità di esame di realtà? L’unica cosa che si può riconoscere è una buona dose di ingenuità, pensare che con il raziocinio si possa interferire su una visione del mondo creata ed introiettata con il meccanismo della fede.

Questa distanza dal chiasso indisponente delle opinioni non significa né disinteresse, né rassegnazione, ma implica invece un altro tipo modalità per combattere il becerume progressista, la strategia che François Bousquet chiama “guerriglia culturale” che può essere riassunta con alcune sue parole “La mobilità, il logoramento, la furtività, la sovversione, l’ironia, l’inventiva, l’ingegnosità, la reattività”, tattiche che saranno adeguatamente spiegate.