Un tempo c’era uno slogan piuttosto graffiante e ottimistico – “Se la giustizia non è nell’ordine, è nella rivoluzione”. È stato un bel sogno anche se irrealizzabile già dall’inizio, per cui tutto è finito con una speranza mai sopita. Ora, considerando i comportamenti di due categorie – giornalisti e medici – il nuovo obiettivo potrebbe essere più realizzabile – “Se la giustizia non è negli Ordini, aboliamoli”.

“La funzione principale degli ordini professionali è quella di tutelare l’interesse pubblico e garantire ai cittadini la competenza, la qualità e la correttezza delle prestazioni professionali. All’interno del codice deontologico c’è un preciso potere disciplinare il cui compito è quello di “valutare eventuali comportamenti scorretti o contrari al decoro della categoria ed eventualmente sanzionarli”.

Nell’ambito dell’informazione, quotidianamente, si assiste a dei comportamenti che vanno ben oltre alla ‘semplice’ mancanza di rispetto della persona e della tutela della sua dignità. Già nella modalità di riferire fatti e circostanze troppo spesso si stravolge l’autonomia di pensiero e la libertà di espressione, evitando accuratamente di verificare la verità su quanto viene riferito e commentato, eludendo il giusto dovere di rettifica e articolando l’informazione stessa più in funzione della presunzione di colpevolezza nei confronti della vittima designata, accuratamente alimentando il sospetto e le congetture con la magica scusante “in attesa di conferma”. Questi disinformatori hanno fatto loro il famoso motto di Francesco Bacone: “Audacter calumniare, semper aliquid haeret”, cioè “Calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre attaccato”.

Tale modalità di comunicazione è spesso completata da linguaggi volgari e da frasari scurrili: un esempio per tutti, il prototipo della comunicazione grossolana è quell’Andrea Scanzi che non argomenta, ma insulta, deride, squalifica e offende, non avendo alcuna competenza per entrare nei diversi piani e nelle diverse modalità di confronto.

Indignazioni, segnalazioni, prese di posizione e di distanza da parte dell’Ordine dei giornalisti non pervenute.

Sono in molti a chiedersi come mai non ci sia mai stato un intervento quantomeno formale nei confronti di quei professionisti che con un comportamento inquisitorio, con un atteggiamento sprezzante, con un contegno arrogante e sfrontato intervengono nei dibattiti, o con un linguaggio insolente e villano aggrediscono e diffamano la persona presa di mira. Scanzi in un video disse una volta che “la diffamazione è un incidente di percorso per ogni giornalista”, chiudendo così ogni eventuale polemica. Peraltro, sono gli stessi funzionari dell’Ordine a tirare in ballo il fatto che l’attività giornalistica apparterrebbe a quei “lavori di natura intellettuale e interpretativa, e che in quanto tali possono essere difficili da valutare secondo norme rigorose”, oppure che c’è “un problema insuperabile di giudizio sulla libertà d’espressione, sul diritto di cronaca e sulla libertà di stampa”. Insomma, alla fine la priorità è difendere i giornalisti piuttosto che mettere in discussione i loro riprovevoli comportamenti eventualmente contestabili. Rimane sempre presente, però, il piagnisteo di questi, e il loro feroce attacco giudiziario nei confronti di quegli indignati che magari maldestramente azzardano un ‘reclamo’ legale, e che loro immediatamente interpretano come “querela temeraria” finalizzata ad avversare la libertà di parola e di pensiero. Sempre vittime, insomma, dell’incomprensione e della cattiveria altrui.

L’Ordine dei medici è per certi versi più articolato e mirato. L’articolo 24 del Codice di Deontologia, ad esempio, stabilisce delle norme precise sul dovere di attestare esclusivamente condizioni cliniche direttamente constatate ed oggettivamente documentate. Le valutazioni devono seguire alcuni principi inconfutabili e inoppugnabili sul rilascio delle certificazioni sanitarie: “Veridicità e diligenza” partendo da un’anamnesi scrupolosa ed evidenze cliniche concrete e fondate; “Autonomia di giudizio”, che esclude rigorosamente ogni influenza, ogni condizionamento ed ogni sollecitazione provenienti da categorie o da singoli che possano fuorviare un documentato convincimento clinico. Questi due principi riportano ad altrettante conseguenze: il “Divieto di ‘certificati di comodo’” al fine di compiacere interessi e vantaggi di soggetti terzi attestando stati di salute o di malattia non verificati o palesemente infondati e contraffatti; in presenza di un fatto illecito sopra indicato, il sanitario che attua un simile comportamento incorre nel reato di “falsità ideologica” secondo l’articolo 481 del Codice Penale con conseguenze che vanno dalla reclusione fino a un anno o una multa da 51 a 516 euro, o entrambe le pene insieme se il fatto è commesso a scopo di lucro.

Quanto sta emergendo dall’inchiesta della magistratura sulle false certificazioni compiacenti da parte di un certo numero di medici a favore di clandestini tenuti nei CPR per evitare la loro permanenza e l’eventuale rimpatrio sta assumendo dei contorni particolarmente inquietanti. Basti pensare, a quanto è dato sapere, per come si è espresso l’unico indagato, per ora, Nicola Cocco in una intercettazione telefonica: “Gli facciamo il culo a ‘sti sbirri maledetti”. Inquietante è il silenzio degli Ordini su questa vicenda, molto più solerti e decisi nella sospensione e nella radiazione dei colleghi durante la farsa pandemica, eseguendo supinamente le disposizioni politiche dimostratesi false e mistificatorie. Altrettanto inquietante, anche peggio, la solidarietà che sedicenti ‘colleghi’ hanno dimostrato con manifestazioni di piazza nei confronti degli indagati, sostenendo platealmente i loro comportamenti illegali e ideologicamente arbitrari.

Intanto, la categoria dell’informazione si blinda di fronte a qualsivoglia critica con l’usuale retorica della libertà di espressione e, come nel caso dei giudici, del libero convincimento, mentre i mass media continuano nelle loro operazioni quotidiane di mistificazione, di nascondimento e di premeditata insolenza.

La Cgil, poi, attiva la piazza a supporto degli indagati, parlando di “Intimidazione” e di “Metodi da Gestapo”, “Medici Senza Frontiere” e la “Società Italiana di Medicina delle Migrazioni” parlano di “pericolosa criminalizzazione dell’atto medico e della cura”, “Associazioni civili” (?) scrivono che “La salute è un diritto, non un reato”.

In questo paese allo sbando, la dignità è un accessorio ingombrante, la correttezza professionale solo un paradigma opinabile, il rispetto della legge dipende da chi la trasgredisce. Per questo, mi chiedo, a cosa servono gli Ordini professionali se troppo spesso diventano lo scudo penale a mediatico a difesa di indifendibili iscritti? Ma prima ancora del problema giudiziario, viene la questione del decoro, della dignità, del prestigio e della rispettabilità dell’organismo stesso. La mancanza di queste condizioni, diffusa ovunque – dalla politica alla giustizia, dal sindacato alla scuola – consentono un sostanziale supporto tra le parti – chiamasi anche complicità – per cui nulla è modificabile nel sistema corrente. Rimane il dovere dell’indignazione, gratuita ed impotente.