A parte le comiche difese dei confini altrui e la suicida noncuranza per la tutela dei propri, il tutto determinato da una cecità e da un masochismo difficile da interpretare, è rilevante l’assoluta mancanza di intelligenza, associata congruamente ad una crassa ignoranza, e l’assenza di quel briciolo di furbizia su quale si fonda l’antica ma sempre conveniente domanda “Cui prodest?”, A chi giova?

Cercare di instaurare un rapporto dialettico basato sulla conoscenza della questione e sulla competenza nella materia è impossibile per l’impenetrabilità ideologica a qualsivoglia confronto concettuale. Perciò diventa indispensabile operare in termini didattici e istruttivi.

Partiamo dai personaggi. Klaus Schwab è il fondatore e il presidente esecutivo del World Economic Forum di Davos, fedele all’impostazione sociologica di quel Karl Popper fautore della “società aperta” e sodale del famigerato Georges Soros, presidente dell’Open Society Foundations. Quest’ultimo, per cronaca, come reperito su siti qualificati, condannato all’ergastolo in Indonesia e alla pena di morte in Malesia per una speculazione sulle monete locali che ha ridotto alla fame entrambi i Paesi, nonché condannato per insider trading a pagare una multa di due miliardi e mezzo di dollari in Francia con condanna confermata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Schwab, nel suo saggio intitolato “La quarta rivoluzione industriale” spiega, quasi in forma di catechismo, i nuovi cambiamenti in atto, che devono essere assolutamente accelerati e che per attuarli già nell’introduzione lo esplicita in maniera inequivocabile: “La nuova rivoluzione tecnologica è la più affascinante e suggestiva, poiché comporta una vera e propria trasformazione per l’umanità”. Trasformazione dell’umanità, mica poco.

Sul lavoro afferma che: “Non sussistono obblighi da parte del datore di lavoro in termini di salario minimo, oneri fiscali e contributi previdenziali […]. [Nonché è indispensabile una quota di lavoratori] con un basso livello di competenze e remunerazione”.

Sulla politica annuncia che: “[…] è in atto una transizione del potere decisionale da attori pubblici a soggetti privati e da istituzioni consolidate a network spesso non ben definiti. […]”.

Sull’invecchiamento dichiara che: “[In considerazione del peso sociale degli anziani sarà necessario] un drastico aumento dell’età pensionabile”.

Sulla famiglia predice che: “Le cosiddette ‘reti familiari transnazionali’ stanno gradualmente sostituendo le famiglie tradizionali”.

Sulle relazioni proclama che: “[…] il concetto di appartenenza a una comunità è definita da progetti e valori individuali più che dallo spazio (la comunità locale, appunto), dal lavoro e dalla famiglia”.

Ecco, in pochissimi punti essenziali, il vademecum controfirmato da tutti i fautori e i sostenitori di quelle lobby globaliste le quali, perfettamente assecondate e puntellate dalla propaganda capitalista e dalla pirateria finanziaria transnazionale, hanno dichiarato guerra ai tre paradigmi fondamentali che caratterizzano l’uomo e la sua natura sociale: la famiglia, la comunità e la nazione.

Dietro a parole dalla nullità semantica come “democrazia cosmopolita” – senza considerare che ogni organizzazione statuale dipende dalle proprie storie e dalle proprie culture, e che la sua esportazione ha sempre portato a sanguinosi disastri –, oppure come “cittadinanza transnazionale” – quando questa è legame di appartenenza ad uno Stato preciso, ed è il presupposto avvalorato per beneficiare di svariati diritti e per onorare determinati doveri, ben diversa e ben più importante di una semplice certificazione –, dietro a queste distrazioni artificiose e suggestioni manipolative si nasconde una realtà molto più chiara e determinata.

La messa in discussione dei confini e la loro eliminazione è stato uno dei passi decisivi posti in essere dal capitalismo transazionale per favorire l’ascesa del globalismo e della finanza, questa sì cosmopolita.

Come si è detto, la strategia è costituita da tre tattiche: la prima, nell’attacco alla famiglia quale primo nucleo politico di uno Stato; la seconda, come logica e parallela conseguenza, nella disgregazione del secondo e più ampio dispositivo politico quale è la comunità che stabilisce da dove veniamo, chi siamo e quale destino ci appartiene; la terza ed ultima è direttamente la Nazione, che è contemporaneamente la forma di un retaggio condiviso e la difesa di principi e valori non negoziabili.

L’universalismo e il cosmopolitismo sono due caricature che rispondono alla generica chiamata di quella che fa tanto filantropia e solidarietà e che porta il nome di ‘umanità’; proprio lei, la “disonesta finzione” di Carl Schmitt o il trucco di “Chi dice umanità vuole fregarti”, secondo Pierre-Joseph Proudhon, che pure era un anarchico.

Solo due precisazioni per finire. Milton Friedman, importante personalità della scuola neoliberista di Chicago nonché Premio Nobel per l’economia nel 1976 ha scritto che “Il merito del mercato è quello di ridurre enormemente il numero delle questioni che devono essere decise per via politica”. Hannah Arendt ha precisato come “la cittadinanza mondiale potrebbe segnare la fine di qualunque cittadinanza. Potrebbe non essere l’apice della politica mondiale, quanto la sua letterale dissoluzione”.

Basterebbe che questi esperimenti antropologici e fenomeni caricaturali che si riuniscono con modalità diverse – da scadenti esibizioni circensi a deleterie devastazioni cittadine – studiassero un po’ da che parte sta il nemico. Invece, a causa di un’intelligenza difettosa e di una furbizia lacunosa per il nemico lavorano e si agitano, senza rendersi conto che solo la difesa della famiglia, della comunità e della Nazione può essere l’arma più consona per combattere quel capitalismo cinico e spregiudicato che considera l’uomo merce a disposizione dei propri affari. Come i no-borders, peraltro.