«Qui giace l’Aretin, poeta tosco / che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo /scusandosi col dir: “Non lo conosco!”, scrisse Paolo Giovio riferendosi al carattere di Pietro. C’è da dire che almeno Pietro Aretino aveva una certa consapevolezza del suo limite e giustamente sparlava solo di chi conosceva.

Nella contemporaneità si staglia la figura di un altro aretino, tale Andrea, il quale quando parla prende sempre posizione con un’area di sufficienza e di supponenza, indipendentemente dalla preparazione sull’argomento, e tutti dileggia, insulta, biasima e censura se non condividono le sue certezze.

Seguo attentamente i suoi video dal punto di vista professionale, ma non ho mai inteso intervenire direttamente ritenendo il personaggio immeritevole di essere considerato. Nel caso di Salim El Koudri la questione cambia, perché diventa particolarmente interessante esaminare le considerazioni del suddetto sull’attentatore del punto di vista psichiatrico.

Mi rendo conto di partire svantaggiato in quanto sprovvisto di quella scienza infusa, di quella saggezza ispirata e di quella erudizione pervasiva che caratterizza il summenzionato e l’antro sapienziale de “Il Fatto Quotidiano”, perfettamente diffuse in una contaminazione quasi spirituale ad alcuni altri sodali, come a Report, ad esempio.

Ci sarebbero svariati punti del suo intervento da prendere in considerazione, ma quello più interessante è l’accusa di incompetenza che lui rivolge quasi sempre a tutti i politici, i giornalisti e gli intellettuali che non sono allineati alla sua sublime consapevolezza delle cose.

Del fatto tragico di Modena, il chiaroveggente aretino ha immediatamente fatto diagnosi: “è pazzo”, puntualizzato poi il problema delle scadenti risorse che coinvolgono l’organizzazione psichiatrica.

Come già premesso sulle mie mancanze divinatorie, arranco ancora nello studio e nell’approfondimento dei casi umani che capitano, nonostante quarant’anni di psichiatria, diversi decenni di perito forense, innumerevoli passaggi nei liquidati Ospedali Psichiatrici Giudiziari e carceri varie, nonché un dottorato in Filosofia delle Scienze Sociali, e non sulle prestazioni artistiche dei cantautori.

Non entro nel merito delle procedure da seguire, perché questo contesto non si occupa di didattica o di approfondimenti criminologici, ma mi chiedo semplicemente una cosa: quali competenze ha l’illuminato Scanzi per poter già diagnosticare con usuale sicumera e saccenteria: “è pazzo”? Questo addirittura prima ancora che stabiliscano la perizia psichiatrica, con i tempi che vengono concordati per un’analisi approfondita del soggetto e di tutti gli altri parametri a lui riferiti – famiglia, società, religiosità, cultura ecc.

Lui non ha bisogno neppure di parlare con la persona, ma gli è sufficiente riferirsi al famoso antro sapienziali di cui sopra: “Credete al “Fatto Quotidiano o a ‘loro’, a voi la scelta”: un tono che ricorda la drammatica alternativa di Ponzio Pilato: “Volete Gesù o Barabba?”.

È questo lo stile che sempre ha caratterizzato la penna e la voce dell’onnisciente citato. Poi magari succede che si sbagli, ma non se ne cura, tant’è che in un video ha detto espressamente che “la diffamazione è un incidente di percorso per un giornalista”. La lesa maestà vale solo per lui e per i suoi sodali.

Poi, Scanzi si lamenta che le persone con problemi psichiatrici siano scarsamente seguite, ma non deve chiedere al governo, ma a quelle forze politiche che si sono battute per la liquidazione della psichiatria da studio della mente ad attivismo sociale. A quella psichiatria che fa dire a Franco Basaglia come “Oggi il terrorista è un ‘personaggio’ della società che nasce come conseguenza della contraddizione della società stessa”, oppure, quando parla della sua riforma e afferma “Noi creiamo una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico, la nostra azione è un po’ come un comando dirottatorio”, o ancora che “la gente è costretta a sparare perché non è ascoltata, come il ‘matto’ è costretto a uccidere la moglie perché non è ascoltato”, o infine, per ultimo ma non ultimo quando sancisce che “oggi dobbiamo sacrificarci per mettere in piedi una logica rivoluzionaria”.

È a conoscenza Scanzi del tentativo in atto da anni di abolizione dell’articolo 203 del codice penale riguardante la pericolosità sociale su spinta dell’ideologia basagliana? È a conoscenza Scanzi di uno psichiatra e psicoanalista ungherese di origine e francese di adozione, Georges Devereux, che ha postulato l’esistenza di un “inconscio etnico”, ovvero “la parte inconscia che l’individuo ha in comune con la maggioranza dei membri della sua cultura, che si trasmette per via transgenerazionale attraverso una sorta di insegnamento non biologico”, fattore da prendere in considerazione nei comportamenti delle cosiddette ‘seconde generazioni’ migratorie?

Quindi, prima di pontificare su cose che non si conoscono, su argomenti che necessitano studi, approfondimenti, confronti e verifiche, sarebbe il caso di mantenersi su un basso profilo di giudizio e di pensare a quello che ha scritto un grande psichiatra e psicoanalista italiano, Giovanni Jervis, a proposito di frustranti e fuorvianti schematismi: “Se è vero che esistono buoni motivi per esaminare particolari problematiche sociali, abbiamo soprattutto bisogno di capire meglio come funziona, in generale, la mente umana”.

Noi, miserrimi studiosi sempre incalzati dalle perplessità e disturbati dai dubbi, prendiamo atto dei poteri intellettivi e psichici di Andrea l’Aretino, e sperando di non importunare troppo la sua suscettibilità, gli dedichiamo la risposta che Pietro diede all’epigramma di Giovio: “Qui giace Giovio, storicone altissimo, / di tutti disse mal fuorché dell’asino / scusandosi col dir: “Egli è il mio prossimo”, sapendo benissimo che niente può scalfire la sua elevata, assoluta e impermeabile percezione di sé.