Tutta colpa del puritanesimo, dell’equivoca vittoria dei benpensanti, della morigeratezza castrante degli impotenti, dell’eros pagano deformato nel peccato originale, dell’odio nei confronti della bellezza, dell’astio sordo contro ogni forma di anticonformismo. “L’aristocraticità del modo di sentire venne scalzata dalle più sotterranee fondamenta” – denunciò Nietzsche – “mercé questa menzogna dell’eguaglianza delle anime”, e tutto divenne ordinario, mediocre, insulso, dozzinale, sostanzialmente insignificante. Pier Paolo Pasolini, negli “Scritti corsari”, a parte una certa dose di ottimismo nel considerare il fenomeno dei capelloni come una opportunità di opposizione alla società dei consumi – condizione perfettamente criticata nella sua equivoca manifestazione da parte di Julius Evola, una profezia da noi condivisa – alla fine dell’articolo riconosce testualmente come “La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare”.

Il potere aveva perfettamente intercettato questi tentativi di trasgressione, e ha fatto un’operazione di un’intelligenza e di un cinismo veramente encomiabile: ha incorporato qualunque forma possibile di alternativa al pensiero corrente, depotenziandola e banalizzandola semplicemente attraverso il suo riconoscimento ufficiale.

Dall’eros all’alimentazione, dalle acconciature al vestiario, dalla cultura all’architettura: non c’è spazio della vita che non sia stato svalutato, screditato, sminuito, reso insulso.

Se uno vuole passare delle belle giornate, può leggersi le memorie di Casanova, e vedrà, potrà confrontare, l’atmosfera del Settecento carica di volontà di potenza, con quella attuale, dove vige la moraliner di nietzschiana memoria.

Il sesso, dalla servetta analfabeta all’aristocratica di corte, dal curato di campagna al cardinale ambasciatore, era un quotidiano esercizio che non escludeva gradi e funzioni, magari incompatibili con l’esercizio stesso. La prostituzione, perfettamente regolata, contribuiva grandemente a rimpinguare le casse dello Stato.

Il cibo, e la sua consumazione, erano caratterizzati da una ricerca particolareggiata di gusto e di esposizione, sempre alla ricerca di continue ricercatezze gastronomiche.

La cultura era innanzitutto un piatto da buongustai – tanto per rimanere con il termine culinario – ed era un processo di apprendimento che interessava soprattutto il soggetto interessato, prima ancora dei cultori della specifica materia.

L’abbigliamento veniva accuratamente curato, sempre con l’obiettivo della raffinatezza e dell’eleganza, anche a costo di sopportare intriganti limiti nell’indossarlo.

Le donne, grazie alla notevole autonomia di gestione della vita personale e familiare, amministravano attività commerciali, dirigevano giornali, presiedevano salotti privati, erano pittrici, poetesse e persino, nel 1678, presso l’Università di Padova, Elena, Lucrezia Cornaro Piscopia si laureò con una tesi su Aristotele. Riassunto: in pieno regime che adesso verrebbe definito di patriarcato, le donne scopavano, studiavano, dirigevano e tramavano di politica.

Si potrebbe continuare con dovizia di particolari nella denuncia dello scadimento di queste caratteristiche individuali e sociali nella contemporaneità, ma è sufficiente rifarci a Gómez Dávila quando annota che “Le società aristocratiche innalzano sulla gleba umana, un palazzo di cerimonie e di riti per educare l’uomo”, mentre “Nella società egualitaria non c’è posto né per i magnanimi né per gli umili, ma solo per virtù pacchiane”.

E così, di degrado in degrado, siamo arrivati alla contemporaneità, la quale non presenta più la qualità aristocratica dell’eros, ma la tara plebea della libidine, e qua necessita di ritornare all’inflazionata considerazione di Gianni Agnelli secondo il quale, a ragione, non ci sono più le contesse che fanno le puttane, ma scadenti mignotte che si spacciano per titolate.

Per quanto riguarda poi la gestione politica e amministrativa della cosa pubblica, la competenza ha lasciato il posto alla impreparazione, quando non dilettantismo impregnato di ignoranza; al posto dei salotti, dove si distribuivano complici occhieggiamenti assieme elevate discussioni, ora prosperano spudorati talkshow, dove sgallettanti conduttrici si esibiscono in sconvenienti e impropri conformismi al pensiero omologato.

Il cibo, celebrato con rituali consolidati a confermare raffinatezze e ghiottonerie, si è equamente diviso tra l’insopportabile e fastidiosamente fatua esibizione da Nouvelle Cuisine e la spazzatura-ingolfamento gastrico delle abitudini ulcerose statunitensi.

L’abbigliamento non era un’acconciatura secondaria per definire censo e autorità, esso andava oltre, seppur con un importante senso estetico, per definire uno status; ora “mascherandosi da poveri, i signorini di merda possono prendere di far parte del popolo, [cosicché] tutti, ricchi e poveri vestono tutti fondamentalmente allo stesso modo, salvo per quanto si riferisce al marchio e al prezzo” (Ruiz Portella), e i jeans stracciati ne sono il vistoso, esempio.

Insomma, non mi pare che il buon gusto, le buone abitudini e le buone maniere, aldilà della vitalità trasgressiva e delle esuberanze scandalose, abbiano qualche presenza nella nostra contemporaneità melanconica e dolorosamente banale.

Solo due appunti lievi e simpatici per concludere con una certa leggerezza. Pensate che un tempo c’era Casanova, habitué delle corti d’Europa, agente di servizi segreti, partecipe alle diplomazie internazionali, ora abbiamo Tajani e Di Maio come figuranti di questo fallimento moderno. Un tempo c’era il grande Alessandro Balsamo, detto Cagliostro, finto medico, falso farmacista, ingannevole guaritore e persino spacciatore di un rimedio dell’eterna giovinezza di sua scoperta, a noi c’è rimasta Wanna Marchi e le sue pozioni fasulle come simbolo della moderna venditrice di fumo, e negli ultimi anni le virostar mediatico-pandemiche per la propaganda di rimedi fasulli e pure dannosi.

Vedete un po’ voi che fine abbiamo fatto…immersi in una generalizzata bruttura, in una mesta e abbacchiata banalità, soffocati da un piattume moralistico, ma tutti democraticamente abbassati al più demoralizzante squallore.