“Audacter calumniare, semper aliquid haeret” – Denigra senza esitazione: sempre qualcosa resterà.
Questa tecnica ben collaudata dell’informazione in generale, ma più accreditata a sinistra per l’esemplare maestria e l’inarrivabile sfacciataggine, è ormai all’ordine del giorno nella comunicazione sia orale che scritta.
Maestria e sfacciataggine che si fondano su tre pilastri fondamentali: l’assoluta certezza della propria superiorità etica e intellettuale; l’impermeabilità a qualsiasi tipo di confronto sui contenuti; l’indisponibilità anche alla minima forma di revisione critica.

Se si dovesse partire in un’analisi di questo fenomeno comunicativo dal famoso saggio-inchiesta-denuncia di Michele Brambilla “L’Eskimo In Redazione” del 1991, occorrerebbe letteralmente una pubblicazione a fascicoli per puntualizzare con rigore questa metodologia di manipolazione della realtà risalente a più di trentacinque anni fa. Ma già focalizzando l’attenzione sull’attualità è possibile comprendere il meccanismo su cui si fonda un certo tipo di giornalismo, quello del motto citato per cui non occorre provare nulla di ciò che si dice, ma l’importante è lo sputtanamento martellante, perché tanto ogni rettifica o verrà negata oppure cadrà nel nulla. È la metodica e cinica sovversione dell’onesta informazione, perfettamente sottolineata nello stile e nel metodo da Marcello Foa: “La regola del buon giornalismo ‘prima verifico e poi pubblico’ si trasforma troppo spesso in ‘prima pubblico, poi semmai rettifico’”, e neanche la rettifica viene quasi presa in considerazione nella disonestà del sistema mainstream.

Prendiamo, come ultima evidenza in ordine di tempo, quanto è accaduto a Vittorio Sgarbi. Andrea Scanzi, “Il Fatto Quotidiano”, “Report” accusarono pesantemente Sgarbi per una questione legata ad un certo “quadro rubato”. Particolarmente feroce per la derisione, il dileggio e lo scherno fino a coinvolgere la sua condizione fisica e la sua compagna nella campagna diffamatoria fu proprio Andrea Scanzi, del quale – per evidenti questioni di spazio – evidenzio solo quattro suoi video, già nella didascalia chiarificatori del clima persecutorio instaurato: “l’uomo che sussurrava alle capre e scorreggiava a se stesso”; “Il poro Sgarbi e il quadro rubato riapparso con il ritocchino”; “Il poro Sgarbi diffida Report: zitti sul quadro rubato”; “Risposta sobria a quel che resta del poro cibbino Sgarbi”. Ultima notizia: due archiviazioni e una assoluzione per non aver commesso il fatto. Vittorio Sgarbi è innocente. Risultato del teorema diffamatorio: dimissioni da Sottosegretario alla Cultura e grave condizione depressiva.
Chi risponderà in penale e in solido per l’atto diffamatorio e persecutorio al quale è stato sottoposto?
In questo, come in altri casi, scatta la doppia morale della sinistra informazione. Se qualcuno osa querelare uno dei giornalisti dei mass media militanti, per i quali ogni critica diventa una sorta di tribunale civico contro i non conformi alla loro predicazione, scatta immediatamente il piagnisteo per l’attacco alla libertà con la frottola delle liste di proscrizione. Questo mentre, in contemporanea, si scatenano querele a nastro verso tutti coloro – i cosiddetti haters – che distribuiscono disprezzo, offese, denigrazione e opinioni distruttive verso qualcuno degli intoccabili e ben identificabili denigratori seriali.
Insomma, per i detentori della verità preconfezionata, per coloro che non fanno la fatica, in un’inchiesta, di cercare un colpevole, perché la loro unica funzione è quella di sceglierne uno a propria convenienza, valgono le parole del Marchese del Grillo: “Io so’ io, e voi nun siete un cazzo”. Da un lato, il loro, c’è l’intelligenza, la cultura, l’etica politica e l’onestà intellettuale, dall’altro c’è una massa in forme di cerebrolesi, di ignoranti, di faziosi e di disonesti.

Vale per tutti un esempio. La persona citata con tronfia supponenza riferisce di uno stuolo di attenti osservatori dei post che riceve al fine di scatenare una quantità innumerevole di querele che lo Stesso ringrazia, consentendogli lauti introiti mensili, mentre tratta con sufficienza il generale Vannacci, per la stessa identica modalità di dissuasione.
Tutto fa brodo per i disinformatori: se non funziona lo scherno si passa alla demonizzazione, e se anche questa non basta non resta che la criminalizzazione dell’avversario.
Dal punto di vista comunicativo, questi applicano il cosiddetto “doppio legame” presente nella relazione squalificante della psicopatologia, ovvero creano quella condizione disfunzionale, paradossale e paralizzante dalla quale con il ragionamento non riesce a liberarti.
Da un lato pretendono che ti adegui al gioco democratico, e se accetti il gioco democratico lo rifiutano perché lo considerano un trucco antidemocratico: comunque vada il banco vince sempre e i bari la fanno franca.
Il problema essenziale però, non sono loro, ma chi continua a giocare in difesa auspicando di essere preso in considerazione, mentre il gioco sporco non implica un tuo riconoscimento, ma pretende il tuo annullamento. Interrompere questo circolo vizioso non è impossibile, ma necessita di una sicurezza di sé e di una spregiudicatezza agguerrita che pochi hanno, soprattutto nelle stanze del potere.