Pur con il dovuto rispetto per Francisco Goya, ma la sua celebre acquaforte del 1797 – ‘Il sonno della ragione genera mostri’ – necessita di alcune precisazioni dal punto di vista della simbolica politica.

Forse il grande pittore e incisore spagnolo era stato influenzato dalla Rivoluzione francese – aveva 43 anni all’epoca dell’assalto alla Bastiglia – e magari anche un po’ prima da quel movimento dell’Illuminismo che pretendeva di scardinare ogni forma di credenza, dalla religione alla tradizione, degradandole tutte a forme di superstizione. Poi, come sempre accade, i militanti dell’utopia libertaria finiscono a fare i guardiani dell’inganno più retrivo ed innalzano un altare alla Dea Ragione – una idolatria che sa tanto di quel ‘Vitello d’oro’ creato da Aronne e descritto da Esiodo, un ossimoro dalle conseguenze sanguinarie, quella ‘eterogenesi dei fini’ teorizzata dal filosofo Wilhelm Wundt per cui anche le più sincere intenzioni finiscono per produrre dei risultati indesiderati e opposti.

Molto migliore e proficua la concezione greca secondo la quale tra razionalità e irrazionalità sta la ‘phronesis’, ovvero la facoltà intellettuale della saggezza pratica tradotta in modo inadeguato con prudenza. In maniera molto più adeguata e corrispondente la spiega Aristotele, secondo il quale essa è l’abilità di decidere correttamente su ciò che è bene e utile per se stessi e per il bene comune. Niente di teorico, di inattuabile, di utopico, ma è l’intelligenza impiegata alla vita concreta per compiere scelte giuste e azioni rette. Essa si rifà all’indicativo categorico di ‘katà métron’, della giusta misura che consente di decidere tra eccessi e carenze nelle situazioni mutevoli della vita, adattando i principi generali a casi particolari.

Ecco negato nella contemporaneità quel buon senso che gli antichi greci ritenevano fondamentale per il funzionamento equilibrato e organico della vita personale e comunitaria; ecco ciò che manca nelle decisioni individuali e nelle scelte pubbliche.

Dalla chirurgia plastica all’alimentazione, è davanti agli occhi di tutti il risultato degli eccessi e le conseguenze delle esagerazioni: dagli interventi estetici che arrivano a una vera e propria modificazione del corpo e dei volti in una letterale deformazione morfologica della persona, all’estremizzazioni nutrizionali come registrate dagli aumenti delle obesità o, al contrario, delle anoressie.

In ogni caso, per motivi inconsci e difficilmente controllabili, non disgiunti anche da quelli legati alla manipolazione informativa che hanno la loro importanza nel condizionamento dei pensieri e dei gusti, la mentalità della esagerazione ha portato e porta a superare il famoso limite del “Diventa ciò che sei” per straripare nel “Diventa ciò che vuoi”, e l’ideologia gender lo dimostra.

Questo perché il progresso in sé è negatore del limite, perché esso non si pone una meta, ma soltanto l’indiscutibile e irrefrenabile superamento di mete in successione.

Una questione collettiva, invece, che dimostra la cecità del progressismo e il suo illusorio benessere indefinito, è la faccenda legata all’idolo democratico e alla volontà dei suoi missionari di diffondere questo verbo in qualunque centro abitato.

Questa attitudine alla benevolenza planetaria si manifesta su due versanti: quello interno alle singole nazioni che viene spacciato con il termine equivoco, e documentatamente fallito, di integrazione, e quello esterno che si concretizza da tempo nella cosiddetta ‘esportazione’ della democrazia.

Il buon senso insegna che ogni volontà di accoglienza deve prendere atto di un principio sociologicamente documentato: gli ospitati devono essere mantenuti all’interno di una certa proporzione rispetto alla popolazione accogliente, e contemporaneamente forniti di quella minima e indispensabile volontà di integrazione.

Quando il numero di allogeni supera il cinque-dieci per cento ogni tipo di iniziativa di integrazione è destinata a fallire. Quando poi, ad aggravare il problema, si aggiungono altre due varianti – la messa in discussione della propria identità con annessi e connessi di passato, di cultura e di religione, e la contrapposta certezza di fedeltà alla propria storia, alla propria tradizione e alla propria fede – non c’è più spazio di discussione né margine di manovra integrativa.

Per tornare agli indicatori iniziali, prende corpo e si attua quell’eterogenesi dei fini a causa della quale le opere di bene che si intendevano compiere verso gli altri si trasformano in una micidiale arma di danno e di rovina nei confronti di se stessi.

Lo stesso identico meccanismo si vede ampiamente realizzato nella strategia di esportare con la forza la religione democratica in nome di quello che Furedi chiama “imperialismo di tipo progressista”. Altro fenomeno più che documentato dell’eterogenesi dei fini.

Si attaccano militarmente dei paesi che con una presunzione altrettanto democratica si ritengono poco conformi ai concetti occidentali di libertà e di emancipazione – tutto ciò in nome e per conto di un indefinito superamento dei particolarismi nazionalistici, di affrancamento dai costumi arcaici, di riscatto da antiche sottomissioni e sudditanze – e, dopo poco tempo, gli stessi paesi democraticamente ‘liberati’, che vivevano di un’autorità riconosciuta e di una identità nella stessa identificata, hanno visto lo scatenarsi al loro interno di feroci guerre tribali, ognuna a rivendicare la propria supremazia e il proprio valore etnico.

Questo è un altro dei tanti fallimenti dell’idolatria progressista, che pretende di avere il legittimo criterio di giusto e di bene, ma che alla fine di ogni esperimento dimostra soltanto la sua velleitaria arroganza, distribuendo ovunque ingiustizia e disgrazia.

Prendiamo atto, per salvarci, che la Dea Ragione a fallito, e forse un sonno magari indotto sarebbe utile per anestetizzare le sue pericolose e nocive velleità.