“I sopravvissuti”, così li definisce perfettamente Augusto Grandi; sono i meloniani che si godono con dozzinale arroganza quel successo che mai negli anni ’70-’80 avremmo pensato di raggiungere. In maniera molto velleitaria, casomai, sognavamo un atto rivoluzionario, una rottura con il sistema che a stento ci tollerava e molto spesso ci perseguitava. “Sopravvissuti” nel senso esteso del termine di mantenersi a stento nella memoria, riferito ovviamente alle radici tagliate e al retaggio tradito, non certo alle generose rendite e ai dispendiosi benefici.

“I sopravvissuti” – per usare un’immagine simbolica – che si sarebbero aggregati a Efialte di Trachis, abbandonando Leonida alle Termopili, pur di vivacchiare per qualche anno in più.

Il filosofo della politica Giulio Maria Chiodi, maestro di simbolica, in un incontro pubblico dedicato specificamente alla questione del “mito del tempo: tra filosofia e politica”, declinando i vari aspetti del tempo, alla fine fa riferimento al “tempo ideologico” che interessa specificamente la prassi politica e lo divide in tre scansioni: il “tempo epico”, il “tempo etico” e il “tempo patetico”. Parte da una considerazione estremamente semplice: ogni movimento politico arriva al potere attraverso un certo processo di conquista, di instaurazione di un nuovo ordine – tempo epico, ma questo processo deve necessariamente modificare opinioni e metodi nel corso della sua istituzione, mediando su norme, su progetti e su aspettative – tempo etico, e infine c’è il passaggio finale al tempo del disincanto e della noia – tempo patetico.

Forzando all’inverosimile la presentazione simbolica dei tre passaggi indicati da Chiodi per far comprendere l’attualità politica espressa dalle forze governative, si può dire che la fase dell’entusiasmo è stata caratterizzata dalla retorica del nuovo e dell’incontaminato, quella della instaurazione da una lenta rimozione di una eredità ingombrante, quella patetica attuale caratterizzata da un subdolo e rivoltante trasformismo di carriera.

Augusto Grandi contesta Marcello Veneziani e il suo “realismo utile per governare”, secondo me a ragione, perché dalla sua prospettiva l’argomentazione si fa scivolosa. Bisognerebbe approfondire una serie di termini e affrontare una serie di questioni, innanzitutto: questa realtà è accettabile o meno? Quanto può essere utile intrufolarsi in questa realtà facendo finta di cambiarla? Quanto è credibile il governo in una simile situazione?

Un aforisma del super citato Gómez Dávila riassume a mio avviso l’errore per quanto è accaduto all’attuale destra meloniana: “Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo”. E questo è capitato. È stato accettato in economia, in politica nazionale e internazionale, nelle comunicazioni pubbliche, nei dibattiti televisivi, ovunque c’è stata un’operazione di tartuferia e di trasformismo. Le famose “parallele convergenti” di Aldo Moro sembrano un infantile gioco di parole rispetto alla fattuale castrazione ideologica degli attuali tenutari del potere.

Chissà cosa direbbe il Divo Giulio, l’inossidabile Giulio Andreotti che nel bene e nel male è stato una delle figure più significative di questa Repubblica, sempre più avvilita e invivibile. Se in un confronto partissimo dalla questione della coerenza, della dignità, della rispettabilità, della credibilità e della moralità di tutta la classe politica e della destra nello specifico, sarebbe ancora convinto della sua esternazione a riguardo del potere che logora chi non ce l’ha? Certo, ragionando in termini di invidia e di risentimento da parte degli esclusi e dei carrieristi nei confronti dei ritenuti benriusciti, allora la mancanza del potere può essere riconosciuta come logorante. Ma se osserviamo con occhio critico e disincantato il residuo etico di coloro che un tempo erano nostri sodali, se prendiamo visione del cosiddetto album di famiglia, non possiamo che ammettere quanto il potere abbia deteriorato e corroso in onore e in rispettabilità coloro che lo hanno elettoralmente conquistato.

Qualcuno ha scritto che il denaro permette di avere molti maggiordomi ma pochi amici. Possiamo ben dire che il potere permette di avere molti servi ma pochi signori.

Comunque vada, la libertà e la coerenza sono condizioni impagabili che i lacchè e i voltagabbana non possono comprendere e di cui non possono avere contezza. Davanti al simbolico specchio, possiamo ben guardarci alla mattina soddisfatti della nostra voluta non riuscita e pensare soddisfatti che non siamo riusciti a cambiare il mondo, ma neanche il mondo è riuscito a cambiarci. Il fatto di poter dire “Io non ho tradito” non è cosa da poco.