“La maggior parte della gente crede di pensare perché ignora il significato dei termini che adopera. Basta presentare una definizione al più loquace di loro perché ammutolisca” (Nicolás Gómez Dávila). Questa precisazione del grande pensatore colombiano non è ovviamente rivolta a quella sinistra supponente e arrogante che parla all’interno del proprio circo ideologico, che non può sostenere un confronto educato e costruttivo perché propensa allo scherno e al disprezzo, che si autocompiace della propria grottesca superiorità. Essa è dedicata a tutti coloro che sentono la necessità di avere delle armi più affilate per sezionare tutta la propaganda e la disinformazione che gli viene riversata addosso. Quindi, cominciamo.

Il popolo è di destra, la popolazione è di sinistra. Il popolo è sovranista, la popolazione è globalista. Il popolo è comunitario, la popolazione è societaria. Il popolo è storia, la popolazione è cronaca. Il popolo è economia, la popolazione è finanza. Il popolo è politico, la popolazione è amministrazione. Il popolo è radicato, la popolazione è nomade.

La totale antinomia, incompatibilità e inconciliabilità tra due termini non é soltanto una questione linguistica, ma una vera propria discordanza concettuale.

Il popolo definito da una lingua, da una legge e da una cultura è, per il suo specifico retaggio costruito nel corso dei secoli, indigeno – in latino termine composto da due parole “in”, dentro, e “genus”, nascita, origine, stirpe; in greco lo stesso concetto è tradotto con “autoctono” sempre costituito da due parole: “autòs”, stesso, e chthòn, “suolo, terra”, quindi, “nato dalla stessa terra”.

Quando quel patetico personaggio scaraventato sulla scena pubblica e che risponde al nome di Tomaso Montanari alla domanda “A chi servono i confini” risponde con tronfia sufficienza che “I confini servono al potere […] invocati in nome dell’identità della tradizione e della religione”, per dare forza alla sua interpretazione distorce a suo piacimento le parole di Dante quando nel paradiso parla dell’amore di Dio che non ha confini.

Tecnicamente – brutto termine, ma necessario – siamo di fronte a quello che clinicamente si chiama “paralogismo schizofrenico”, ovvero “una disfunzione del pensiero e del linguaggio caratterizzata da un ragionamento formalmente scorretto, spesso basato su associazioni bizzarre, nessi causali illogici o interpretazioni estremamente soggettive della realtà: una falsa deduzione logica” in cui però, sono certo, l’illustre Rettore la costruisce volontariamente e a scopo di retorica ideologica. Quando cita Dante – a sproposito, ovviamente – si rifà al 28° canto del Paradiso afferma che “lo stato di perfezione coincide con la liberazione da ogni confine e […] in paradiso i confini non ci sono per il Dio cristiano”. Un esempio classico della clinica per chiarire la distorsione. “Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Quindi, Socrate è mortale”: logica deduttiva. “I santi hanno la barba. Io ho la barba. Io sono un santo”: due soggetti, santo ed io, uniti solo da una particolare caratteristica e negando ogni altra differenza.

Uso un paradosso: In paradiso non esistono i confini. Noi non vogliamo i confini. Noi creeremo un paradiso. Una credenza crea un’utopia negando una sostanziale differenza: si prende lo spunto da una perfezione in paradiso e si pretende di annullare l’umana e complessa imperfezione terrena.

Magari si potrebbe pure aggiungere, ma Tomaso Montanari sgaiattolerebbe via, che il suo meticciato globalista e il suo villaggio massificato senza identità precisa, senza cultura caratterizzata, senza storia differenziata e senza un retaggio personalizzato ricorda quel peccato di superbia simboleggiato dalla Torre di Babele per cui, una umanità informe di una sola lingua venne dispersa dallo stesso Dio in tante lingue e in tanti luoghi, diversificando gli uomini per lingue e per cultura.

Quindi, come si suol dire, “tenere le antenne dritte”, e praticare una salutare immunizzazione ideologica, quando si sente parlare da sinistra di “popolo”, e soprattutto quando questa punta alla delegittimazione e alla demonizzazione del “populismo”.

Popolo e populismo sono rispettivamente un’entità e una pratica poste a difesa costante e irrinunciabile del valore della propria nazione. E la nazione e il popolo sono definiti dai confini.

Si deve pensare a fondo a quello che Régis Debray, dal curriculum politico e culturale inattaccabile – intellettuale francese, militante socialista, compagno di Che Guevara nel tentativo rivoluzionario in Bolivia, catturato e imprigionato dalle milizie boliviana – scrive a proposito dei confini.

È importante meditare – rispetto all’esilarante interpretazione del citato Montanari – sulla perfetta esegesi che lui applica alle parole del “buon Dio”, che con la distruzione della Torre di Babele distrugge l’indifferenziato e definisce l’importanza delle frontiere grazie alle quali “il politico si ricongiunge con il religioso […] per salvaguardare l’eccezionalità di un luogo e, tramite esso, l’unicità di un popolo. […]. Un individuo morale ha un perimetro, altrimenti non è. Da ciò deriva che la ‘comunità internazionale’, in realtà, non è una comunità. Questo flaccido zombie resta una formula vuota, un alibi retorico in mano all’Occidente. […]. Un gruppo di appartenenza si forma soltanto nel momento in cui si chiude [e così che] una popolazione si trasforma in un popolo”.

Alla faccia del buonismo universalista, dell’indifferenzialismo omologante, della melassa meticcia, i confini chiariscono materialmente quelli che sono le frontiere cognitive e mentali che permettono alle persone di orientarsi rispetto alle altre e di sapere chi sono. I confini sono uno spazio concreto dentro il quale “gli individui sviluppano un senso di appartenenza e comunità, potendo così coltivare la propria identità” (F. Furedi). Da ciò che si vede come, nella contemporaneità, la psicosi sia diffusa e, con essa, la perdita anche dei confini dell’Io, quindi una confusione tra mondo interno e mondo esterno, con una continuità patologica.

Ecco allora una risposta, parziale quanto si vuole ma corretta, sui comportamenti di coloro che manifestano per la violazione dei confini di Israele, dell’Ucraina, della Russia, del Tibet e di qualsiasi paese anche più sperduto, mentre contemporaneamente protestano in favore delle accoglienze più assurde, magari devastando le proprie città. Disagiati per un Io destrutturato e fluido, incapaci di decidersi anche – come ha detto qualcuno in una vignetta su Facebook – tra essere un uomo, una donna o un tostapane, ballano, cantano e deturpano in nome e per conto di una propria realtà che non esiste.

Noi invece, che sappiamo da dove veniamo chi siamo e dove vogliamo andare, condividiamo anche nello spirito le parole di Debray quando afferma che “Quando una comunità si batte per salvare la propria pelle ogni mezzo è buono: la lotta è all’ultimo sangue, perché non è più in gioco ciò che sia, ma ciò che si è”.

Tutto il resto è fuffa ben distribuita nelle varie dimensioni politiche da quel capitalismo transnazionale che ha fatto di tutto per demolire i confini al solo scopo economico del libero commercio delle merci e dei profitti, mentre i contestatori fanno il suo gioco da obbedienti e innocui servi sciocchi.