Questo prefisso deriva dal greco -anti-” (“contro”) e si usa per formare parole indicanti opposizione, contrasto, antagonismo, contestazione.
È sufficientemente intuibile che essere in contrasto con una opinione, contestare un giudizio e criticare un’idea sia una cosa che rientra nella ragionevole logica del conflitto, di quel “Polemos” che ha trovato in Eraclito il fondatore della logica di opposti, secondo il quale attraverso una costruttiva dinamica di contrasto si deve giungere a un equilibrio di forma e di armonia. Un ottimismo sfrenato da parte di “chi nutriva sfiducia nella possibilità che il suo scritto potesse essere compreso dalla maggior parte degli uomini”, e così è stato, o quantomeno frainteso.

Quindi, possiamo dire, bene dal punto di vista filosofico, ben diverso nei momenti in cui si entra nel gioco delle relazioni umane dove ogni individuo si trova a confrontarsi con gli altri non solo con l’apparente personale razionalità, ma con quella “struttura inconscia e non riconosciuta della personalità, contenente qualità, desideri e impulsi ritenuti inaccettabili o moralmente inferiori dall’Io cosciente, come istinti, inquietudini, difetti”, pecche, carenze, paure. Jung chiama questa parte oscura e rifiutata dalla coscienza con il termine di Ombra che, se integrata secondo quello che lui chiama “principio di individuazione” porta alla completezza psicologica e al cosiddetto “Sé”, mentre se repressa e negata sfocia in condizioni alterate della personalità.
Queste condizioni alterate sono caratterizzate dalle cosiddette “proiezioni”, che non sono semplici fraintendimenti o malintesi e neppure incomprensioni, ma non vera e propria relazione malata con la realtà. In questo caso, il soggetto è convinto della sua integrità e della sua verità, e vede il mondo come un rispecchiamento del proprio lato oscuro non riconosciuto.
L’Ombra, secondo Jung, “rappresenta un problema morale che sfida l’intera personalità dell’Io”, e che essendo parte integrante di quello che è definito “Falso-Sé”, si oppone con ogni mezzo ad una sua messa in discussione, opponendo irriducibili resistenze pseudorazionali. Non solo quindi è impossibile la sua integrazione attraverso una disponibilità spontanea o un lavoro psicologico volontario, ma addirittura la persona diventa intrattabile, prima ancora che incurabile.

Il problema più grave, sempre che ne esistano di banali, è che gli elementi dell’Ombra sono parametri di giudizio che vengono proiettati sull’analisi del mondo e che diventano “una qualità ossessiva, fino alla possessione” della persona stessa.
In sé la questione, didatticamente parlando, è abbastanza semplice: per il terrore di mettere in discussione le proprie false certezze e i propri ingannevoli pregiudizi – tutti inconsci, ovviamente – si oppone una ferrea difesa della propria finta e fragile integrità psichica, così da mantenere la propria irrealtà. Questa condizione diventa una vera e propria “infezione psichica interna a tutela della propria miseria interiore”.
Questo minimalista riassunto di un ben più importante e approfondito lavoro clinico di Jung, serve solo per introdurre e per chiarire in poche righe il comportamento conformato e massificato degli antifascisti.
Viene negato il proprio male interiore creando un nemico esterno, su quale poi proiettare le proprie invidie, i propri risentimenti, le proprie insofferenze, le proprie inadeguatezze, il proprio fallimento storico, politico e sociale.
Dato che, scientificamente parlando, non esiste nessun quadro univoco per una patologia, ma ogni manifestazione risente di più risonanze esterne, anche in questo caso ci sono degli spunti molto precisi di quei quadri di perversione perfettamente descritti da Jacques Lacan – recuperabili nelle più diverse versioni nel mondo del web.

Intanto, l’antifascista ha la presunzione di essere un “padrone”, per cui “a lui non interessa la raffinatezza dell’ordine simbolico e neppure il rigore della conoscenza”, perché in lui c’è “l’assenza del dubbio”, lui “non conosce autocritica, non conosce senso di colpa, né vergogna. A lui non interessa la verità”, ma solo il raggiungimento di un suo obiettivo ideologico, la conferma ad ogni costo della sua tesi e delle sue convinzioni.
Ecco, quindi, come già detto in termini minimalisti, una modesta griglia per capire come funziona il meccanismo dell’antifascismo.
Il nemico dov’è? Ovunque. Non importa se non esiste una simbolica “fascista”, ma partendo dalla distorta narrazione di più pseudointellettuali tutto diventa fascismo nel momento in cui si percepisce un’alterazione ad esempio della propria idea di democrazia. A seguito di ciò, qualunque potere liberamente eletto può essere considerato fascista, secondo i precetti più inverosimili e le interpretazioni più ridicole: l’America, l’Ungheria, l’Italia, Israele, l’Iran, il Brasile di Bolsonaro ecc., tutti regimi fascisti perché hanno in sé il seme dell’autoritarismo, della violenza e del suprematismo sovranista. Niente analisi storico politica, né tanto meno simbolica. Tutto fa brodo per autoconfermarsi portatori di una verità universale.

A questo delirio interpretativo, si aggiunge spesso quella quota di critica, di avversione e di malanimo per cui, in ogni oggetto, in ogni evento, in qualunque discorso o fatto, in qualsiasi personaggio non allineato, c’è una rincorsa a trovare il dettaglio del malfunzionamento, il particolare accusatorio di una disfunzione, la minuzia di un guasto, la sottigliezza di un difetto, la sfumatura di anomalia.
Anche le Sacre Scritture avevano condannato “l’ipocrisia di giudicare i difetti altrui, pur avendo colpe molto più gravi” Gesù (Lc 6,41-42; Mt 7,1-5). Se l’invito del figlio di Dio all’autoesame e a risolvere i propri difetti prima di correggere gli altri è andato a vuoto, immaginarsi come si può impostare un percorso di psicoterapia all’individuazione del Sé se si crede, per convinzione patologica, di essere il massimo della perfezione e il sommo portatore dell’unica verità
Per cui non resta che accettare le farlocche travi che gli antifascisti trovano negli occhi degli altri e lasciarli convivere con la congiuntivite delle proprie pagliuzze.