Niente partecipazione emotiva, niente coinvolgimento sentimentale, niente fervore ideologico: solo quel salutare e onesto distacco che permette di ridere anche nelle situazioni più sconfortanti e dentro agli eventi più negativi.
Gli agganci non mancano, basta trovare quel filo rosso, quel misto di disprezzo e di controsenso tra questioni che sembrano essere impermeabili tra di loro.
Le faccende di base come punti di riferimento dal quale partire sono due sagrestie: quella del clero e quella della magistratura.
Partiamo dal “rito”. Esso è, simbolicamente parlando e non solo, quell’insieme di prescrizioni che disciplinano le celebrazioni di un culto religioso, e dal punto di vista laico il rigido rispetto di una serie di regole alle quali attenersi nelle cerimonie ufficiali, siano esse civili o militari.
Tanto per chiarire che mettere insieme clero e la magistratura non è una forzatura, se pensiamo che in quest’ultima esisteva il cosiddetto “rito ambrosiano” applicato specificamente alla Procura di Milano per un metodo giudiziario inutile da specificare e ormai sembra andato in disuso. Nel primo caso, si teneva conto della legge di Dio e nel secondo di quella prevista dai codici. Entrambe sono state ampiamente tradite e violate.

Cominciamo dalla legge religiosa. “Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non indicano un prossimo astratto, ma ‘il tuo’ prossimo” – precisa Luigi Zoja, psicoanalista di fama mondiale – e precisa come “L’Antico Testamento riguardava i fedeli di Yahweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l’abitante più lontano della Terra”. È così che, ampliando il discorso, i cristianucci si sono alleati con i loro nemici, e mentre protestano per la Palestina, per la libertà di culto, per i diseredati e i disadattati del mondo intero, il loro popolo di credenti non si accorge della miseria del suo vicino, della sofferenza del dirimpettaio di pianerottolo, dei soprusi che vengono perpetrati fino alla morte nei confronti dei correligionari. Ecco spiegato il patetico “Fratelli, camminiamo insieme”, del vescovo di Gorizia, con la mano tesa ai musulmani per il Ramadan, mentre all’esimio prelato sfugge l’importanza della Quaresima e fa finta di niente sulla fuga dei suoi credenti e lo svuotamento di chiese e di seminari.

Quanto sta accadendo, in Italia ma non solo, è l’applicazione di quella teologia sovversiva della liberazione che ha trovato in Bergoglio e nella sua Chiesa militante i portavoce benedicenti della “strategia immigrazionista dalle conseguenze disastrose” (Renato Cristin). Del resto, non è un personaggio di scarsa rilevanza quell’Ignacio Ellacuría, gesuita, filosofo, teologo e missionario spagnolo che pronunciò considerazioni come “c’è una lotta violenta ed armata per la giustizia che può essere lecita e persino obbligatoria, indipendentemente dall’essere più o meno una lotta di classe”, oppure “una grande misericordia non è contraria alla lotta, alla passione per la giustizia, perfino all’uso della violenza. […] una tale misericordia può comportare una giusta collera”. Peccato che questa violenza e questa collera sia rivolta contro i propri fratelli, e non contro i nemici politici e religiosi, endogeni ed esogeni, che hanno come obiettivo la distruzione della nostra religione e della nostra civiltà.
Se prendiamo spunto da questa sovversione religiosa, e trasportiamo la sua ideologia a quella giuridica, possiamo notare come in ambito giudiziario le cose vadano simultanee e coincidenti.
Il rito giudiziale non è più preposto a definire una verità, a condannare un colpevole e a rendere giustizia ad una vittima, ma si assiste letteralmente alla trasvalutazione di ogni valore, per usare i termini di Nietzsche.

Non solo la chiesa cristiana si è ridotta ad un congegno di assistentato sociale ma la stessa magistratura ha innescato questa pericolosa strategia. Scrive con oculatezza e lungimiranza Frank Furedi: “Un sistema giuridico efficace deve possedere qualche nozione di libero arbitrio e di responsabilità individuale. Senza questi concetti è difficile individuare una motivazione consapevole e quindi attribuire una colpa e una responsabilità”. Ecco, allora, che la famiglia di un rapinatore ucciso deve essere risarcita come se il congiunto fosse morto sul lavoro, che lo spacciatore viene giustificato nella sua azione come unica opportunità di guadagno, che l’antagonista devastatore deve essere compreso nella sua azione di valore sociale, che la trafficante di migranti deve essere assolta se sperona una vedetta della Guardia di Finanza perché ha agito a scopi umanitari, che il criminale allogeno pluripregiudicato deve essere risarcito dallo Stato, che clandestino possa rifiutarsi di sottoporsi a visita medica ecc.
Insomma, le due sacrestie hanno rispettivamente tradito il popolo di Dio e il popolo della nazione. A questo punto, non si può che prendere atto che “Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato”, come avvisa Jünger, e lo stesso monito vale per i tribunali dove si assiste all’assoluzione del reo e alla disapprovazione della vittima.

Perciò, per parafrasare una frase che pronunciò il compianto Bettino Craxi al processo sul finanziamento pubblico dei partiti, questa situazione di sovversione religiosa e laica ‘non la vede solo chi non la vuol vedere e non è consapevole solo chi gira la testa dell’altra parte’.
Godiamoci comunque questa farsa con un po’ di sano cinismo, in attesa che il muezzin per cinque volte al giorno applichi l’Adahān – invito alla preghiera – da Piazza San Pietro e che il Consiglio Superiore della Magistratura sia gestito da un imam, con le idee molto chiare sull’applicazione della sharia senza le interpretazioni da libero convincimento romano.