Prendiamo un po’ alla larga l’argomento migratorio, così per inquadrare meglio una questione che, come per tutte quelle complesse, la maggior parte delle persone ha la soluzione sbagliata a portata di mano.

Antonella Bundu è una donna nera, fiorentina e di sinistra – così si legge nella sua autopresentazione -, che proviene politicamente da Rifondazione Comunista ed è consigliere comunale del SPC (Sinistra Progetto Comune) a Firenze.

Ci sono alcuni passaggi della sua biografia che meritano positivamente di essere sottolineati.

Il padre Francis era giunto in Italia dalla Sierra Leone con una borsa universitaria in architettura, mentre la madre Daniela studiava matematica. Primo dato significativo.

Nata a Firenze nel 1969, tre anni dopo i suoi genitori si trasferiscono a Freetown dove entrambi mettono a frutto le proprie lauree e lei, scrive testualmente: “Avevo appena tre anni e parlavo solo italiano”. Secondo dato significativo.

A causa di cambiamenti tragici dell’assetto familiare, nel 1987 si sposta a Liverpool, e ammette che il suo luogo di vita era un “quartiere poverissimo abitato prevalentemente da neri. Era una zona ad altissima tensione, dove perfino la polizia esitava a mettere piede”. Terzo dato significativo.

Riassunto: due persone istruite e con i documenti in regola si incontrano in Italia e fanno tre figli. Poi ad un certo punto, il marito ritorna in patria per mettere in pratica la laurea acquisita e la moglie lo segue come insegnante. Questa si chiama integrazione, condivisione di obiettivi, partecipazione sociale, riconoscimento delle radici.

L’ex ragazzina che conosceva solo l’italiano, dopo l’esperienza inglese, si stabilisce a Firenze, luogo in cui è nata, lavora, si attiva politicamente. Nulla da eccepire, anzi, tutto da condividere.

Il discorso cambia quando lei, matura, aderisce a uno di quei movimenti politici dove la retorica affoga il ragionamento e dove l’accoglienza nasconde loschi interessi.

Cominciamo con la prima sua contestazione secondo cui non si può “stabilire che l’appartenenza alla comunità non è un diritto, ma una concessione revocabile”. Questo è un dato previsto anche nella sempre travisata democrazia ateniese: qualunque persona che non si attenesse alle regole della comunità, rischiava il cosiddetto “ostracismo” – “quando un cittadino veniva ritenuto pericoloso per la sicurezza dello Stato, il suo nome veniva scritto su un frammento di terracotta (ostrakon) dagli Ateniesi che votavano nell’assemblea popolare”, e con questa decisione giuridica, il colpevole veniva allontanato dalla comunità.

Altra considerazione. “La remigrazione rende la cittadinanza condizionata, gerarchica, razzializzata”. Perfetta la prima considerazione, false le altre due. La cittadinanza deve essere condizionata da una serie di parametri che evidentemente sfuggono alla consigliera citata.

Innanzitutto, l’arrivo sul territorio con documentazione valida, con una concreta disponibilità lavorativa, con un documentato curriculum di studi. Poi, il rispetto delle regole, dei costumi e degli ordinamenti dello Stato. “Chi non si adegua, chi contesta, chi rompe l’ordine sociale può essere espulso simbolicamente o materialmente”: nulla di strano. Nessuna società può neppure sopravvivere quando al suo interno esistono sacche incontrollabili di clandestini, di criminali e di devianti.

Ancora, la Stessa afferma che nel progetto di remigrazione c’è un chiaro “messaggio disciplinare [con] l’ossessione securitaria”. È una cosa a dir poco esilarante sentir parlare in questi termini da chi, per sua autonoma confessione, afferma che nei quartieri in cui lei viveva, a Liverpool, addirittura la polizia “esitava a mettere piede”.

Arriviamo alla fine con un virtuale contraddittorio.

Lei preferisce la cosiddetta deriva securitaria di sua fantasia, con la possibilità di uscire vestita come le pare, a qualunque ora del giorno della notte, in qualsivoglia angolo centrale o periferico della sua città, oppure rimanere blindata lasciando spazio a quelle bande del cui predominio evidentemente ha avuto concreta esperienza nel periodo inglese?

Lei ha presente i documenti visivi dello sbando delle nostre città e dei nostri paesi, o magari le interviste dei residenti che sono costretti a rintanarsi in casa, che hanno paura anche di portare il cane a spasso e mai e poi mai nel parco vicino, che chiedono a vivavoce maggiori controlli e punizioni più severe per i delinquenti?

Lei è informata del fatto che molti richiedenti asilo entrano come clandestini, che oltre 20.000 detenuti allogeni riempiono le carceri italiane, che in percentuale – e non secondo le vostre interpretabili e capziose statistiche – i sedicenti immigrati delinquono con comportamenti diversificati molto più degli indigeni, che c’è un business vergognoso sui cosiddetti ‘minori non accompagnati’ che sono in realtà maggiorenni perfettamente indirizzati?

No, lei certamente non si pone queste domande, accecata com’è da un’ideologia che non ha mai avuto in sé l’idea di nazione, di comunità organica, di patria.

Sostanzialmente siete tutti in malafede, chi più chi e meno e con responsabilità di disonestà diverse.

Allora mi permetto di darvi un buono spunto per dimostrare che io sono assolutamente inaffidabile e manipolatore, mentre voi tutti, inteso in generale come sodali di una sinistra progressista, siete portatori di una verità, di un’etica e di una benevolenza da far vergognare gli orridi remigrazionisti. Rinunciate tutti in massa all’uso delle scorte. Visto che la prode Boldrini aveva detto un giorno che le crea ansia vedere la gente in divisa, si abbia il coraggio anche di rifiutare il supporto di quei truci protettori istituzionali – dai poliziotti ai carabinieri – che con fare inquietante e sospetto accompagnano dirigenti di partito, onorevoli (?) e cianfrusaglie varie del politicume antistato e antilegalità. Magari, per spirito di imitazione o per dare un esempio concreto contro questa deriva securitaria, potrebbero accodarsi anche i signori magistrati e i signori giornalisti, tutti retoricamente al servizio del popolo e alla sua difesa, quindi teoricamente immuni anche dalla minima mancanza di rispetto da parte della plebe.

Io so perfettamente come andrebbe a finire nel giro di due-tre settimane. Dopo essere sgattaiolati per pochi minuti fuori dei vostri protetti ambienti familiari per minime necessità di sopravvivenza – latte, pane, pasta, qualche salsa pronta, carta igienica ed altri oggetti di consumo personale – chiedereste anche un blindato in ogni incrocio, qualche carro armato in piazza e la tutela penale per le vostre scorte che devono difendere delle inutili pellacce.

Avevo pensato di organizzare degli annunci ufficiali per invitare agenti e carabinieri a rifiutarsi di mettere a rischio la loro vita per difendere traditori, parassiti, disfattisti e inutilità varie, ma non intendevo essere incriminato per una buona idea.