Riduzione evidente – per quantità e qualità – dei comportamenti da cui si possa dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, la corrispondenza tra una condotta passata e quella presente, tra una idea lontana e una attuale, tra un giudizio precedente e quello smentito: questo declino della conformità tra fedeltà e azione è l’atrofia della coerenza.

È un difetto nel metabolismo – dal greco metabolé, mutamento, trasformazione – che porta, nel caso della morale, dell’ideologia, dello stile di vita e di pensiero, alla deformazione della decenza, alla svendita del decoro, alla perdita di ogni contegno: è questo il rachitismo della dignità.

Atrofia e rachitismo, due condizioni patologiche dal punto di vista fisico che nell’ambito dell’attuale politica derivano dalla carenza di idee, dal deperimento degli ideali, dall’assenza del rischio, dall’abitudine prolungata alla poltrona, dalla carenza nutrizionale della cultura, da una specie di assuefazione alla vergogna, da un’immunizzazione al disonore – per dirla in termini sofisticati e fare sfoggio di cultura, si potrebbe interpretare il tutto come una mitridatizzazione alla schifezza.

Queste due deformità interessano la democrazia come prassi di governo e le varie componenti politiche profondamente omogenee e superficialmente antagoniste.

Gli esempi di squallore diversamente diffuso potrebbero essere recuperati come fonte, a fascicoli, di un’enciclopedia dell’abiezione democratica, non perché non siano stati e non possono essere anche elementi di un qualunque sistema autoritario o totalitario, ma perché la democrazia, nella sua ipocrita autodesignazione come il migliore dispositivo di governo possibile addirittura a livello globale, si pone come esempio di onestà, di lealtà, di moralità e di guardiana dell’istituzioni. I suoi portavoce, a qualunque livello dell’organigramma deciso dal partito di appartenenza, ogni due per tre sono lì ad incensare questa Repubblica e la sua costituzione, con una retorica che si sente falsa e mistificante già dal tono delle loro voci. Il tutto, naturalmente, supportato dai tromboni della comunicazione audiovisiva e dagli imbrattacarte delle varie redazioni, anche in questo caso esentati da ogni verifica e da qualsivoglia controllo.

Tre esempi in rapida successione, tra altri innumerevoli, per dare una sfumatura al quadro inquietante dentro il quale siamo tutti costretti a stare.

Un ministro della Repubblica, a causa di questioni legate a sbalzi ormonali e compulsioni uterine, viene ricattato da una sedicente laureata, che lui stesso voleva farla assumere come consulente ministeriale come evidente copertura alla sua relazione. Il tutto finisce con il pubblico piagnisteo vergognoso, con problemi legali reciproci, mentre vengono divulgati particolari della vita di coppia con lui che finisce menato e costretto a cagare davanti a lei.

Poi c’è Giuli, l’epico Alessandro con il quale molti anni fa, facemmo un pellegrinaggio al Mitreo di Duino, in provincia di Trieste, dove si praticava appunto il culto del dio pagano, con tanto di rito alle risorgive del Timavo e poi domenica sul Carso tra interessanti discorsi sul paganesimo e leggerezze amicali. Era il tempo del movimento “Meridiano Zero”; poi passano gli anni e ritrovo l’ex sodale con tanto di kippah e in equivoca complicità con tale Pina Picierno nel censurare il maestro Valerij Gergiev.

L’ultima sintomatologia della coerenza atrofica e della dignità rachitica interessa l’esilarante Pier Luigi Bersani il quale, con sinistra agilità e con spigliata disinvoltura, passa dalla solennità inquisitoria nel chiedere le dimissioni di Toti preoccupato per la messa in cattiva luce dello spirito pubblico di fronte ad uno scandalo di corruttela e abuso di ufficio, alla cautela di giudizio e alla irragionevole decisione dimissionaria di Sala – sempre con l’usuale vocina fastidiosa da supplente maestrino di sostegno. La stessa vocina, associata ad altrettanta sua usuale irritante ironia, con cui diede del coglione al generale Roberto Vannacci. Venne denunciato e assolto, ovviamente.

Signori miei, dei diversi fenomeni che vengono mantenuti nelle due greppie parlamentari, una italiana ed una europea, pochi si salvano da quella che un tempo sarebbe stata bollata da un codice trascendente come viltà, e dalla conseguente esposizione al pubblico ludibrio del personaggio coinvolto.

Ora, i traditori, i voltagabbana, i saltimbanchi, i rinnegati di ogni genere e grado sono persone in evoluzione esistenziale, soggetti che hanno elaborato un cambiamento, individui in un processo di maturazione ideologica. Meglio ancora, pentiti e convertiti alla narrazione ufficiale di ogni singola categoria pseudo-politica – dalla lotta di classe alla lotta per i diritti di genere, a sinistra; dalla lotta al sistema del “Boia chi molla” alla difesa del sistema del “Boia chi lo molla” (il potere, ovviamente), a destra.

Tutti redenti e ravveduti che per la soddisfazione della plebe si esibiscono saltuariamente in giochi di ruolo, mentre nella concretezza dietro alle quinte condividono i propri loschi affari.