Ho visto un video in cui al generale Roberto Vannacci, durante una seduta del parlamento europeo, veniva posta la domanda molto precisa e corretta se lui ritenesse questa immigrazione di massa come facente parte di una strategia inquadrabile in una guerra ibrida. Il deputato ha risposto in maniera congrua e concisa secondo gli aspetti militari di sua competenza.
Non credo certamente che abbia bisogno di un supporto da quel punto di vista per la mia impreparazione in campo militare, ma mi diverto un po’ a fare delle considerazioni di mia competenza e approfondire la questione.
Sono molti anni ormai che i pensatori di varie discipline scrivono e discutono su quella che viene tecnicamente definita “guerra ibrida” o “guerra asimmetrica”, e tra le varie tattiche riscontrabili all’interno di questa complessa strategia entrano a pieno titolo quella psicologica e dell’informazione – elementi che mi riguardano – come, ad esempio, l’obiettivo “di far collassare il nemico internamente, anziché distruggerlo fisicamente [con] una spiccata capacità di identificare e colpire i simboli e gli assetti sociali del nemico. […] la popolazione e persino la stessa cultura diventano obiettivi” (Giuseppe Romeo).

L’aspetto psicologico e quello informativo marciano di pari passo con un’influenza reciprocamente rafforzata ed una condivisa metodologia, quella della manipolazione e del mimetismo che si “fonda sull’inganno e sulla dissimulazione [così da creare] una paralisi delle risposte dell’avversario o l’esaurimento di ogni possibile replica”. Lo vediamo quotidianamente quando si tocca l’argomento dell’invasione allogena di carattere islamico: si va dalla manipolazione del concetto secondo uno schema qualunquista – ‘l’Islam non è tutto uguale’, alla stimolazione pietistica – ‘cercano una vita migliore’, all’eccitamento sentimentale – ‘restiamo umani’, alla falsificazione delle motivazioni umanitarie – ‘salviamo le vite’. Come si può controbattere con argomentazioni serie, concrete e documentate sugli interessi economici delle Ong, gli obiettivi politici degli invasori, la ricaduta economica negativa dell’accoglienza, i piani strategici delle organizzazioni migratorie, se ogni ragionevole discorso viene stroncato dalla più becera e falsa retorica?
Già a questo punto si può capire quanto la condizione italiana ed europea sia in una fase di pericoloso tracollo di fronte al fatto che la guerra in atto si sta combattendo sul campo “informazionale”, con la “capacità di manipolare gli animi, modificare o dirigere le convinzioni, facendo sì che l’opinione pubblica possa accettare nuove forme di convivenza e cambiare anche le proprie scale di valori”. Da questo punto di vista, la cosiddetta “zona grigia” è perfettamente oleata e pervasivamente attiva.

Le tecniche di strategia sono ampiamente chiare e verificate come ad esempio, il fatto che l’obiettivo ibrido non sia “quello di rovesciare i regimi esistenti, quanto piuttosto di creare piaghe nazionali che succhiano costantemente risorse e potere politico dal capitale dell’avversario”. La zona grigia non comprende condizioni di aggressività o di attacchi espliciti, ma “attività organizzate in campagne deliberate e incrementali per ottenere vantaggi a lungo termine”.
Quando si analizzano le condizioni in cui versano le città italiane, con acquisti continui di appartamenti e di attività commerciali, con la presenza massiccia nelle campagne elettorali, con l’occupazione metodica e diffusa delle più disparate istituzioni, con la rappresentanza radicale in tutte le possibili assemblee pubbliche, con questi ed altri metodi di infiltrazione, bisogna tener presente l’inquietante documento sequestrato in una perquisizione della villa svizzera del banchiere multimiliardario e stratega finanziario Youssef Moustafa Nada. È un vero e proprio manuale strategico in dodici punti dal titolo allarmante e profetico contemporaneamente: “Padroneggiare l’arte del possibile” del 1982. È questa la guerra ibrida e, con essa, l’ampliamento costante della zona grigia, “metodi che prevedono un ampio uso di misure politiche, economiche, informative, umanitarie ed altre misure non militari”.

Peraltro, che “l’emigrazione sembra diventare un’arma in cui alcuni Stati o movimenti eversivi si servono per seminare zizzania nelle società di un potenziale nemico”, come riconosce Sergio Romano, è un dato acclarato dagli studi strategici. Che le democrazie, con i loro nemici interni perfettamente situati e coordinati nella sinistra istituzionale demo-progressista e nelle frange dell’idiozia anarco-insurrezionalista dei centri (anti)sociali, siano deboli e inette è confermato dall’“incapacità di respingere i flussi di clandestini, di espellere gli immigrati illegali e in buona sostanza di difendere le sue frontiere esterne ed interne da un assalto gestito da organizzazioni criminali che tutti i servizi d’intelligence ritengono strettamente legate a organizzazioni terroristiche islamiche”. Parole incisive e lampanti scritte da un Gianandrea Gaiani, che in questo caso cito non soltanto come amico, ma come già reporter di guerra, esperto di analisi storico-strategiche nonché direttore della rivista Analisi-Difesa.
Che l’immigrazione di massa sia un modo teoricamente pacifico di occupare un paese, destabilizzarlo e prenderne numericamente possesso è un dato più che comprovato. Che queste operazioni abbiano diverse sfaccettature – dall’espulsione di criminali e malati dai paesi di partenza, al ricatto di questi nel senso che ‘se non pagate, ve li spediamo alla grande’, alla volontà criminale che coordina il business del soccorso con finanziamenti di miliardi e miliardi di euri in accordo con i trafficanti d’oltremare – non cambia nulla sul significato e la volontà politica di chi espelle e di chi accoglie. Di base è che “gli sfidanti manipolano di proposito e sfruttano a proprio vantaggio la debolezza psicologica delle società occidentali con buoni risultati”, sottolinea Kelly Greenhill, docente di relazioni internazionali e ricercatrice ad Harvard. La Stessa riporta una confessione evidenziata dal Consiglio delle Relazioni Straniere di New York: “Le Ong devono influenzare il sistema dell’ONU per far sì che emerga il vero quadro dei diritti umani. Che ci piaccia o no l’ONU è un sistema che può essere usato. Dobbiamo cambiare l’opinione dei governi sui diritti umani”. Un quadro chiarissimo di come questi movimenti di massa siano voluti e gestiti da forze globaliste transnazionali per demolire ogni politica nazionale ed ogni sovranità statuale.

Come disse il grande Bettino Craxi nell’interrogatorio sostenuto con Di Pietro sulla corruzione e sui suoi metodi, “Non vedeva solo chi non voleva vedere. Non vedeva chi girava la testa d’altra parte”. Questa stessa considerazione vale per l’invasione allogena e per l’obiettivo di sostituzione etnica che l’Italia e l’Europa stanno subendo.
Questa volontà venne dichiarata il 10 aprile del 1974 dal presidente algerino Houari Boumédiène in un discorso alle Nazioni Unite: “Un giorno milioni di persone lasceranno l’emisfero sud per fare irruzione nell’emisfero nord. E non in modo amichevole. Verranno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo con i loro figli. È il ventre delle nostre donne che ci darà la vittoria”. Una volontà e un progetto in via di attuazione.
Per quanto riguarda poi la debolezza decisionale dei governi nel prendere atto di uno stato di guerra ibrida che come tale deve essere trattato, questo è implicito nell’indecente comportamento di resa che caratterizza le democrazie. Lo denunciò implicitamente il 13 ottobre del 1999 a monsignor Giuseppe Bernardini, vescovo di Smirne, un autorevole esponente musulmano: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”. Solo una cosa al momento è certa: noi non saremo mai complici della fine della nostra civiltà.