Il problema della sicurezza, o meglio, dell’insicurezza diffusa è visibile con l’impiego di mezzi e di uomini di quelli che vengono definiti obiettivi sensibili, o comunque di importante impatto sociale. Di fronte ai quotidiani e sempre più numerosi fatti di aggressività e violenza, i cui obiettivi sono spesso persone inermi come anziani, ragazzi e donne, la sinistra continua con il mantra della ‘percezione’, a volte addirittura denunciando l’idea della militarizzazione come l’ennesimo sopruso da parte della destra, mentre il popolo reclama sicurezza, difesa e libertà dalla paura.

Non servono neanche le preoccupazioni dei genitori, come quella madre che in un’assemblea pubblica a Modena, di fronte alla supponenza di un rappresentante dell’Amministrazione, si è espressa dicendo: “Ho chiesto a mia figlia se non avessero paura, lei e le sue amiche, a passare per certe zone, e lei mi ha detto: ‘basta cambiare strada e tenere lo sguardo abbassato’. Io non voglio che sia insegnato questo a mia figlia”.

Sono stati dati consigli, sempre da altri amministratori pubblici, di evitare l’esibizione di abiti troppo appariscenti, di portare oggetti di particolare richiamo, di assumere atteggiamenti che possano essere interpretati come provocatori, al fine di evitare reazioni più o meno incontrollate da parte di soggetti poco raccomandabili, molti dei quali appartenenti a quella “avanguardia che sarà nostro futuro stile di vita” – per usare il linguaggio boldrinesco.

È già accaduto da noi che alcune persone a passeggio con il cane siano state aggredite da qualche troglodita scarsamente differenziato, specificando che il cane è ‘najis’, impuro. In Inghilterra, sono stati più espliciti piazzando direttamente i cartelli di divieto delle passeggiate nelle zone ‘controllate’ dai musulmani.

 

Viste le urgenze sociali, si dovrebbero creare delle situazioni di confronto davanti ad un problema, come quello della sicurezza che non ha valenza partitica, ma solo quella di definire una condizione della ‘polis’ che sia corrispondente al bene comune e ad una tranquillità condivisa. Il fatto grave, però, è che “L’assenza di dibattito è oggi la regola” – come evidenzia de Benoist –, per cui qualunque argomentazione finisce con la squalifica dell’interlocutore, quasi sempre rifiutando anche le più concrete e documentate evidenze.

Non soltanto in tema di sicurezza, ma in ogni dibattito pubblico o discussione privata si vengono a creare quasi due contesti contrapposti che reciprocamente interpretano in maniera diversa lo stesso oggetto di confronto.

A questo punto è meglio aver chiaro uno schema minimamente riassunto da un saggio di Paul Watzlawick.

Quando si parla di ‘”realtà’ intendiamo quegli aspetti della realtà accessibili al consenso percettuale e soprattutto verificabile (o alla loro confutazione)”. In altri termini, di fronte a un video, a una notizia scritta, a un evento dimostrato, è fondamentale attenersi a ciò che i dati definiscono in maniera chiara e indiscutibile, senza dedicarsi ad interpretazione degli stessi. Poi, c’è la “realtà soggettiva e spesso completamente contraddittoria che viene ingenuamente presunta ‘essere’ la realtà ‘reale’”.

Si è accennato all’inizio che gran parte delle nostre città è sottoposta a controlli capillari per ragioni di sicurezza che vanno dall’inflazione delle telecamere di sorveglianza alla presenza di militari con automezzi e attrezzatura adeguata a tutela di molte aree di accesso pubblico – dalle stazioni ai porti, dalle sedi istituzionali agli edifici più critici. Il buon senso e la ragionevolezza, prima ancora che l’onestà intellettuale, dovrebbero ammettere che qualche decennio fa una condizione del genere era assolutamente impensabile, e che quindi la società è a rischio di implosione.

Gli illusionisti, invece, danno sfogo alle loro interpretazioni negando ogni evidenza e, se si può si può dire ancora peggio, opponendo un blindato silenzio con la volontà di violenta squalifica del disincantato.

In questa parte di Occidente che stiamo vivendo, constatiamo quotidianamente come la stessa amministrazione della legge sia una continua violazione della realtà. E pensare che già nel lontano 8 giugno del 1978 Aleksandr Solženicyn, durante il suo celebre discorso all’università di Harvard, denunciò quella deriva sociale ed etica che da noi è diventata una quotidiana vergogna.

Annotò il grande dissidente – pur focalizzando il discorso specificamente agli Stati Uniti – come “I limiti legali sono abbastanza ampi da incoraggiare non solo la libertà individuale ma anche qualche abuso di tale libertà. Il colpevole può restare impunito e ottenere clemenza immeritata — tutto con il sostegno di migliaia di difensori nella società. Quando un governo si impegna seriamente a sradicare il terrorismo, l’opinione pubblica immediatamente accusa la violazione dei diritti civili dei terroristi. Questa inclinazione della libertà verso il male è avvenuta gradualmente, ma evidentemente deriva da una concezione umanistica e benevola secondo cui l’uomo non reca alcun male e tutti i difetti della vita sono causati da imperfetti sistemi sociali, che pertanto devono essere corretti.

Anche riguardo all’informazione i suoi giudizi sono ampiamente confermati. “La stampa e tutti i media godono naturalmente della più ampia libertà. Ma questa a che cosa serve? Non c’è nessuna vera responsabilità morale. Che tipo di responsabilità ha un giornalista o un giornale per i lettori o per la storia? Se hanno tratto in inganno l’opinione pubblica con informazioni inesatte o conclusioni sbagliate, e anche se hanno contribuito a errori nel loro ambito sociale. Conosciamo casi di pentimento e dispiacere apertamente espressi da un giornalista o da un giornale? No, perché questo danneggerebbe le vendite. Una nazione può diventare peggiore a causa di tali errori, ma il giornalista ottiene sempre di restare impunito. È anche probabile che egli possa iniziare a scrivere l’esatto opposto rispetto alle sue precedenti dichiarazioni, con rinnovata intensità”. La conferma è di queste settimane e non occorre rievocarla.

Un punto, nell’importante e lucida diagnosi del grande dissidente, è particolarmente significativo nella sua pericolosità anch’essa quotidianamente vissuta, quando afferma che: “Un tempo ho vissuto in un sistema dove non si poteva dire niente, sono arrivato in un sistema dove si può dire tutto e che non serve a niente”.

È in questo concetto che si inserisce quella violenza del silenzio a cui si faceva riferimento prima. A fronte di patologiche negazioni della verità su ogni possibile tema – dalla farsa pandemica all’invasione allogena, dall’aumento della criminalità diffusa all’insicurezza e alla paura negli ambiti cittadini –, che molto spesso scaturiscono con manifestazioni di piazza e opposizioni rumorose, c’è una pervasiva volontà di silenziamento di ogni posizione non conforme alla narrazione ufficiale e al sinistro delirio del “andrà tutto bene”.

Invece di ascoltare chi non ha niente da dire, è compito del realista opporre all’illusionismo variamente distribuito un pensiero critico che smantelli con metodo e spregiudicatezza le minime lusinghe e le più sottili imposture di questo sistema alla deriva.