Una giovane portavoce di “Potere al popolo”, a riguardo della morte di Abderrahim Fakir, ha dichiarato testualmente: “… abbiamo visto il video… e non ci sono dubbi…”.

Due sono le parole chiave che si evidenziano in questa comunicazione: ‘video’ e ‘dubbio’. Partiamo dalla seconda.

Il dubbio è quella forma di sospensione del giudizio che, proprio grazie ad una condizione mentale di indecisione, di esitazione, il pensiero può procedere alla messa in discussione di ciò che si sente e di ciò che si vede, permettendo così di arrivare più o meno gradatamente all’obiettivo della verità. È questo peraltro il metodo che si applica in ogni indagine filosofica, e che è poco preso in considerazione nel quotidiano commento generale, proprio forse perché deriva dal latino ‘dubitare’, mentre per molti è preferibile un’ingannevole sicurezza interiore piuttosto che la messa in discussione dei propri pregiudizi.

Esso prevede quel distanziamento emotivo che non è né freddezza, né tantomeno indifferenza, ma quella qualità interiore che consente di superare le normali opinioni e i comuni convincimenti, secondo il pensiero della docente di Filosofia morale e politica Victoria Camps dell’Università Autonoma di Barcellona.

Ogni essere umano raziocinante e sociale ha i suoi principi, le sue sicurezze, i suoi importanti valori, fino alla sua fede – “anthrōpos physei politikon”, l’uomo, per sua natura è un essere sociale e politico, ha scritto Aristotele nella “Politica” – ma questo non può andare a discapito del pensiero critico e dell’indispensabile onestà intellettuale.

Anton C. Zijderveld e Peter Ludwig Berger hanno giustamente sottolineato la pericolosità di quella deriva autoreferenziale e autoconvincente che va oltre al fanatismo – con una dignità etimologica che riporta al tempio e alla follia divina – per ridursi a quel meccanismo molto più semplice e plebeo definito “bias di conferma”, un’alterazione cognitiva che “porta a notare, cercare e ricordare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti”.

L’altra parola chiave reperibile nella portavoce indicata è “video”. Per essere gentili si può pensare che ciò che si vede abbia una rispettabilità, seppur limitata, al concetto di “veridicità”, che prevede una intenzionalità innocente ed una integrità etica di base nella soggettiva visione e nella personale valutazione. Altra cosa, però, è la ‘‘verità’.

“La verità, e non la veridicità. Perché a partire da qui è inutile sapere se queste immagini sono vere o false. Siamo ormai e per sempre condannati all’incertezza perpetua sulle immagini. Solo il loro impatto ha importanza […]”, precisa e avverte Jean Baudrillard. Mentre la verità di una immagine o di un video è ufficialmente riconosciuta come tale nel momento in cui viene inserita in una cornice di conoscenza del contesto, dei soggetti coinvolti nella sua rappresentazione, nel tempo dell’evento ed in molti altri dettagli che necessitano di un più studiato e articolato approfondimento. Solo dopo si può codificare l’esistenza di una corrispondenza oggettiva tra ciò che si vede e la realtà.

“Oggi la televisione” – annota Ignacio Ramonet – “pensa che ‘far vedere’ equivalga a ‘far capire’ in un solo e unico momento”. L’Autore riferisce un avvertimento di Philippe Quéau “Più saremo immersi nel mondo delle immagini, più bisognerà imparare a mantenere le proprie distanze di fronte alla loro apparenza, al loro vero e falso sembiante, più bisognerà evitare di lasciarsi ingannare dalla pseudoevidenza dei sensi”.

Fin qui l’argomentazione rimane nel campo accademico, nel circuito della libera comunicazione fra persone ragionevoli. La questione cambia nel momento in cui consapevolmente, premeditatamente e intenzionalmente l’interpretazione di un evento viene utilizzata a scopi che, visti i risultati di Bologna e ascoltati gli appelli più o meno radicali alla sovversione, rientrano nell’ambito della criminalità e dell’ordine pubblico.

In questo caso è grave la presa di posizione di molte persone rappresentative della politica e della cultura che, come si suol dire, buttano benzina sul fuoco partendo proprio dall’assenza di ogni dubbio e dalla presunzione della verità.

Persino la fede si fortifica con il dubbio come parte integrante del cammino spirituale e, contemporaneamente, del superamento del fanatismo cieco. Per non parlare della filosofia, per la quale il dubbio è lo strumento principale per approssimarsi alla verità mettendo sotto verifica incessante tutte le presunzioni spacciate per verità, o della psicologia, secondo la quale il dubbio – “forse c’è qualcosa in me che non va” – diventa lo strumento indispensabile di lavoro su di sé per la crescita personale e per costruire una impostazione psichica allenata alla sospensione del giudizio oltre all’automatismo giudicante.

L’ultimo caso sintomatico del tradimento della filosofia e della vergognosa caduta nella demagogia e nella più becera propaganda è data da un video del professor Matteo Saudino sul suo blog del 22 luglio dal titolo più che esplicito “Caso Fakir: sappiamo chi è Stato!”. Pensare che di lui avevo anche comprato alcuni libri didattici vista la sua buona capacità espositiva e di scrittura, ma purtroppo il virus del fanatismo lo ha colpito con particolare intensità, quasi in competizione con quello del già noto Tomaso Montanari.

Due docenti, il cui scopo dovrebbe essere l’addestramento dei giovani al senso critico, alla abilità analitica e al confronto speculativo, si sono ridotti al ruolo di sguaiati demagoghi e di triviali sobillatori.

Precisamente duemilaquattrocentoventivinque anni fa, nella funzionante democrazia greca, per empietà e corruzione dei giovani, un tale di nome Socrate veniva condannato a morte. Chissà quante dosi di ‘Conium maculatum’, comunemente noto con il nome di ‘cicuta’, dovrebbero essere distribuite per colpe è molto più gravi in questa malridotta democrazia italiota.