Riconosce giustamente Augusto Grandi come le sopravvissute cosiddette forze politiche, che altro non sono se non pallide rappresentazioni di opinioni e di pareri moderatamente diversi, si dedichino ad esibizioni circensi e a banali spot pubblicitari per rappresentare le loro scadute idee. E come tutti i prodotti commerciali hanno delle date di scadenza, quindi anche loro, quando non sufficientemente riconosciuti come marchio dal pubblico, ritirano il prodotto del commercio e lo sostituiscono con un surrogato negli stessi scaffali. Dalla lotta di classe al gay-pride, dalla sovranità nazionale alla subalternità sionista-americana.

È scontata la mancanza di una élite intellettuale in tutti gli schieramenti, alla faccia di qualche solerte narcisista che si considera tale e che coinvolge nel suo circo disinformativo altrettanti piccoli e patetici narcisisti.

Sono passati poco più di centoventi anni da quando a Parigi il giornale “L’Aurore” pubblicò “una protesta” – J’Accuse” – firmata da Émile Zola a difesa del capitano Alfred Dreyfus, accusato di alto tradimento, condannato e poi risultato innocente.

Esattamente il giorno dopo la divulgazione dell’articolo in questione – il 15 gennaio 1898 – uscì “il manifesto degli intellettuali”, un termine che comprendeva tutti coloro che per studio e per cultura avevano il dovere di occuparsi degli affari pubblici della comunità.

L’idea di quel tipo di intellettuale – alla Zola, per intenderci – disposto a qualunque sacrificio per difendere la verità, è andata sempre più scemando nel corso dei decenni fino ad arrivare al concetto di “intellettuale organico”, un “organizzatore di cultura e politica” secondo Antonio Gramsci.

Questa funzione di promotore e coordinatore di cultura e politica fu presa alla lettera con il “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 21 aprile 1925 al quale aderì la stragrande maggioranza delle figure di spicco dell’epoca nelle varie specialità culturali.

Poi passano altri decenni e si arriva alla contemporaneità o giù di lì, e molti si chiedono che fine abbia fatto questa figura di animatore di spiriti e di coscienze nel grigio panorama del politicume variamente diffuso.

Praticamente è sparita per una serie di circostanze un po’ fortuite e un po’ volutamente create. Le motivazioni sono le più disparate, ma qualcuna è più significativa e decisiva di altre.

Innanzitutto, con la democrazia e con la sua intrinseca capacità di sedazione degli animi e di omologazione del pensiero è venuta meno l’idea stessa di eccellenza, di sogno e di esemplare desiderabile.

Una vocazione interiore dell’intellettuale dovrebbe essere, ad esempio, la “modellizzazione”, che François Jullien spiega come la costruzione di “una forma modello, ideale, di cui traccia un piano e che mi pongo come obiettivo; poi inizia ad agire in base al piano in funzione dell’obiettivo”. La sua realizzazione, quantomeno la sua interpretazione, spetterebbe poi al “Politico” secondo Max Weber, un po’ come l’astrofisico che studia i mondi e il matematico che codifica le leggi degli stessi.

L’intellettuale, quindi, potrebbe essere inteso come l’ispiratore di un destino, l’evocatore di una vocazione, lo stimolatore di una visione comunitaria.

L’intellettuale, pur con le dovute differenze oggettive di funzione, potrebbe essere per certe affinità sovrapposto allo statista, ovvero una personalità politica di alto livello, competente nell’Arte Regia del governare e con una generale ed alta idea strategica per il futuro dello Stato.

Ormai siamo al tempo della banalizzazione, e come acutamente riconosce Frank Furedi “gli intellettuali contribuiscono in misura modesta al dibattito pubblico, e la gente non è certo interessata al confronto tra idee”.

La politica, aldilà dei vari quadri internazionali entro i quali interagisce, manca completamente di una visione complessiva e simbolica – tranne alcuni casi eccezionali, ovviamente, come la tanto criticata, poco capita e mal compresa “teoria multipolare”, ad esempio – ed è ridotta miseramente alla superficialità della gestione dei problemi a breve periodo e scarsa o nulla pregnanza ideale.

Non ci sono più utopie, né intellettuali e neppure politica, ma solo semplice manutenzione di affari e di eventuali crisi: “La nostra e l’era della ‘micropolitica’ [del] linguaggio depoliticizzato, del managerialismo, della tecnocrazia e degli affari”. Destino, pensiero e spirito sono elementi estranei, quando non specificamente fastidiosi e condannabili se vengono anche solo citati.

Nessuna meraviglia, perciò, se non esistano più le scuole di partito, se le elezioni vengano combinate attraverso giochi da retrobottega, se i rappresentanti politici risultino poi sbiaditi o addirittura intrinsecamente impresentabili.

Un tempo la vita politica era comunque definita da alternative radicalmente diverse, e ‘destra’ e ‘sinistra’ rappresentavano identità opposte e stili di pensiero inconfondibili. Ora, con alternative risibili e sostanzialmente insignificanti, “[…] la vita pubblica è stata svuotata del proprio contenuto, le preoccupazioni di carattere privato e personale sono state proiettate nella sfera pubblica. […]. Le vite private dei politici suscitano maggiore interesse del modo in cui essi svolgono il proprio pubblico ufficio”.

E così, gli statisti sono stati sostituiti da postini o maggiordomi portatori di interessi ed esecutori di ordini da provenienze altre; gli intellettuali – sempre per citare Furedi – sono diventati “I filistei nel XXI secolo”; i giornalisti di inchiesta decaduti a cacciatori di gossip o, al massimo, dediti allo spionaggio da buco della serratura.

Con la fine del vecchio secolo, tutto si è alterato, nelle forme, nei contenuti e nei significati. La fluidità avanza e con essa la perdita di senso e di valore sullo stesso significato della realtà.