Di fronte alla criminalità dilagante nel senso più ampio della sua espressione sociale e legale – dalla violenza spicciola di strada a quella organizzata variamente diversificata – c’è sempre l’abitudine di chiedersi: Ma lo Stato cosa fa? Con l’ormai collaudata mentalità di interpretare questo sistema complesso di gestione come una madre amorevole e accudente, si è persa un’idea più complessa di quello che può essere inteso come Stato.

Pretendere di ripristinare in concreto quella che fu, con Platone, l’Idea di uno Stato come unità organica dentro la quale ogni individualità diventa l’espressione delle singole competenze e delle specifiche vocazioni, in funzione della grandezza della comunità di appartenenza, diventa un approccio quantomeno stravagante, per non dire farneticante alla questione. Accettare, tuttavia, passivamente il dispositivo che viviamo proposto come il migliore e il più accettabile, magari sventolando l’usurato santino della costituzione, diventa un orientamento altrettanto grottesco e insensato, oltreché socialmente e politicamente pericoloso nella sua superficialità di applicazione pratica.
Con una progressione particolarmente rapida e ferocemente determinata, si sta attuando il progetto criminale perfettamente definito e regolamentato dal famigerato Klaus Schwab: “è in atto una transizione del potere decisionale da attori pubblici a soggetti privati e da istituzioni consolidate a network spesso non ben definiti. I governi sono tra gli organismi istituzionali i più influenzati dal carattere sempre più transitorio ed evanescente che sta assumendo il potere politico”.

Ecco svelato l’inghippo. Caduta la direttiva etica, che i buoni di ogni genere e grado, perfettamente mantenuti nel calderone democratico, ritenevano e ritengono il primo passo verso il temuto autoritarismo quando non verso il feroce totalitarismo – Carl Popper e il suo degno erede, il licantropo Soros, allignano – non ci possono essere iniziative di popolo per affrontare i problemi più o meno grandi della quotidianità, per il semplice motivo che il popolo non esiste più ed è stato lentamente e inesorabilmente trasformato in popolazione. Sono state le idee a far sì che gli uomini fossero disposti a morire per esse, non certo le opinioni, così come sono stati i popoli a ribellarsi alle tirannidi, a fondare le nazioni e a costruire le comunità, non certo un assemblaggio statistico di individualità egoistiche.
Attualmente stiamo vivendo in una condizione ambigua, per non dire equivoca. C’è uno Stato che ha rinunciato alla formazione del cittadino pur di ridurre i suoi rappresentati ad una massa amorfa e mite. Contemporaneamente, applica delle vere e proprie estorsioni e ricatti nei confronti di quelli che teoricamente dovrebbe tutelare. Senza un minimo di ritegno, i suoi rappresentanti agiscono in maniera esattamente opposta a quanto avevano promesso nella procedura dei ludi cartacei. Il nome della tolleranza, della benevolenza e di altri amorevoli atteggiamenti, ogni margine di sicurezza personale e sociale è stato progressivamente ridotto. La magistratura, che con l’applicazione della legge dovrebbe dare un indirizzo educativo e responsabile alla società, trova più spesso degli escamotage per scaricare irresponsabilmente le peggiori figure criminali.

L’ambiguità e l’equivocità, quindi, sono costituite da uno Stato che perverte l’antico monito di nostri antenati – Parcere subiectis, debellare superbos – ed è diventato un persecutore dei deboli e un maggiordomo dei potenti. Almeno gli individui differenziati hanno la consapevolezza di “vivere nonostante lo Stato”, e per continuare con le parole di Lionel Rondouin, “aspettando il giorno in cui ti vedrai costretto a vivere contro di lui”.
Considerando l’età, non so se avrò la soddisfazione di vivere quel giorno liberatorio da tutte queste pastoie di mediocrità, menzogne, falsificazioni e vergogna varie, ma saranno i potenti che proveranno finalmente “la collera dei mansueti”.