Devo fare necessariamente una premessa personale: tutto ciò che scriverò non deriva da stranezze di pensiero o da eccentricità interpretative; la mia stravaganza era di molto precedente alla professione esercitata, che anzi, con percorsi mirati, ha reso più lucida e più cosciente una certa lucida follia.
Per chi non crede all’esistenza delle vibrazioni quali esperienze di risonanza di frequenze materiali, psichiche od emotive nei confronti di un evento, di una lettura, di una musica o di una persona è meglio che lasci perdere la lettura. Per quelli che ci credono, vado avanti.
Correva l’anno 1973 quando la RAI, nella sua funzione formativa e non diseducativa come adesso, mise in onda uno sceneggiato su Giacomo Puccini con attori di eccezionale valore come Alberto Lionello in Puccini, Ilaria Occhini in Elvira, Tino Carraro in Giulio Ricordi. In quell’occasione mi resi conto di particolari vibrazioni nei confronti del compositore – nessuna elaborazione artistica né elucubrazione tecnica, solo corrispondenze psichiche.
Poi, alcuni decenni dopo, grazie ad un’amica che avevo perso di vista nel suo alto girovagare come direttore artistico, incontro Beatrice Venezi e scopro che, oltre ai risultati di eccellenza nell’ambito musicale, è anche una biografa del suo concittadino.

È proprio del lavoro “Puccini contro tutti” che intendo parlare, mettendo in evidenza alcuni punti particolarmente significativi, sempre secondo la personale interpretazione vibrazionista di cui sopra.
Innanzitutto la vocazione per la musica. Una vocazione intesa proprio come chiamata del destino, perfettamente collegata con l’inesorabile volontà a potenziare quel talento che la supportava: la curiosità nell’innovazione, la passione nel perseguirla, il rigore nel rappresentarla, la perseveranza nel confermarla.
La biografa focalizza con precisione questa dote riportando alcune dichiarazioni del compositore, come “Non sono un routier: non compongo solo per ammucchiare della musica”, oppure “Quando amore non spira, taccio e vivo come se non conoscessi alcuna nota”. Nessun cedimento al commercio e all’adattamento: ma solo fedeltà alla propria inclinazione. Questa ragionata e fondata sicurezza viene dimostrata già da giovane in una prima sconfitta, che come osserva la Venezi “può avere ripercussioni notevoli ed anche irreversibili su un giovane ambizioso”, ma non su di lui, che da adulto affermato, dopo il vero e proprio linciaggio subìto 17 febbraio del 1904 da Madama Butterfly alla Scala di Milano, rilancia e riconferma la forza della sua opera che da oltre un secolo continua ad essere rappresentata in tutto il mondo.

Il secondo punto di interesse che viene toccato nel saggio è la questione del femminile. Puccini, si direbbe oggi, playboy, o magari machista o maschilista tossico secondo la penosa narrazione femministoide. Niente di tutto ciò. Lui intende la musica come l’evocazione dell’umano, la rappresentazione in note e spartiti della complessità delle relazioni e delle emozioni.
Eros è indiscutibilmente legato al logos, e detto in termini più comprensibili, senza l’intervento della parola e del gesto che poi sono i fondamenti dello stile, l’erotico decade nel materialismo lussurioso e, per restare in tema, la direzione d’orchestra in una meccanica gestualità. Senza eros tutto si degrada nel consumismo e nel materialismo che caratterizza la nostra epoca. Puccini, nei suoi innumerevoli rapporti e complicate relazioni, è impegnato con le stesse vibrazioni che caratterizzano la musica, quale strumento di percezione e di proiezione di senso. Sono convinto che questa interpretazione la condividerebbe anche l’amico Quirino Principe, ben lontano dal mercato artistico attualmente diffuso. Ed è proprio questo aspetto che viene anche tratteggiato nella biografia di Beatrice Venezi.
Il terzo ed ultimo punto è l’anticonformismo. È quello della distanza aristocratica, dell’esclusività artistica, dell’attività artigianale – faccio notare la radice ar, dal significato invariabile di tutto ciò che non è plebeo, che non è dozzinale, che non è ordinario: nel nostro caso, è la “musica forte” così chiamata dallo stesso Principe. A questo a proposito viene citata una considerazione di Giulio Ricordi il quale afferma: “Il Puccini, a parer nostro, ha […] questa preziosa qualità […] di avere nella propria testa […] delle IDEE: e queste si hanno o non si hanno”. Ecco il riassunto perfetto di ciò che significa anticonformismo e non, per dirla alla Gaber, quella finta libertà di coloro che “sognano sogni di altri sognatori”. È l’anticonformismo, come dice il titolo del libro della Venezi, del “contro tutti”, del senso di repulsione a questuare riconoscimenti e approvazioni, di refrattarietà tanto alle critiche, quanto alle suggestioni positive, del fare solo ciò in cui si crede e non nascondersi dietro la ingannevole presunzione di credere in ciò che si fa.
Questo atteggiamento di totale autonomia di pensiero e di azione lo porta ad avere uno stile di distanza anche dal fascismo, non per ostilità, tant’è che quando gli chiedono un parere su Mussolini, lui dice semplicemente che ben venga se svecchierà questo paese e porterà una nota di novità. Punto. Altro che i posteriori – anche in senso anatomico – che dopo la sua caduta si inventarono opposizioni interne e sabotaggi intellettuali. Puccini è stato un artista è un uomo libero sotto tutti i punti di vista, pagando di persona le conseguenze dei suoi comportamenti, ma sopportandole con coerenza e con quello stile mai venuto meno. La biografia, letta con affettiva attenzione, ha il pregio indiscutibile di non aver mai avuto quelle sbavature da gossip che hanno sempre caratterizzato le analisi degli invidiosi, dei falliti e dei malriusciti. Le opinioni da buco della serratura e da guardoni gelosi le lasciamo a quella categoria prezzolata “talvolta così benigna con gli ingegni mediocri”, come disse Ricordi a proposito delle critiche all’Edgar, opera di Ferdinando Fontana. Meglio ancora con le parole caustiche del grande Ferdinand Céline: “Oh, i sedicenti ‘critici’! Oh, torvi letamai! È un vizio. Non possono godere che vomitando sulle vostre pagine. […]. È la consolazione della loro vita… delle umiliazioni in profondità, dell”’inferiority-complex”.

Devo concludere con un sogno dedicato ai vibrazionisti. Quando ci troveremo a conclusione della vita materiale in una realtà separata, sono convinto che in qualche osteria troverò il Puccini a giocare a carte, e non sarò da solo. Allora gli dirò “Ciao Giacomo, finalmente ti ho trovato! Ti presento la mia amica che si chiama Beatrice”, e lui senza nemmeno lontanamente conoscerla mi dirà: “Grazie, Adriano, per la sorpresa…Lei sarà Il mio Direttore d’orchestra!”