Se parli con una persona sulla modalità di morire, la maggioranza assoluta dirà che è preferibile un colpo definitivo piuttosto che una malattia lenta e invalidante.

Per motivi diversi, tempo addietro, alcune persone mi avevano detto che avrebbero optato per la seconda opzione: la prima avrebbe impedito di sistemare le cose in un certo modo e secondo una specifica volontà di scelta, con il rischio concreto di lasciare questa vita in maniera incompleta e per certi versi sconfortante.

In questo tempo di guerra diffusa, con scenari inquietanti e poco rassicuranti prospettive, molti si preoccupano dell’eventualità un po’ fantasiosa di bombe atomiche vaganti e di catastrofi nucleari. Il loro ottimismo di catastrofe è quasi quasi simpatico, per non dire auspicabile. Ma le condizioni, per molti versi, sono molto meno rosee e molto più angoscianti. Il problema che si pone non è l’estinzione immediata, che considerando la fauna sedicente umana che si aggira per il globo terraacqueo non sarebbe poi neanche il massimo delle disgrazie, ma una lunga e disperata alterazione di ciò che abbiamo sempre dato per scontato come vita proiettata in un progresso indefinito e in una comodità data per acquisita.

Georges Guiscard, portavoce dell’Institut Iliade, centra con mira apprezzabile il problema del traumatico e doloroso crollo del nostre società a livello europeo, che va ben oltre al concreto cambiamento di vita – problemi energetici, difficoltà logistiche, sicurezza personale, crisi delle comunicazioni e via via profetizzando – per arrivare al nucleo centrale della questione, che insieme causa ed effetto del problema denunciato: “Il comfort è forse il concetto centrale di questo declino antropologico”.

Ci si continua a lamentare, ad esempio, sicuramente a ragione, ma troppo spesso in maniera scriteriata e confusa, del fenomeno cosiddetto migratorio, delle carceri stracolme di detenuti delle più diverse etnie, dell’insicurezza delle nostre strade e delle nostre città, delle violenze nei confronti delle donne e si potrebbe continuare all’infinito con sequele di lamentosità. Poi, quando si arriva al punto di definire possibili strategie di intervento, l’inclinazione al piagnucolio e all’afflizione si estingue nell’impotenza più disonorevole e ignobile, intrisa di infamità, di viltà e di diserzione. Provate voi a proporre la pena di morte – o, per dimostrare un minimo di affettiva disponibilità, di lavori forzati – per stupratori, uccisori di bambine, trafficanti di organi ed altre fantasiose criminalità nostrane o allogene. Apriti cielo! Gli spacciatori di bontà e di comprensione, i contrabbandieri di mansuetudine e di umanitarismo, i piazzisti dell’accoglienza e della riabilitazione, sono subito sul piede di guerra per denunciare la deriva totalitaria, l’aberrazione punitiva, la regressione vendicativa.

Il progresso parla di superamento della morte e della malattia, mentre la realtà, aldilà del progetto transumanista, dimostra come i popoli – in questo caso si parla di quelli europei – muoiono “non quando sono diventati deboli, ma vili”, come osserva Michel Lhomme.

Sarà la perdita della connessione Internet, l’insufficiente riscaldamento, la precarietà negli spostamenti, l’incertezza sociale, l’overdose di civilizzazione, “l’abbondanza e comodità (come) veleni ad effetto lento”, a determinare la sconfitta prima psichica e spirituale, e solo dopo fisica, delle generazioni contemporanee.

La mancanza di Facebook, l’impossibilità a gestire i propri siti di influencer, l’anonimato di sopravvivenza, la necessità di conquistarsi uno spazio di sopravvivenza, il vuoto attorno alla propria vita fatta di banalità e di inconsistenza: sono questi gli elementi umani messi a dura prova. Pregnante è l’avvertimento di Tucidide, che dobbiamo tenere bene a mente: “Cittadini, bisogna scegliere: riposare o essere liberi”. E il sonno in cui siete immersi non è quello della pace dei sensi, ma quello dell’anestesia da ogni responsabilità.