Il giornalista Antonello Caporale de “Il Fatto Quotidiano” provoca il generale Vannacci sulla questione della remigrazione e nel farlo, a parte l’esilarante spiegazione sulla necessità agricola della raccolta di pomodori, insalate, fragoline di bosco, mungitura di vacche, raccolta del fieno ed altre amenità agresti, riferisce della presenza in Italia di 500.000 clandestini, di cui 300.000 occupati in agricoltura e chiede chi lavorerà al loro posto se dovessero andarsene dall’Italia. Ma l’esuberante giornalista raggiunge l’apoteosi del suo intervento quando riferisce testualmente Vannacci che “le cooperative italiane sono piene di immigrati clandestini”.

Quindi, dichiara pubblicamente che le cooperative italiane sono complici nell’occultare individui in stato di illegalità, sfruttandoli con lavori a basso costo e di nulla competenza.

Già è semplicemente ridicolo che uno Stato serio e sovrano – come più volte ripetuto, non il nostro – oltre a non difendere i confini, abbia ridotto pure la clandestinità a reato da contravvenzione con un’ammenda da 5.000 a 10.000 euri.

A questo punto viene da chiedersi, come per esempio nel caso di certe sentenze, se si è a “Scherzi a parte”, oppure se esiste una maggioranza di ebeti che accetta tutto ciò per deficit cognitivo e ridotta o nulla capacità di intendere e di volere, o ancora se molto semplicemente il potere è talmente arrogante che non si pone neanche il problema di prendere il popolo platealmente per il culo.

Come sarà applicato l’articolo 10-bis del “Testo unico sull’immigrazione” partendo dall’ovvia realtà della miseria del condannato che si trova nell’impossibilità, perciò, di pagare l’ammenda? Se non soddisfa la contravvenzione prevista dallo Stato, che fine farà il soggetto in questione vista la prassi di distruggere i documenti di identità e non indicare il territorio di provenienza, in considerazione del fatto che la detenzione non è prevista?

La questione della clandestinità, dell’alto tasso di criminalità da parte dei cosiddetti migranti, della sempre maggiore intolleranza della popolazione costretta ad autotutelarsi per avere agibilità in certe zone cittadine, pone una serie di domande e di richieste che al momento non solo non sono evase, neppure ascoltate, o al massimo superficialmente discusse.

Da un lato, c’è una sinistra parolaia, inefficace, grottesca e assurda che passa dai diritti della morte – aborto ed eutanasia – alla negazione della priorità di benessere per i propri concittadini, dalla genderizzazione della società allo sdoganamento di pedofili e perversi vari, dalla rinuncia della tutela e della formazione delle nuove generazioni all’assistenza al sostegno di discutibili minori non accompagnati, dal gratuito patrocinio a ogni criminale non italiano alle vessazioni più intriganti per ogni contribuente regolare. Questa sinistra è semplicemente distruttiva, falsaria e sostanzialmente nemica del popolo, con le lagnose e insopportabili accuse di sovranismo, razzismo, xenofobia, fascismo, privilegio bianco e altre idiozie della superficialità del pensiero progressista.

Dall’altro, c’è una destra che mentendo clamorosamente sul risultato delle proprie iniziative, dopo aver tradito le minime aspettative dei propri elettori, manca di coraggio, di determinazione, di quella volontà decisionale che contrasti o il nulla cosmico o i progetti deteriori della sua controparte politica. Invece di rivendicare a pieno titolo e con assoluta risolutezza la priorità di benefici ai propri cittadini, la superiorità della cultura bianca – fatta di poesia, di architettura, di scoperte, di letteratura, di genio, di scienza e di altre umane espressioni di eterno e universale valore – rispetto alle manifestazioni folkloristiche seppur dignitose di talune minoranze, ma relegate nell’ambito temporale e geografico di una evoluzione specifica – si contorce in patetici giustificazionismi. Invece di sanzionare ferocemente le quinte colonne che diffamano e denigrano lo Stato e il governo che le mantiene, il sistema bofonchia miseramente su discutibili riforme scolastiche e altrettanto miseramente ripiega su riprovevoli ministri.

Siamo di fronte ad un pianificata e diffusa visione schizofrenica in cui ogni parte rivendica una propria interpretazione delirante della realtà, all’interno di una comunicazione sempre più ambigua ed equivoca nella quale la sinistra svolazza nell’ineffabile nullità della retorica e la destra striscia nella insignificante esibizione del moderatismo sgangherato – in più con l’aggravante di usare il fallimentare linguaggio del nemico sulla base di una formula da sempre sentita nell’ambiente: “Noi non siamo come loro”.

In questo modo, la destra non ha fatto altro che accondiscendere alle richieste, quando non alle minacce, dell’avversario, sempre con l’idea regolarmente smentita di essere presa in considerazione.

Quando Caporale, giornalista di quel quotidiano che i suoi componenti ad alta funzionalità narcisistica lo propagandano come il migliore in assoluto, il portatore di inossidabili verità, il delegato dell’onestà, l’esponente della professionalità, denuncia la presenza clandestini che riempiono le cooperative, cosa succede?

Le istituzioni sono al corrente di questa situazione? Cosa è stato fatto e cosa si intende fare nei confronti delle cooperative che supportano e si ingrassano sulle illegalità? I mass media della sinistra inquisitoria, che da notizie reperite dal buco della serratura impostano processi mediatici di rilevanza barbina, approfondiranno quanto rivelato dal collega? E come si risponderà a livello parlamentare e più in generale a livello sociale e giudiziario su questa condizione di malaffare?

Alla fine, l’unica cosa che si vede sono le vergognose schermaglie parlamentari, in base all’appartenenza diversamente distribuita numericamente, degli “habladores”, dei chiacchieroni – secondo la dizione di Donoso Cortes – dove quella dignità che loro reclamano in nome della noiosissima Costituzione antifascista e nata dalla resistenza è definitivamente tracollata, seppellita ormai diversi decenni fa.

Riprendendo un discorso fatto con l’amico Massimo Fini, il quale disse acutamente che al tempo della schiavitù il padrone che comperava lo schiavo lo trattava bene perché altrimenti ci avrebbe rimesso di tasca propria, mentre adesso se un operaio si infortuna o muore per trascuratezza del datore di lavoro ci pensa l’Inail a coprire le spese, si può provocatoriamente dire che c’era più dignità nella vergogna della schiavitù istituzionalizzata del passato che nel criminale sfruttamento mafioso del lavoro attuale.