Viviamo un tempo in cui qualunque persona dotata di onestà intellettuale e di buon senso non può non sentirsi estranea e sconcertata, per usare due eufemismi.
Non c’è aspetto della vita quotidiana che non sia inquinato da una strisciante ingiustizia e da una pervasiva oscenità. Potremmo dire con un gioco di parole che ognuno di noi è immerso – sempre che abbia questa capacità culturale e psichica di percezione – in una oscena ingiustizia e illegale indecenza.
Come ho detto in altre circostanze, anche per questa argomentazione sarebbero necessari interi seminari con relativi fascicoli settimanali ad ampia diffusione, ma dato che ciò è impossibile, si vedrà di combinare con qualche esempio fra i più eclatanti e significativi.
Facendo leva sul termine di oscenità, non solo relegato come i vecchi tempi seriamente puritani al concetto di senso del pudore – anche se, per molti versi, di pudore si tratta –, ma ampliandolo simbolicamente a molti altri aspetti della quotidianità.
Non è politicamente turpe, quindi ingiusto, che ogni commento o trattazione di carattere pubblico – istituzionale o di intrattenimento che sia – si esibisca in aggressioni verbali e con insulti indecenti che colpiscono la persona, la sua vita familiare e le sue relazioni sociali?

Non è politicamente orribile, quindi ingiusto, quello che è emerso nel Regno Unito grazie alla perseveranza del deputato Rupert Lowe, ovvero i trentennali comportamenti omertosi della polizia e delle istituzioni a riguardo di oltre duecentocinquantamila bambine o giovanissime rapite, torturate, stuprate, vendute come oggetti sessuali e come prede carnali, ignorando le denunce, distruggendo le prove, rilasciando i sospettati, il tutto condito con la complicità dei servizi sociali che diffamavano i genitori e minacciavano gli informatori? Non è vergognoso e ingiusto che tutto sia avvenuto secondo la logica rivoltante del “non creare allarme sociale”, quindi temendo possibili ritorsioni da parte degli islamici pakistani? Non è esecrabile ingiusto che i responsabili rimangano ai loro posti nei vari apparati governativi e amministrativi?
Non è politicamente osceno, quindi ingiusto, che da noi rapinatori giustamente fatti fuori dalla vittima, possono passare come morti sul lavoro e quindi ottenere il giusto risarcimento da parte del rapinato?
Non è politicamente arbitrario, quindi ingiusto, che se ti scappa la pipì magari per problemi fisici – riferisco un fatto accaduto ad un mio paziente – se ti beccano ti comminano una sanzione variabile fra i 5.000 e i 30.000 euri secondo l’art. 527 del Codice Penale, oppure addirittura una condanna dai 4 mesi ai 4-6 anni se in vicinanza o in presenza di minori, mentre durante la ripugnante carnevalata del Gay Pride, all’interno di un esibizionismo depravato, vengano esibiti bambini senza che nessuna autorità proceda all’identificazione, alla denuncia e alla condanna dei miserabili genitori o accompagnatori che siano? Del resto, c’è sempre una libera interpretazione dei fatti che rende precaria ogni forma di garanzia e di attendibilità nella legge e nei suoi amministratori.

Non è politicamente scandaloso, quindi ingiusto, che il concetto di rispetto dei diritti sia stato pervertito nel diritto alla soddisfazione delle voglie, per cui, è ragionevole condividere il pensiero di MacIntyre quando sostiene come “i diritti naturali o umani siano oggetti immaginari, paragonabili a credenze in streghe o unicorni”?
Non è politicamente spudorato, quindi ingiusto, che si invertano le parti tra aggredito e aggressore, per cui si colpevolizza la reazione al fatto subìto rispetto all’azione che l’ha determinata?

Il libro fortunato del generale Vannacci ha nel suo titolo una valenza simbolica di particolare rilevanza. “Il mondo al contrario”, quello in cui stiamo vivendo, infatti, è il mondo del caos. Il ‘mundus’ fa riferimento al ‘pulito, all’ordine, al principio della forma. Il mondo concreto, immanente dovrebbe essere la proiezione del ‘kosmos’, dell’equilibrio, della norma, dell’armonia, della bellezza – da cui ‘cosmesi’, tanto per rendere l’idea. Il contrario di mondo è il caos, il vuoto primordiale, il disordine, la confusione, la deformità, la bruttura – da cui il termine ‘immondo’, quindi sudicio, corrotto, depravato, abietto, immondizia.
Molto spesso i pazienti in terapia auspicavano di ritornare a come stavano prima, allora li avvertivo che se siamo arrivati a questo punto forse c’era evidentemente qualcosa che prima non andava. È il caso perciò di ripensare all’idea di restaurare un qualcosa di passato, si tratta piuttosto di salvaguardare quel fuoco che continua ad ardere sotto le ceneri di questo tempo; si tratta di riprendere le idee di Francesco Bacone, quindi che è indispensabile applicare prioritariamente la “pars destruens” per fare piazza pulita delle larve mentali che si sono infiltrate in una alta percentuale dei popoli europei.

Siamo all’interno dell’“Impero del nulla”, secondo la definizione di Jack Donovan, un mondo in cui “qualche normalissima schifezza umana [si permette] di guardarti dall’alto in basso in posizione di potere [perché] nel mondo così com’è oggi la normalità sono loro”. Un “Impero del nulla” come quello descritto in un passaggio dell’inno vandeano: “i cieli devastati / dai giudici plebei / dall’odio degli inutili / dal pianto degli Dei”.
Nessun cambiamento sarà possibile senza il lavoro di bonifica del terreno da coltivare, e solo dopo, per tornare a Bacone, sarà possibile applicarsi alla “pars costruens” di un mondo liberato dall’infestazioni liberal-progressiste e dalle macerie umane e materiali prodotte.