Disse anni fa Giulio Maria Chiodi, eccezionale docente e indimenticato amico, durante il fantastico periodo passato a Varese per il dottorato di ricerca in filosofia: “Per comprendere le cause del presente e le opportunità per modificarlo bisogna tornare a Platone”. Una frase ad effetto, certamente, ma che se è presa dal punto di vista simbolico si rivela di una precisione e di una intuizione indiscutibili.

Sono decenni ormai che la politica è stata ridotta a semplice amministrazione pubblica, spesso nemmeno di buon livello, e con l’obiettivo da parte dei gestori di superare saltuariamente le forche caudine delle elezioni per riconfermare la propria posizione di privilegio sociale ed economico. Nessuna visione né progetto, nessun sognatore né statista, ma soltanto mezzemaniche ai quali si chiede servile ubbidienza di fronte alle decisioni partite da altrove e sufficiente spudoratezza per affrontare intrallazzi di bottega, traffichi di sottoscala e sopportazione di voltafaccia. Riassunto delle qualità previste: facce da culo e pelo sullo stomaco.
È quanto è accaduto e sta succedendo per la questione palestinese.
In poche righe, l’intramontabile Céline descrive la situazione attuale precisamente a fine maggio del 1933 in una lettera ad un amico (pp.303-305 del già citato lavoraccio dell’amico Andrea Lombardi).

Il famoso scrittore e medico francese, rivendicando la sua totale autonomia di pensiero e riconfermando la propria indipendenza morale, in poche righe espone le sue riflessioni sul ruolo sociale dell’intellettuale libero.
Giudica una certa destra, genericamente intesa come “turba odiosa, meschina, pluridivisa, incosciente, vana, alcolicamente patriottarda e mentalmente fannullona fino al delirio”. Non è questa forse la condizione in cui versa quella compagine politica che già negli anni ’70, per iscritto e con le azioni, definiva la sua posizione antisionista con lo slogan “Ogni palestinese un camerata, stesso nemico stessa barricata”?

Fatto sta che il tempo passa, e arriva il giorno in cui Giorgia Meloni afferma che “I tempi non sono maturi …è controproducente…non è il momento di riconoscere lo Stato di Palestina”, giustificando questo giudizio con una elucubrazione da fare invidia al Gorgia di Platone – tanto per tornare all’indirizzo iniziale di Chiodi – e allineandosi perfettamente alla sua sodale francese Marine Le Pen. Certo, la politica è l’arte della mediazione e del compromesso, ma c’è una differenza sostanziale tra opportunità e opportunismo, e sotto tutti gli aspetti quest’ultima prospettiva sembra decisamente prevalere. E un dubbio ce lo possiamo permettere, “noi vipere rubriche, refrattarie ad ogni tipo di propaganda”, come disse, un ufficiale paracadutista francese nel definire la sua condizione mentale dopo la prigionia dai vietminh. Questo ingenuo e sprovveduto sospetto, ce lo esplicita con l’usuale sua grandezza linguistica e comunicativa, lo stesso Céline: “Li conosco, amico mio, li conosco bene, più li conosco e più di disprezzo. Appoggerebbero qualunque massacro per qualche consenso in più”. Per questo motivo, qualche buontempone ha ipotizzato sui social che la comunicazione della Le Pen a questo proposito è un buon viatico per vincere finalmente le prossime elezioni e scalzare Macron per la sua ultima presa di posizione filo palestinese.

Se la destra avanza strisciando, la sinistra non procede certo marciando. Loro, i sinistri, “Se giocano un ruolo, dev’essere quello del verme sul cadavere del capitale”, ma questa valutazione di novant’anni fa deve essere attualizzata, visto il passaggio a gestione del capitale da parte nuova sinistra liberista e mondialista.
A vedere questo paesaggio su una cosa possiamo essere coincidenti al pensiero del grande francese. “Gli individui, straccioni, suppuranti, che pretenderebbero di rinnovare con la loro posizione la nostra epoca irrimediabilmente finita, mi disgustano ed esauriscono. Non siamo fatti per ascoltare queste cose!”.
In maniera un po’ macabra dobbiamo prendere atto che è un morto in più a destra e un morto in meno a sinistra è una e solo una cinica operazione per raggiungere un buon punteggio alla prossima tombola elettorale. Insomma, parafrasando Enrico di Navarra, futuro re Enrico IV, e il suo “Parigi val bene una messa”, possiamo dire a ragion veduta che per alcuni “un genocidio val bene un’elezione”.