Secondo un’antica leggenda si dice che Creso, l’ultimo sovrano della Lidia, trasformasse in oro tutto ciò che toccava. Riportata in una più attuale metafora, questo racconto mitico è traducibile nella constatazione come ci siano delle persone che riescono trarre da una qualsiasi materia una parte di buono e di bello, mentre altre arrivano a imbruttire qualsiasi cosa capiti sotto tiro, dall’istruzione all’arte, dalla politica all’educazione, dall’abbigliamento all’architettura.
Per Tomaso Montanari sembra che tutto ciò che lambisce finisca per tramutarsi in altro, e che non è l’oro.
Ascoltando alcune sue lezioni o interviste riguardanti l’arte, materia di cui è docente affermato, o quantomeno considerato dalla pubblicità dominante, si evince come la sua impostazione di pensiero sia ferreamente fondata su quel decostruzionismo che è stato il cavallo di battaglia negli anni ‘60 di Jacques Derrida e che si basa sul cosiddetto “pensiero debole”, ovvero il rifiuto dell’esistenza di verità condivise, di valori inalienabili, di leggi immutabili. Secondo questa impostazione concettuale, ormai diventata ideologia, la realtà – e con essa la stessa natura – è soggetta ad interpretazioni individuali, a suggestioni soggettive, a valutazioni personali e ad aspettative private. Pensiero debole che non illumina le idee né il cammino verso delle certezze, ma propone e conferma una concezione più fluida, incostante e populistica della realtà.

“L’arte di élite non pensa alla realtà”, afferma Montanari, diventando per ferrea volontà il portavoce di quella democratura retorica che enfatizza una diffusa partecipazione caricaturale a qualunque espressione sedicente artistica. Del resto, “Il linguaggio sofisticato, le idee complesse, l’istruzione impegnativa e le forme artistiche elevate sono stigmatizzate in quanto elitarie e condannate a rappresentare qualcosa di negativo” (Furedi). Come la pensi l’esimio non ha alcuna importanza, perché comunque è assodato che certe prese di posizione sono soltanto una forma di stravaganza e di esibizionismo, e diventa una propensione acritica per l’indecoroso e per il grottesco.

Questo suo atteggiamento mentale lo dimostra commentando il famoso orinatoio di Duchamp, chiamata dall’artista “Fontana” e diventato il prototipo di quella che viene definita “arte concettuale”. È degli anni ’60 il movimento culturale che rompe ogni rapporto con l’estetica dell’opera, la sua forma e la sua essenza per diventare un’operazione mentale secondo la quale ognuno vede e interpreta secondo le proprie percezioni. Facendo riferimento ad una enunciazione attribuita al critico d’arte Dino Formaggio – “L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” – Montanari sottoscrive come “È arte ciò che dico che è arte”, cortocircuitando in questo modo ogni parametro estetico, ogni capacità tecnica, ogni maestria strumentale.
Siamo così giunti alla fine di quel criterio di ‘ar-te’ la cui radice è la stessa di ‘ar-tigiano’, di ‘ar-istocratico’, se è vero come è vero che nell’antichità, soprattutto greca, l’arte era ritenuta uno dispositivo operante spiritualmente per l’elevazione culturale ed etica dell’individuo e della comunità, tutto ciò rispecchiando i valori, manifestando le credenze e esprimendo le aspirazioni di una civiltà.
La nostra civiltà morente può solo esprimere alienazione, deformità e cattivo gusto. Montanari lo conferma nelle sue affermazioni: l’arte deve rispecchiare la realtà, e questo è evidente. Nessuna trascendenza, nessun senso della bellezza dato dall’armonia, dall’equilibrio e dalla proporzione delle forme, nessuna meraviglia, nessuna evocazione, nessuna aspirazione verso l’alto. Solo degrado, imbrattamenti e discutibili esibizioni.
Con la sordità e la cecità di fronte alla bellezza, rimane il solo commercio dell’effimero e del transitorio in cambio di quella notorietà commerciale che esattamente l’opposto della fama immortale. La democraticizzazione dell’arte permette che qualunque si autocertifichi come pittore, come poeta, come scrittore, senza che nessuno si permetta di mettere in discussione la sua percezione di sé. Se tutti gli uomini sono uguali per legge, nessuno può essere superiore per arte.

A questo punto sarebbe da porre una domanda all’esimio critico d’arte e Rettore, anzi, per correttezza rilanciare una domanda che si pone Ruiz Portella a proposito di questa questione: “Perché il nostro mondo è l’unico capace di piazzare insieme cadaveri e merda nello stesso luogo in cui gli altri mondi mettevano un David di Michelangelo o una Nike di Samotracia?”.
Del resto, uno che rivendica la grandezza di un Don Milani, suo punto di riferimento, il quale parlava di libri scritti dai padroni, di conoscenze che non servono nella pratica, mentre invece si dovrebbe leggere “il contratto di metalmeccanici o i termini della vertenza dei trasporti pubblici” che ne sa dell’inutilità pratica del sapere se non quello di formare (est)etica e spirito?