Che la paura sia l’arma che da sempre il potere usa con grande generosità per sottomettere le masse, con il sentimento di incertezza e il senso di precarietà, è una cosa confermata si può dire in maniera scientifica.

“Io ti salverò” è la frase tipica di chi vuole prendere in mano la tua vita e stabilire per te ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è lecito e ciò che è illegittimo, sconveniente o semplicemente inopportuno: tutto ciò, ovviamente, sotto l’occhio benevolo dello Stato custode e l’approvazione compiacente di una società remissiva.

Questo pervasivo e permanente accudimento proposto dal sistema non ha né le motivazioni né gli obiettivi che lo splendido testo di Battiato “La Cura” elogia: non preserva dagli scoraggiamenti e dalle inquietudini, come non salvaguarda dalle angherie e dalle falsità e non guarisce dagli incubi, dalle fissazioni e dai turbamenti. Questo sistema si manifesta come abile produttore di disagio e, contemporaneamente, capace ed efficiente inventore delle soluzioni.

Pensiamo soltanto alla questione della sicurezza del territorio sotto la pressione di bande più o meno organizzate, siano esse a sfondo pseudo razziale o, molto più banalmente, di carattere antisociale e criminale.

Invece di affrontare con esplicita determinazione le diverse questioni che interessano la vita dei cittadini e delle città di appartenenza, lo Stato persiste nel diffondere in maniera sempre più capillare gli strumenti di sorveglianza, mentre contemporaneamente, seguendo delle logiche più che discutibili, limita gli interventi di carattere repressivo, e con lo spontaneo attivismo della magistratura sanziona i comportamenti dei gestori dell’ordine pubblico.

Qual è il risultato di tutto questo? Un sistema che combina due danni contemporaneamente. Da un lato rende i cittadini tutti sorvegliati speciali, sempre con la formula del loro bene, consigliandoli magari di evitare certe zone, la frequenza di certi locali, la presenza fuori casa in determinate ore – quindi, in pratica, una specie di accomodante coprifuoco per tutte le persone oneste e irreprensibili; dall’altro, tollera quella forma diffusa di criminalità che la magistratura, con ridicole disposizioni, non fa che spostare i problemi che procura e sostanzialmente aggravarli – il daspo, ad esempio, è uno di questi dispositivi che uniscono in sé l’inefficacia della prevenzione e dell’osservanza.

C’è una variante in questo paesaggio di disfattismo della legalità, della giustizia e della libertà personale: il disprezzo e la condanna dell’autogestione e dell’autodeterminazione dei cittadini, della spontanea organizzazione di autodifesa – esempio il famoso Articolo 52 delle ronde: non siamo nel Far West, dicono i sinistri ben pensanti, i disertori da ogni responsabilità, i politicanti democratici usufruitori di scorte e di gorilla.

Ma se invece l’autodifesa fosse un’opportunità per la creazione reale, concreta di un senso di comunità venuto meno nei decenni dell’accudimento democratico? Se la capacità di autodeterminarsi e di decidere per la vita propria, della propria famiglia e della comunità di appartenenza fosse l’inizio di una mobilitazione di un certo carattere e di una certa volontà?

Prendere il controllo di se stessi è il primo passo per un’autonomia reale e autentica. C’è un punto nel saggio di Plutarco “Le virtù di Sparta” in cui qualcuno chiede al rappresentante della città come mai non ci siano mura alte a difenderla, e la risposta sufficientemente scontata: perché sono i cittadini i difensori della città.

Non sarebbe quindi una libertà più seria e meno ipocrita, quella di eliminare inutili dispositivi di sorveglianza e dispositivi di legge sempre più ipocriti e meno funzionali, facendo in modo di riattivare il coraggio e il senso dell’onore del singolo, piuttosto che incentivare la debolezza dell’accudimento e della tutela che fanno tanto schiavitù e poca cittadinanza?

 

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