Un tempo si diceva che “Chi di speranza vive, disperato muore”, o ancora meglio, in maniera forse troppo plebea ma sicuramente più suggestiva che “Chi vive sperando, muore…”.

Però, quando senti certe affermazioni da persone sedicenti colte, e comunque con un ruolo passato di prestigio e di autorità in questa Repubblica delle banane, non rimane che questo tipo di aspettativa, di ragionevole auspicio, che forse sarà inutile, ma ti fa passare agevolmente le giornate: l’attesa fiduciosa di un blackout totale e di lunga durata.

“Non vedo l’ora che si arrivi ad una carta elettronica unica, dove ci sia dentro patente, carta d’identità, passaporto, tessera sanitaria, modalità di pagamenti vari…così da non dover girare con il portafoglio pieno di carte plasticate…Questa sì che sarebbe comodità…Del resto, è solo questione di tempo…”.

Come ho detto, questa alienata dichiarazione non era frutto di una personalità semplice e di una mente a scartamento ridotto, ma di una persona con una elevata professionalità e distinto gradino sociale. A dimostrazione che istruzione e cultura sono due dispositivi che non necessariamente sono coincidenti e interscambiabili.

Non è poi che ci voglia molto per comprendere la pericolosità che sta dietro a tutta la questione della digitalizzazione, caldamente voluta dagli apparati equivoci dell’Unione Europea e dei singoli Stati. Ci sono dei saggi approfonditi ed esaustivi sulla strategia di controllo e di manipolazione che riguarda questa iniziativa, ma il problema è che troppi non sono disposti a mettere in discussione le proprie finte certezze e, soprattutto, a prendere atto della propria prigionia mentale.

Partiamo dall’idea dell’inevitabilità. Già nelle prime pagine del suo corposo lavoro di ricerca, Shoshana Zuboff smonta questa presunzione malata: “La tecnologia non è e non può essere una cosa a sé, isolata da economia e società. […] l’inevitabilità tecnologica non esiste. Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini”. Sgonfia l’interesse finanziario e la digitalizzazione si smonta miserabilmente.

Già questa precisazione dovrebbe insinuare qualche dubbio sul beneficio, ad esempio, dell’ormai diffuso pagamento telematico e sulla pressante volontà per passare completamente alla moneta elettronica. È il controllo, tanto per semplificare al massimo la questione, sul dove hai assunto una certa bevanda e sulla qualità della stessa. Sembra una banalità, ma se la stessa carta dovesse riportare anche i dati clinici, questi potrebbero essere condizionati dalla tua abitudine alimentare e ripercuotersi, ad esempio, sulle tue richieste di prestazioni sanitarie. Fantascienza? Non direi. In molte parti della Cina è perfettamente attuato da anni.

Quindi, smontiamo la recita politicante sulla libertà personale dai millantati inghippi burocratici con la nuova prospettiva digitale, perché la diffusione e l’interconnessione dei diversi dati personali, come avverte la stessa Zuboff, determina una micidiale metamorfosi dei rapporti, per cui si passa “da qualcosa che possediamo a qualcosa che ci possiede”.

E questo ‘solo’ per quanto riguarda l’ambito economico della persona e le sue abitudini strettamente materiali come cibo e salute.

Ben più grave e devastante nel momento in cui le stesse modalità di controllo si intersecano in una rete perfettamente integrata con gli ambiti che interessano il pensiero, le predilezioni delle letture, il filtraggio delle tue opinioni, le scelte relazionali, le tue preferenze politiche. Questa operazione è da lungo tempo in atto con la scusa di controllo di eventuali siti terroristici. Nella attuale realtà quotidiana è noto come segnalazioni – e ‘punizioni’ connesse – siano più che frequenti, dopo che Google ampliò il suo programma di controllo “basato sui ‘segnalatori di fiducia’, tramite il quale gli agenti del governo ed altri soggetti potevano identificare il contenuto problematico ed ottenere un’azione immediata”.

Non moltissimo tempo fa, Massimo Cacciari aveva parlato del rischio di una “cinesizzazione” della società, con conseguenze rilevanti sulla libertà dei comportamenti e delle scelte individuali. Questa sarebbe “La via cinese verso una nuova era del controllo sociale”, come sottotitola un importante saggio di Josh Chin e Liza Lin.

Dovrebbero riflettere i sostenitori delle telecamere a diffusione nelle città, del riconoscimento facciale, delle impronte digitali, dell’identificazione attraverso l’iride e fino al più banale strumento di allarme e di tracciamento inserito automaticamente nei nuovi automezzi e senza possibilità di rimozione.

Molti nuovi apparati preposti – secondo l’infantile convinzione di molti – alla sicurezza cittadina, rischiano di diventare quella che viene chiamata “cibernetica sociale”, ovvero una vera e propria ragnatela addirittura autogestita la quale, rispondendo ad un centro unico di osservazione, sarà in grado di “sfruttare la rete per fiutare il minimo segnale di opposizione”.

Sia per il popolo cinese che per quello italiano ed europeo, la messa a punto della sceneggiata pandemica, ormai dimostratasi una vera e propria criminale farsa dal punto di vista della salute pubblica, “si è dimostrata una manna” – mi auguro che molti si ricorderanno dei ‘passaporti sanitari’ compatibili con lo smartphone. Questo stato di procurato allarme ha permesso di allargare le maglie della rete e di stringere ulteriormente i nodi di comunicazione, cosicché in Cina, in zone circoscritte ma ampie, il meccanismo è stato perfezionato e affinato: “I nuovi codici, migliori di precedenti, avrebbero diviso i residenti per colore, assegnando a ciascuno un punteggio sanitario basato sulle cartelle cliniche, i risultati degli esami ospedalieri e le abitudini di vita come consumo di sigarette e alcol”.

Insomma, il potere pensa alla nostra salute, alla nostra sicurezza, alla nostra praticità e al nostro comfort, in cambio di quella formula ipocrita e inconcludente che va sotto il nome di privacy.

C’è chi dice che è comodo e chi, l’altra faccia della medaglia dell’idiozia, dice che da noi in Italia non succederà mai, negando l’evidenza che il processo è già in atto. Poi c’è una variante di categoria, quelli che in maniera altrettanto stramba e irrazionale affermano che a loro interessa la privacy, perché non hanno niente da nascondere – niente da pensare, da dire e da fare che non sia conforme alla deliberata servitù. Quelli, per intenderci, che barattano la liberazione dal rischio direttamente con la liberazione dalla libertà.