Questo avvertimento di Jünger combacia idealmente con quanto scrisse Italo Calvino in “Lezioni americane” precisamente in quella intitolata “Esattezza” – purificazione incendiaria a parte.

Calvino svela una sua peculiare “ipersensibilità o allergia”, e descrive una sensazione perfettamente condivisibile a quarantuno anni dalla sua confessione dicendo: “mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile”. Parla di una “epidemia pestilenziale” che ha colpito la parola e il suo uso, una “perdita di forza conoscitiva”. È a questo punto che la si può considerare come una sovrapposizione all’idea di Jünger e afferma che solo “La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”. Se poi, a questa peste, vengono aggiunte anche “le immagini” si può comprendere la “sensazione d’estraneità e di disagio” che percepiscono le persone con un minimo di raffinata lucidità di fronte a questa calamità, fino a riassumere questo sentimento nella “inconsistenza [nel comprendere] nel mondo”.

Questo è il dramma che, secondo me, coinvolge un certo numero di persone particolarmente attente al processo di comunicazione.

Il travisamento in atto non promette nulla di buono. Le distorsioni sono tali per cui si riesce a perdere in maniera insidiosa l’esame razionale della realtà.

Pensiamo alle informazioni pressanti che ci vengono distribuite, che pur nella gravità dei loro contenuti presentano delle contraffazioni che raggiungono l’umorismo.

Benjamin Netanyahu, detto Bibi, sarebbe nazista, quindi, per ragionevolezza, l’operazione posta in essere contro gli ebrei durante il Terzo Reich rientrerebbe in una logica fratricida. Volodymyr Zelens’kyj sarebbe un nazista, sfuggito alle regole germaniche, secondo le quali depravati e tossici finivano eliminati. I devastatori dei centri sociali sarebbero dei fascisti rossi, gli stessi che nel corso del novecento eliminavano a colpi di chiave inglese e di pistola i fascisti neri. I bombardamenti anglo-americani sulle città italiane massacrando bambini e civili in generale erano condotti dagli alleati, non osando immaginare cosa avrebbero potuto combinare se fossero stati condotti dai nemici. La democrazia è quel sublime sistema politico che, a differenza dei sistemi autoritari, permettono la libertà di parole e di azione, quando non interviene il professor Montanari a dire che i critici della democrazia devono tornare nelle fogne.

Potremmo continuare, ma l’argomento potrebbe diventare noioso. Come peraltro lo è.

Il problema è – scusandomi per la pesantezza nella spiegazione di questo stato confusivo, ma l’impianto logico è di per sé complicato – che il linguaggio, necessariamente, è garante di un sistema di comprensione comune. Nel momento in cui c’è un’espressione che implica un giudizio di valore, questo deve essere per principio valido per chi lo esprime e chi lo recepisce.

Se io dico “nazismo” questo non può essere reso indefinito riferendolo al sionismo, esattamente come se io dico “fascismo” questo non può essere esteso a chi si dichiara ideologicamente antifascista o liberale o conservatore. Quando parlo, ad esempio, della Repubblica Democratica Tedesca, è chiaro che il termine democratico è fuorviante, per uno stato in cui predominava l’ideologia comunista e la prassi persecutoria dei dissidenti. Esattamente come, nel periodo della falsa pandemia, è passato il termine di “vaccino” – precisamente una sostanza che previene il contagio e immunizza il soggetto –, mentre clinicamente ciò era falso in quanto mancante delle sue prerogative biologiche.

Il significante – dovendo necessariamente parlare ‘per difficile’ – può essere una parola, un’immagine, che rimandano ad un significato, ad un concetto, ad un segno. Se dico automobile, automaticamente l’altro si forma l’idea dell’automezzo; ma se estendo questo termine a qualunque mezzo mobile – alterando la necessaria precisione semantica – il termine ‘automobile’ può comprendere tutto, dal trattore al carro armato, dall’utilitaria al mezzo anfibio, con una scontata confusione e incomprensione reciproca.

Credo che il termine ‘fascismo’ sia l’esempio più semplice, utilizzabile per rendere l’idea della voluta “insistenza nel comprendere il mondo”, per tornare a Calvino. Per colpa di quell’avvelenatore di pozzi, quale è stato Umberto Eco secondo la condivisibile accusa di Costanzo Preve, questo termine che definisce una complessa e magari contraddittoria ideologia, che a caratterizzato un preciso momento storico del punto di vista politico, economico, sociale, antropologico, è stato sterilizzato da ogni precisione e da ogni significato, per diventare un elemento di insulto.

Uso questo esempio in maniera neutra, quindi al di là di ogni riferimento concreto politico, solo per sottolineare come una parola usata senza un senso condiviso non permette un corretto esame di realtà e, peggio ancora, la possibilità di un suo uso strumentale a scopo confusivo e magari denigratorio.

Detto questo, Italo Calvino, cita Paul Valéry come colui che ha definito “la poesia come una tensione verso l’esattezza”, e supporta questa sua considerazione, citando testualmente un giudizio dello stesso Valéry sulla scrittura in Edgar Allan Poe: “Il demone della lucidità, il genio dell’analisi, l’inventore delle più affascinanti e nuove combinazioni della logica con l’immaginazione, del misticismo col calcolo, lo psicologo d’eccezione, l’ingegnere letterario che approfondisce e utilizza tutte le risorse dell’arte”.

A prescindere dalla piacevolezza della lettura di Calvino, di Valéry e di Poe, non essendo un conoscitore dell’arte poetica, ma limitandomi alla già difficile analisi della simbolica politica, sono più propenso a credere, ritornando a Jünger, che sarà il fuoco a redimerci da questo tempo negatore di ogni forma di bellezza, tanto più di quella poetica.

O forse più che un’ottimistica credenza, la mia è soltanto un’eccentrica e sfacciata speranza.