Il titolo, naturalmente, è uno scherzo. È la dimostrazione di come, all’interno di cose serie siano racchiuse delle inquietanti verità, mentre nell’espressioni più serie e compunte siano evidenziate le più minacciose menzogne.
Nella “Scienza della logica” di duecento anni fa, Hegel “semplicemente” avvertiva come un cambiamento quantitativo di un paesaggio arrivi a determinare, alla fine, una sua totale trasformazione dal punto di vista qualitativo. Lui parlava della caduta dei capelli, Galimberti fa l’esempio dei gradi della scala Mercalli, noi ci riferiamo alla sostituzione etnica.

È scientificamente documentato, nell’ambito dell’analisi sociologica, che l’immissione di popolazione allogena è sostenibile entro una quota del 5 o al massimo del 10% rispetto alla presenza indigena, mentre una quantità superiore determina una lenta ed inesorabile erosione delle abitudini di vita, di maniere di comportamento, di stili di abbigliamento, di trasformazione dell’intero paesaggio.
Osserviamo, non da turisti, il cambiamento che lentamente ha eroso le antiche immagini delle città, fino ad alterarne radicalmente gli aspetti più strutturali e concreti, con interi quartieri che hanno assunto le caratteristiche peggiori dei suq (o suk), non nel senso romantico di mercato etnico, ma in quello molto più concreto di primitiva trascuratezza e incuria.
Il passeggio, caratterizzato dal flusso variopinto, magari distinto da una certa stentata eleganza, ma comunque improntato ad una voluta esibizione di abiti e di corpi, è stato trasformato in lugubre passerella di sagome femminili intabarrate e di sgradevoli accompagnatori, dalle barbe più o meno colorate; un’atmosfera lugubre diversamente condita, spesso, da odori repellenti associati a schifose abitudini di scatarramenti e sputi.

I marciapiedi, nei tempi andati luoghi prediletti per ammiccamenti e strusci, si sono trasformati in spazi da percorrere con attenzione, tra incroci di improbabili esseri umani, sfrecciare di biciclette ed evitamento di carrelli sottratti, con indifferenza e con arroganza, ai vari supermercati, senza peraltro che qualcuno intervenga per valutare qualche ipotesi di reato, tipo furto o appropriazione indebita.
I condomini che un tempo, giustamente o meno, venivano catalogati secondo la zona di edificazione e la qualità della costruzione, ormai sono tutti omologati nella fatiscenza e nella sporcizia, con gli atri occupati da masserizie varie, appiccicosi odori di cibi sulle ventiquattro ore, con la diffusa trascuratezza negli spazi comuni.
I centri storici sono occupati in maniera stanziale da una fauna di perdigiorno dediti al fancazzismo, con comportamenti apprezzabili dalla signora Boldrini, tipo cagare nelle aiuole, farsi il bidet nelle fontane, pisciare sui monumenti – tutte cose deprecabili, tranne che per il rettore cattocomunista di Siena, diffamatore della Fallaci quale istigatrice di odio.

Contemporaneamente a questa colonizzazione di spazi e di atmosfere, gli indigeni si ritraggono in enclave isolate e impermeabili al degrado. E si parla di autoctoni economicamente e socialmente comuni, che difendono la propria identità, che tutelano il proprio territorio, che sostengono la propria sicurezza. Gli altri, invece, della fascia ambiente e nonpensante, non si pongono certi problemi. Fautori del nomadismo e sostenitori del villaggio globale, questi sabotatori della propria terra e della propria identità dettano le agende dell’invasione e sostengono le quinte colonne dell’occupazione. Lo hanno sempre fatto e sempre lo faranno, con l’assoluta soddisfazione nell’attuazione di ogni degrado.
Persino Trockij li schiferebbe. Lui, il comandante dell’armata Rossa che scrive: “Lotta instancabile contro tali trascuratezze e contro questa mancanza di cultura […]. Davanti a noi sta una battaglia importante: la lotta contro tutte le forme di negligenza, trascuratezza, indifferenza, imprecisione, incuria, mancanza di disciplina individuale, sperpero e spreco”. Quest’Europa del meretricio, invece, si è fatta letamaio di tutte le scorie del sud del mondo.